El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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pap khouma

Cari lettori,

sul numero di settembre 2010 avevamo citato i nomi di alcuni protagonisti di quelle che si potrebbero definire le prime fasi della letteratura italofona. Su questo numero abbiamo approfondito il tema e condividiamo con voi gli interventi o racconti di alcuni di loro, persone che meritano tanta riconoscenza: Alessandro Micheletti, Oreste Pivetta, Abdelmalek Smari, Salah Methnani, Gëzim Hajdari, Graziella Parati, Julio Monteiro, Mauceri Cristina Mauceri, Silvia Camilotti. Insieme a loro potete leggere altri validi scrittori o interpreti di culture diverse: Pina Piccolo, Félix Bruzzone, Shola Olowu-Asante, Sujata Bhatt, Darien Levani, Stefanie Golish, Gregorio Carbonero, Sara Chiodaroli, Božidar Stanišic, Gioia Panzarella, Lorenzo Luatti, Francesco Orlando. Se altri scrittori assenti questa volta ci manderanno dei testi, El-Ghili sarà lieta di pubblicarli nei prossimi numeri, da Saidou Moussa Ba, a Shirin Ramzanali Fazel, Mohsen Melitti, Erminia dell’Oro, Nassera Chohra.

Sin dall’inizio della nostra avventura letteraria, nel 2003, il nostro intento era quello di contribuire, con gli scarsi strumenti a nostra disposizione, alla promozione della lingua italiana qui e altrove. Un compito per nulla semplice. Vi ricordiamo ancora che i membri della redazione e i collaboratori di El-Ghibli sono dei volontari, sono persone che amano e hanno scelto di scrivere nella lingua di Dante, anche se sono capaci di parlare e di scrivere in altre lingue senza dubbio molto più quotate nei scenari internazionali: francese, inglese, spagnolo, arabo o portoghese. In questi quasi otto anni di esistenza, abbiamo pubblicato su El-Ghibli centinaia di racconti, saggi, poesie, elaborati e scritti da italofoni; abbiamo dato ampi spazi a scrittori autoctoni; abbiamo lasciato sempre il libero accesso al nostro archivio e infatti è consultato da critici, lettori, giornalisti, laureandi, docenti, studiosi italiani e internazionali; manifestiamo la nostra indignazione quando l’italiano viene scartato come lingue di lavoro dalle varie commissioni dell’Unione europea; abbiamo pubblicato un paio di libri, che sono in parte degli inediti e in parte dei raccolti di testi della rivista; organizziamo o partecipiamo a numerosi convegni in Italia e all’estero; andiamo nelle scuole, nelle università, ci confrontiamo con docenti e studenti su temi che spaziano dalla letteratura ai rapporti socioculturali.

Oltre la letteratura

Ogni fine anno, la nostra redazione riflette anche su alcuni eventi socioculturali trascorsi e si perde in buoni propositi per l’anno che verrà. Siamo arrivati ancora una volta a dicembre con l’amara costatazione che la crisi finanziaria o economica -a secondo delle inefficienti scuole di pensiero- non guarda in faccia nessun paese piccolo o grande; che le infinite guerre, quelle mediatizzate all’estremo (Iraq, Afganistan, Israelo/palestinese) e quelle tendenzialmente dimenticate (Cecenia, Somalia, Darfour…), mietono ancora troppe vittime… collaterali, civili indifesi, donne e bambini innocenti; che l’odio tra i popoli naviga ancora a gonfie vele. L’anno 2010 era iniziato in Italia con una violenta caccia al nero nelle campagne di Rosarno, in Calabria. Tanti responsabili politici tentavano di minimizzare l’accaduto mentre le immagini di quest’infame evento facevano il giro del mondo. Per fortuna, non erano mancate indignazioni e dure condanne del Vaticano e di diverse realtà sociali del paese.
Delle donne straniere e italiane avevano organizzato per la prima volta in questo paese lo sciopero nazionale degli immigrati. Se non tutti gli immigrati avevano potuto aderire, il primo marzo 2010, data scelta come giorno della protesta, è stata una presa di posizione politica urgente, doverosa. Ha permesso agli immigrati, ai tanti italiani e alle associazioni che avevano partecipato all’iniziativa di fare almeno riflettere e di mandare dei messaggi positivi al paese. L’anno finisce senza un’evoluzione positiva dei diritti basilari degli immigrati in generale