El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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i n.a.c. e il paese rose bonbon

abdelmalek smari

“On ne peut pas décrire [un pays]
rose bonbon parce que tout
simplement [il] n’existe pas. »

Kateb Yacine

La paura spinge Giuseppe a svendere
La carrucola, vuota, sale alta fino a scomparire nel nebbioso cielo del 16° piano, dove gli addetti al trasloco la riempiono di roba varia (mobili, quadri, panni, elettrodomestici, scatoloni di libri e di cassette musicali…) per ridiscendere scivolando, quasi lieta e lieve nonostante il peso.
Un vecchietto, un ex legionario, segue con tensione e sospiri il sali-scendi.
Quasi automaticamente accende una sigaretta. “’sti maledetti ekestracomunitari! - esclama - Ha ragione il signore dell’agenzia immobiliare. Non si può più stare in questo luogo infetto. Meno male che ho trovato un acquirente al mio appartamento. Quanti italiani hanno dovuto svendere per fuggire queste orde di parassiti!? Delinquenti, ecco cosa sono, altro che miserabili bisognosi della nostra carità! Le nostre case sono diventate insicure.. Li manderei tutti a casa loro e invece, invece sono io che devo lasciare la mia casa!”
La sua rabbia tace. Spegne la sigaretta, dà un’ultima occhiata al suo ex balcone e si dirige verso il bar.
Mentre sorseggia il caffè, si accorge di un cartellino “Affittasi-Vendesi appartamento ampio e luminoso con vista panoramica sul mare. Tel …” :non sa che si tratta del suo appartamento. Uscendo, accende una sigaretta. Fa il numero letto sul cartellino.
- Sì, pronto, buongiorno!
- Sono Giuseppe, telefono per l’appartamento…
- Mi dispiace, stiamo trattando con un altro cliente. Però, detto tra noi, le consiglio di cercare altrove; nonostante l’Hotel house sia un luogo di povertà e di micro-criminalità, un appartamento da niente le costerà delle cifre esorbitanti per una periferia… Ma venga a trovarci, abbiamo delle proposte molto convenienti.
Giuseppe ritorna al bar per prendere delle sigarette.
“Blitz delle forze dell’ordine all’alba nel residence “Hotel house” della periferia di Porto Recanati: arrestati una decina di ekestracomunitari…” È il telegiornale di mezzogiorno.
“Io ho venduto, dice fra sé il felice Giuseppe, benché a prezzo stracciato.”
- Mammamia, urla quasi la barista, una marocchina, ma cosa pensano di trovare? Magari se vai in Sud-Italia trovi delle persone che appena escono non ritornano più a casa, il pericolo c’è laggiù, non qui…

Verso Porto Recanati
Ahmed sente calore e un peso che gli preme il torace. Vede attorno a sé campi sconfinati. Legge su un cartello “viale Gramsci”. Tira fuori uno straccio di carta e legge: “via Salvo d’Acquisto, angolo via della Repubblica”. Chiede a un ciclista.
- Sempre dritto, dice questi, aggiungendo, la via è lunga e stretta. Attento alle macchine!
Il ragazzo ringrazia e si rimette a camminare per raggiungere l’Hotel house.
Era a San Severo a raccogliere i pomodori. Ha sentito dire che più a nord c’era un intero quartiere per i migristani onesti come lui, quelli che guadagnano lavorando.
Le abitazioni continuano a diradarsi. Attraversa un ponte. È bagnato di sudore. L’aria è pesante, come le sue gambe, e sembra sudare anch’essa.
Deve saltare nel fosso ogni volta che due macchine s’incrociano o quando passa qualche trattore. L’Hotel house è un posto dove abita gente proveniente da più di cinquanta tribù
Un mosaico fatto di corpi, di odori, di colori, di sogni, di orgogli; ognuno diverso dagli altri se non addirittura ostile. Un intreccio di lingue, di tempi, di usi e di costumi differenti, di età, di esperienze di vita, di memoria recente e di quella storica, di condizioni socio-economiche; di cui il comune, con grande generosità ed abnegazione, cerca di fare una comunità coesa, pacifica e con un’unica identità.
Il comune perciò non crede alla favola che afferma che solo una condizione accomuna i membri di questo zibaldone di persone: avere un nome amministrativo comune, N.A.C.
Ad Ahmed serve un posto letto e un lavoretto e Modou, l’amico senegalese, glieli ha promessi tutti e due.
Il cammino è lungo. Ahmed approfitta per telefonare.
È con grande fatica che riesce a sentire l’amico che lo sta aspettando. “Deficienti!”, impreca intanto Ahmed contro una fila di macchine che passano. Sputa sul telefonino. “Che razza di paese è? Neanche un autobus lo collega con la città, neanche un marciapiede!”.
Rimettendo il telefonino in tasca, la mano s’imbatte in una scatoletta di fiammiferi.
Si calma, la tira fuori, la guarda e sorride. Su un lato ha disegnato un omino nudo con la barba. Al posto dei genitali, si vede un buchino con la capocchia rossa del fiammifero, l’unico fiammifero: la scatoletta è mezza aperta. Chiudendola il fiammifero si spinge in fuori e sembra un verosimile pene in erezione. La riapre a metà e la rimette in tasca.
Modou appoggia il telefonino sul davanzale della finestra, prende il binocolo penzolante sul petto e si mette a guardare.
“Mmm, non ti vedo ancora!” mormora. Si versa da bere intanto. Ritorna alla finestra per sfogliare una vecchia rivista che tratta di musica rap. Fa un’altra telefonata non meno difficoltosa delle precedenti.
L’amico, che avanza fra i campi, sente uno squillo. - Ci sono quasi…- tenta di rispondere. Modou chiude il telefono e riprende di corsa il binocolo. “Adesso ti vedo o almeno vedo la tua sagoma.”
Poi, usando la terza persona, “Ahmed non sa che lo sto spiando dal 15° cielo... Quanti piani ha questo mastodontico palazzo? 1, 2, 3, 4 … 10, 11, … 16, 17… 17 piani!” Enorme!
Ahmed è finalmente a casa da più di mezz’ora.
- Ah, grazie Modou!
- Hai finito? L’acqua non è un granché, non ho ancora acceso il riscaldamento.
- Infatti è un po’ freschina, ma tanto fa ancora caldo e l’inverno è lontano… puoi ancora risparmiare… scherzo!.
I due amici si mettono a chiacchierare attorno a un tè. Ahmed guarda il poster del palazzone-città. - Sì è l’Hotel house, conferma Modou. É enorme!. All’origine era un residence di seconde case al mare per vacanzieri. Poi ci sono passati gli sfollati del terremoto di Ancona del 1972, gli ufficiali dell’aeronautica, i sottufficiali della Finanza, le ballerine dei molti night della zona e, addirittura, una cellula delle Brigate rosse. Poi siamo arrivati noi, i migristani e, infine, sei giunto pure tu… Qui vivono tremila persone. Sono quasi tutti di origine straniera!
Ahmed ridà un’occhiata al poster.
- Ha la forma di una croce… Sarà perché la sua gente è, o deve essere, cattolica? - Poi ritornando serio - Tu, l’appartamento, l’hai comprato?.
- No, sono in affitto. L’Hotel house è solo un succulento affare per gli speculatori immobiliari. Usciamo a fare due passi, ti va?.
Ahmed con uno sguardo da corvo scruta e nota l’immondizia, le mura degradate, l’assenza di un parcheggio per le auto e degli spazi per i bambini.
- Manca tutto, gli dice Modou, però ci raccontano che noi siamo un esempio di convivenza inter-etnica ed è comunque vero… non s’ammazzano! Almeno non ancora!
- Per fortuna!.

A spasso per il mercato
Ahmed comincia ad avere un’idea precisa del luogo e dei suoi abitanti.
A piano terra ci sono degli esercizi commerciali, gestiti da migristani: phone center, bar, macellerie, mini-market, lavanderie, parrucchieri... Ci sono anche dei luoghi di culto, ma la moschea ruba tutta la notorietà… Essa è aperta da qualche anno e funziona a pieno regime. Cosa che non dà pace ai cittadini onesti e soprattutto alle forze dell’ordine.
- Mi sa, dice Ahmed a Modou, che devo cambiare il telefonino. Ce l’avete un mercato dell’usato?
- Sì, tutto questo luogo è un mercato: puoi trovare tutte le merci che vuoi a qualsiasi ora. Un mercato che attira tante genti che non abitano all’Hotel house… Sai, noialtri migristani, laddove ci troviamo, ci assicuriamo subito tempio e mercato! Fallo rivedere dalla ragazza del Phone latino. È una persona onesta e carina. Ti vende la roba a buon mercato e con la garanzia.
Come un cane errante, Ahmed gira e rigira attorno al palazzone. Si ferma per leggere le insegne dei negozi e le scritte sui container di merci in partenza e in arrivo. Cerca di parlare alla gente. Si diverte ad osservare il sovra-animato via vai di persone in uno spazio così ridotto.
A un certo punto un urlo si alza. Un giovanotto gli passa davanti come un lampo. Qualcuno un po’ più grosso gli corre dietro. L’urlo diventa gemiti e lamentele.
È una giovane signora filippina che dice di essere stata derubata del telefonino.
- Li conosci? - Chiede Ahmed a Modou, che nel frattempo si era eclissato e lo aveva raggiunto solo in quel momento.
- No, la maggior parte di questa gente viene da fuori. E i problemi che abbiamo, ci vengono pure essi da fuori. I nostri inquilini stanno al lavoro, tranne qualche disoccupato o le donne con i bambini.
“Anche per te il «male» incombe da fuori.” Pensa Ahmed mentre dice - Che tipo di male intendi?
- Questo tipo di furti, appunto, poi il traffico di droga soprattutto, le aggressioni, il giro di denaro sporco, la sporcizia, ecc. tutta ‘sta miseria ci viene non dagli abitanti del condominio, ma da quelli che frequentano di passaggio il luogo. Ma noi ci difendiamo. È una vera e propria battaglia contro la minoranza «deviante».

Phone center
Da fuori, attraverso i riflessi della vetrina, si vede l’ombra della commessa seduta su un alto sgabello che guarda davanti a sé. Di tanto in tanto si vede un’altra ombra che le si avvicina o che se ne allontana: un cliente che entra o che regola il suo conto ed esce.
Ahmed entra. Il locale è angusto ma abbastanza organizzato. Sulle pareti ci sono, incorniciati e appesi fogli del regolamento, copia della licenza, qualche poster di fiore e di spiagge tropicali e anche la foto di un bambino.
- Buongiorno!
Ahmed risponde al saluto ma deve aspettare perché la ragazza è trattenuta da una sua compaesana anziana che le sta dettando un numero. Servita la signora, la ragazza si rivolge ad Ahmed che le dice: - Sono in cerca di un telefonino, il mio ha qualche problema. Non vorrei spendere tanto… Però, se riesci a sistemarmi il vecchio, sarà ancora meglio per me... sono nuovo qui e non ho ancora un lavoro.
- Me lo fai vedere?
Mentre la ragazza smonta l’apparecchio, Ahmed azzarda: - Come vanno gli affari, qui? Tutto a posto?
- Bene, ma la gente è un po’ chiusa, ci sentiamo in un centro di detenzione; la roba da qui non esce fuori. Abbiamo una pubblicità pessima all’esterno, non ti dico…
- Cosa dice questa pubblicità?
- Cose non reali. La gente ascolta i telegiornali… Se siamo solo io e te, allora facilmente possiamo metterci d’accordo, ma qui è un bazar di nazioni, non so se mi spiego...
Parla mentre tasta e maneggia le viscere del telefonino.
- Ma a parte quello, il grosso della responsabilità è del comune che ci ha abbandonati. Avevo la banca a Porto Recanati, ora ce l’ho a Macerata; il direttore aveva paura per la reputazione della sua banca e mi ha invitato a chiudere il conto. È stato anche gentile ad indicarmi la banca di Macerata. Senti, il telefonino te lo posso riparare, se me lo lasci... Domani andrò appunto a Macerata e cercherò di trovargli una batteria nuova… Sarà pronto per dopodomani.
Entra un ragazzone, sembra peruviano, vestito alla moda dei rapper. Ha un mazzo di chiavi in mano, degli anelli e catene con croce vistosa.
Senza sorridere, - Ciao Frida!
- Ciao Diego! - dice la ragazza e poi ad Ahmed - Va bene cossì? - le scappa a volte una s dolce invece di quella dura .
E saluta, - Allora a dopodomani!
- Arrivederci!- dice Ahmed, uscendo, mentre pensa “Frida! Bel nome e bella ragazza! Sembra araba di nome e di fisionomia. Che fortuna essere a Porto Recanati!”

In moschea
È venerdì. Dentro e davanti alla moschea i fedeli, diversi per aspetto, colore e provenienza, hanno già preso posto su stuoie o tappetini. Intorno a loro c’è qualche vigile. Una coppia di operatori di una tv locale gira in mezzo a loro; lui con una macchina da presa, lei con un microfono in cerca di qualcuno da intervistare.
La voce dell’imam raggiunge le orecchie dei fedeli fuori, grazie all’altoparlante appeso al portico. Il venerabile imam passa dall’arabo all’italiano a seconda che si tratti di preghiera o di predica.
- … E perché secondo voi? Perché hanno paura di noi, ecco! Ma il 60% di quello che si dice di noi è falso. Ve lo dico io e lo sapete anche voi, fratelli! La droga, la prostituzione, la malavita esistono, ma non è colpa della nostra comunità. La droga, oggi la trovate in qualsiasi locale o bar; tuttavia, ahinoi, certe lingue ci calunniano per dimostrare che l’Hotel house è l’origine del male. Bisogna fare qualcosa tutti insieme, non siamo mai tutti insieme, non so perché. Dobbiamo metterci d’accordo per capire cosa va e non va e cercare di cambiare la nostra vita in meglio. Aiutiamoci, Allah ci aiuterà. Cerchiamo di ritornare sulla retta via come ce lo comanda dio.
Fratelli, l’Hotel house è una città multiculturale! Guardate i bambini, loro giocano insieme tranquilli. Si conoscono tra di loro e si vogliono bene gli uni con gli altri, non si lasciano ingannare dalle false differenze. Impariamo da loro! E verrà fuori qualcosa di buono…
La voce del muezzin si alza. L’imam ed ogni altra voce tacciono.
- Cosa costa a noi, e soprattutto al comune, riprende l’imam con voce piana, ripristinare il bel giardino che era qui per i nostri bambini e quelli degli italiani? Trasformare questo luogo degradato in un luogo pulito con fiori, aiuole verdi, panchine, altalene, giostre e tutto quanto?... Se andiamo dall’altra parte del cancello, lì dietro, è pieno di sporcizia. Forse adesso è un po’ più pulito, ma solo perché ci sono tanti bambini italiani del nord che sono venuti qui in vacanza. È pulito per loro, cari fratelli, non per i nostri bambini! - Tuona l’imam.
- Gli speculatori affittano case a chi le abita in dodici, tutti pigiati come sardine in scatola. I nostri bambini giocano scalzi, bambini di due o tre anni che camminano da soli e non sono seguiti dagli adulti. Tanti genitori pensano ai soldi più che all’educazione dei bambini. “Chissenefrega” pensano. “Cresce come cresce”, si dicono, e il figlio cresce poi come sono cresciuti loro: malati, miseri e ignoranti. E intanto si continuano a fare bambini per ottenere gli assegni familiari invece di pensare al futuro di quelli che abbiamo. Dobbiamo anche contribuire a migliorare questa terra mentre chiediamo più rispetto per noi che lavoriamo e paghiamo le tasse, o si crederanno fondate le bugie che su di noi diffondono i calunniatori tra la gente, alla tv e nei giornali. Che dio ci aiuti, ci perdoni e li illumini!
L’imam, con voce più calma, invita alla preghiera.

Un cappuccino con Frida
Ahmed e Frida ormai si vedono abbastanza frequentemente. Diego li tiene sott’occhio già dal loro primo incontro. Lui adesso è su un motorino parcheggiato all’ombra di un alberello, quando li vede entrare nel bar.
Loro ordinano delle paste e due cappuccini e si mettono a chiacchierare.
- Diego, racconta Frida, ha avuto una piccola storia con me e delle grandi illusioni, purtroppo.
Ahmed non capisce perché lo tira in ballo e le chiede: - E’ il ragazzo che viene spesso al tuo negozio?
- Sì, è lui; ma solo una volta gli ho concesso un bacio, quasi controvoglia... e lui, disgrassiado, è partito fra le nuvole! Non so come fate voi uomini a lasciarvi cuocere così facilmente per un bacio fraterno sulla guancia o magari sulla fronte?!
Ridono insieme.
- Diego, riprende lei, vive nei miraggi della sua fantassia; cosa vuoi, è un po' tondo e grosso, anche se ha la statura di un uomo maturo. Comunque, quella storia è finita presto perché el chico mi faceva veramente paura. Seguiva una via pericolosa: tirava fuori un coltellino quando si arrabbiava, fumava gli spinelli e faceva di tutto per perdere il lavoro. Poi è geloso, mamma mia! Mi rendeva la vita difficile…
- E il bambino della foto non è suo ?
- Nooo, scherzi? È mio nipote. I suoi genitori sono tornati in Perù… mi manca tanto… è grassiosso, vero?
Mentre parlano di se stessi e dei loro paesi, indifferenti al viavai che anima il bar, Diego entra e si avvicina.
- Holà, dice Frida, ti presento Amedeo. Chiama così Ahmed.
Diego lo considera con uno sguardo freddo e saettante, poi dice - Piacere, Diego! E subito si rivolge a Frida: - Che fai? non vieni con me?
- Adesso devo fare colazione, posso?!
Frida cerca di nascondere il suo sdegno nonostante la voce tremante. Sorride quindi e aggiunge: - Tanto noi ci vedremo più tardi…
Diego stacca dalla cintura il mazzo di chiavi a cui è legata altra roba, guardando il tutto come per assicurarsi della presenza di ogni oggetto.
- A presto. Saluta infine con la stessa freddezza nella voce uscendo.
- Hai visto? - dice Frida, come per scusarsi - deve ancora crescere. Ah Gesù, Gesù! Che rovina è la condizione degli stranieri come lui!
- A posto? - Domanda il ragazzo del bar.
Escono.
Pochi passi dopo si sente la voce di Diego - Eh, tu! Ehi!
Ahmed si gira - Dici a me?
- Sì, voglio parlarti.
- Dieego! - Lo rimprovera Frida.
- Tu stacci lontana! È un affare tra uomini. Lui è un uomo o sbaglio? Non è con te che voglio parlare, è con l’islamico…
- Ah Ges..., Frida non finisce la parola.
- Che vuoi da mme, eh? - Ahmed fa fatica a cacciar fuori le parole. È già di fronte al ragazzo che scende dal motorino, spaventato .
- Ascolta, dice Diego in tono conciliante, sai chi è quella? È la mia fidanzata - si sposta un po’ indietro e scuote il mazzo di chiavi - tu non hai il diritto di avvicinarla.
- Ma chi sei tu? - s’intromette di nuovo Frida - Vai piuttosto a giocare a biglie! Sei ancora un bambino.
Poi si rivolge ad Ahmed - Vieni Amedeo, lascia perdere.
Senza che Frida se ne accorga, Ahmed tira fuori dalla tasca la scatoletta dei fiammiferi, la mostra a Diego dal lato disegnato e preme sulla parte interna. L’unico fiammifero si drizza di colpo e Ahmed raggiunge di corsa la ragazza.
- Islamico, binladen! - Si sente urlare.
Ahmed cerca di contenere il suo sorriso.

Si organizza il concerto
- In fabbrica guadagnavo una miseria, dice Modou, non riuscivo a mantenere mia mamma che ha quattro figlie e un figlio, lavoravo solo io… sono venuto qui soprattutto per sfuggire a questa responsabilità, ma volevo anche tentare una chance nel mondo della musica. Sai quanto guadagnano i musicisti?
- Quanto i calciatori…
- Oddio, mi piacerebbe anche fare il calciatore, ma non ho talento. Al mio paese suonavo col mio gruppo. Dai… montiamo un gruppo qui. Io c’ho la roba: jambè, derbouka, snitra e tutto il resto. Chiamiamo kalche ragazzo!
Modou, nonostante i suoi lunghi anni in Migristan e i suoi studi, non ha ancora imparato bene a dire “qualche” e spesso pronuncia “kalche”.
- Anche se non sapete suonare fa niente, potete imparare... Iniziamo a suonare qui all’Hotel house all’aperto, poi cerchiamo una discoteca a Porto Recanati. Tu, se non sai suonare, puoi fare il manager, no?
- No, io ti scrivo le canzoni. Se vuoi ho qui con me il testo di una canzone che ho scritto l’altra sera.
- Perfetto, comunque uno che organizza l’evento ci vuole, per gli appuntamenti e i contatti, internet. Io non sono capace di usare internet. Ma tu lo puoi fare, anche gratis, dalla tua amica… Io non mi fido dei miei compaesani. D’accordo, qui noi siamo tutti senegalesi però tutti diversi. E poi sai… la rivalità, l’invidia, in più c’è il problema dei locali da affittare. Se vai in centro tu, nero a Porto Recanati e vuoi in affitto una casa o un locale; “Qui, lui ti dice, no, no! Non c’è, è occupato”. Se invece passa un italiano, gli dice subito “Sì, sì, c’è posto.”
- Hai un testo pronto… me lo fai vedere?
- Va bene, dice Ahmed, mentre gli allunga un foglio di carta, faccio il tuo manager.
- Tu sei un amico. Tra noi due, non dimenticare, c’è il sale che abbiamo mangiato insieme, come abbiamo sofferto insieme nei campi di pomodori. Non ce l’ho con i miei compaesani. E poi... gli italiani vengono volentieri a casa nostra, hanno fiducia nei senegalesi! Ho sentito dire solo una volta che un senegalese vendeva la droga. Noi siamo diversi. Facciamo anche i buttafuori e tanti altri lavori… Adesso però io voglio suonare: mi pagano di più.
- Non la leggi la canzone?
Modou dispiega il foglio.
- Caspita è lunghissima! Sarà una bomba. Il concerto dell’Hotel house finirà nei giornali di tutta Italia.
Comincia a leggere “O paese rose bonbon!” e scoppia a ridere.

Un lavoro
- Sei nuovo qui? - Lancia un venditore ambulante chino sotto la montagna di roba che ha sulle spalle e sul braccio destro.
- Sì, sono qui da un paio di mesi, dice Ahmed, perché me lo chiedi?
- Niente, sempre giri qui, non c’è lavoro?
- Sì e allora?
Il ragazzo tira fuori dalla tasca un biglietto da visita un po’ stropicciato, con un numero telefonico.
- Perché non vai tu a fare il panettiere?
- Non voglio lavorare un giorno o due, a volte non ti chiamano, ma per te è meglio di niente. Poi non mi vogliono, il padrone dice che sono brutto. Sai che è paesano? Secondo te, sono brutto? Mah… lasciamo perdere… un lavoro ce l’ho, no?
Congedatosi dal marocchino, Ahmed corre al panificio. Si presenta. Funziona! È assunto. Lui che accarezza il sogno di fare il pittore ed avere un atelier che funga anche da salotto letterario, si mette invece a fare il panettiere…
Il suo lavoro consiste nel sostituire uno che non lavora il sabato e la domenica notte. Alcuni suoi amici non pensano più a fare il pane e a comprarsi la pizza: ci pensa lui con i copiosi avanzi. Un giorno, dopo essersi lavato, profumato e pettinato, Ahmed entra nel negozio per riprendere il sacchetto di pane e focaccia avanzati e s’imbatte in Frida. È venuta a prendere due cornetti da mangiare nel suo negozio durante la mattinata.
- Assaggialo, dice il panettiere a Frida porgendole la fettina di una torta a strati coperta di strisce di cioccolato bianco e marrone, il mio dolce è francese! È diverso dai dolci degli altri, lo assaggiano persino gli italiani, sai!? Più di una persona mi dice “Sei in quel posto lì? Mi spiace ma io non posso mandare lì mia figlia o mia moglie da te a comprarlo”.
- Mmm… è buonissimo!
- Magari verranno, continua lui, se aprirò un posto fuori… Ma, come sai, non è roba da poco… il locale, il finanziamento, la licenza e i lavoratori, dove trovi gente onesta e che ti capisce? Qui ognuno viene da una tana diversa.
- Ci sono io, dice scherzando Ahmed, mi hai provato, no?
- Non è questo. Il commercio in questo paese è duro e molto sofisticato, scientifico direi, non come nei nostri paesi. Tutta la fatica per guadagnare cosa? Qui, a parte la pasta e il pane, chi ti viene a comprare una pizza? Dei dolci, è meglio non parlarne.
- Pecado, con un addolcimento della t, ironizza Frida, così almeno la gente non va a giocarsi lo stipendio nelle cure dietetiche…
- A proposito, dice Ahmed, tanto per parlare, sai qualcosa di Diego…?
- Non c’è più, sparito! Meglio per lui!
Frida guarda l’ora: - Devo scapare, dice, magari ci vediamo al concerto del tuo amico!
- Verrai anche tu, capo? - Domanda Ahmed assonnato.
- Al concerto, dice il marocchino, scherzi? Io non ho un giorno di riposo, ho un sacco di tasse da pagare ogni mese!

Raid notturno
Un elicottero nella notte fonda gira attorno al palazzone. Si avvicina ai balconi. Li inonda con un fascio potentissimo di luce bianca. Si sente il rumore insistente e fastidioso delle sue pale.
- Ulla madonna, che c’è? - chiede Ahmed già in piedi con gli occhi gonfi di sonno e di spavento. - Non ti preoccupare! - lo rassicura Modou - Non è mica Apocalypse now.
- Toc! Toc! - bussano alla porta. - Aprite! Carabinieri!
Modou apre, in pigiama.
Ispezionato l’interno dell’appartamentino, uno dei due agenti si rivolge ad Ahmed - Tu sei nuovo? I documenti ce li hai?
- Sì, s’affretta a dire Modou mentre Ahmed presenta la carta d’identità, è mio ospite.
- Cos’è questo bastone, chiede l’altro agente, a cosa serve?
- È uno strumento musicale, dice Modou bonariamente.
- Ah, continua l’altro agente, siete dei musicisti..., poi, al collega, va bene così. Andiamo. Buona notte!
- Alla fine, commenta Modou scoppiando a ridere, cosa viene fuori? kalche senegalese che c’ha un si-di da vendere… questa è proprio una barzelletta...
Giù si sentono delle grida di spavento. Modou corre al binocolo e nell’oscurità vede le volanti, le luci e tutto un raduno di ombre e di gente. Si sentono anche delle sirene.
I due amici si vestono in fretta e scendono.
Un giovanotto si è buttato dal terzo piano. È già in ambulanza.
- Voleva scappare, riferisce una giovane al microfono davanti a un fascio di luce accecante, le forze dell’ordine hanno sequestrato ingenti somme di danaro e merce contraffatta. Non è raro trovare delinquenti di grosso calibro in questo covo di etnie. Eccovi in diretta alcune testimonianze, mentre restiamo in attesa della dichiarazione ufficiale delle forze dell’ordine.
- È per dei cd! - dice un intervistato - aveva paura: loro urlavano alla porta “apri!!”, si è impaurito e si è buttato dal terzo piano.
- Non è giusto far morire la gente così! - è la voce di un altro intervistato.
- È morto? - chiede l’intervistatrice.
- No, no, dice un altro, si è rrotto le gambe... si vvede che è abbituato a questi salti mortali, anche le fforze dell’ordine sono rimaste male... eppoi... se non ha fatto niente di male, perché si è bbuttato?
Si sentono ancora le sirene, il rombo assordante dell’elicottero e delle sue pale, le voci urlanti… - Una vera armata, riprende con pathos la giornalista, sono arrivati un centinaio di agenti, sono entrati nelle case, hanno effettuato i controlli… mi rivolgo a lei che ha coordinato questa operazione...
- Sì, qui c’è un giro inverosimile di affari illeciti: contraffazione, spaccio, prostituzione, sfruttamento dei minori e dei clandestini… abbiamo anche trovato armi e bombe artigianali pronte all’uso. E' stato arrestato l’iman, il loro prete, che incitava gli islamici all’insubordinazione. Ma la situazione è ora sotto controllo. È tutto, grazie.

Milano solo andata
Il modesto concerto di Porto Recanati fu un successo per gli organizzatori.
Dopo Porto Recanati, la troupe era stata invitata dall’associazione “Amici dell’Africa” che opera ad Ancona. Quella sera Modou fece la conoscenza di un distinto signore milanese, che trascorreva ogni anno una decina di giorni nella zona di Senigallia.
“Se qualche volta ti capiterà di venire a Milano, fammelo sapere” gli aveva detto il milanese, porgendogli il suo biglietto da visita.
Una settimana dopo apparve un suo trafiletto su un giornale locale. L'articolo si dimostrò essere una vera patente che permise alla troupe di Modou di viaggiare nelle alte sfere dello spettacolo. Qualche mese più tardi, nella stagione del gelo e della nebbia grigia, Modou e la sua troupe si trovano a suonare, come per incanto, nel vasto appartamento del distinto signore milanese. Modou accarezza il magnifico sogno di creare una troupe. I giardini pubblici di Milano, nelle giornate tiepide, quando non piove, sono il suo palcoscenico.
Carico d’entusiasmo, Modou riesce in tempi brevi ad organizzare un vero e proprio concerto, questa volta all’aperto.
In quell'occasione Ahmed va in via Padova a sistemare i capelli da un connazionale.
Sull’autobus all'improvviso s’imbatte in Diego.
Gli sorride, ma Diego, invece di salutarlo, alza il mazzo di chiavi da cui spuntano un dente, un medaglione, una piccola penna e un coltellino da campeggio aperto e si mette a farli tintinnare. In quel momento l’autobus frena e Ahmed urta Diego, che lo respinge violentemente – Stronzo!
Ahmed è stupito. Cerca di riaversi.
- E non ti scusi?!
- E di che?! Non è mica colpa mia.
Con la mano piena di chiavi Diego gli sferra un pugno in faccia. Un passeggero, un Nac, cerca subito di separarli, ma la loro lite richiede più spazio. Scendono quindi alla fermata successiva e, dopo un breve “botta contro botta”, Diego pianta la lama del suo coltellino nel torace ad Ahmed. Attonito e stravolto, Ahmed cade.
Il passeggero, che ha tentato invano di separarli, sceso anche lui, afferra il braccio di Diego e lo immobilizza.
Una piccola folla riempie presto il marciapiede e una volante della polizia è già sul posto. Diego viene ammanettato. Il braccio del Nac sanguina.
- Non è grave, lo rassicura una signora.
Le fitte di dolore al cuore intanto rendono sempre più difficoltoso il respiro ad Ahmed e lo costringono ad economizzare l'aria, che si è fatta sempre più rara e preziosa. È confuso... vede visi familiari, gli occhi neri di Frida e il suo dolce sorriso, la pelle nera di chi lo ha salvato dai campi di pomodori….
È indifferente al dolore, al peso del respiro, alle luci azzurre intermittenti, al rombo del motore, al tremore del corpo, alle mani delicate dei soccorritori... si spegne lo sguardo. Nebbia nera, sonno, oblio … nulla.
Gli infermieri dell'ambulanza caricano i due uomini.
È l’ora dell' happy-hour, dice la canzone, nel felice paese rose-bonbon

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Anno 7, Numero 30
December 2010

 

 

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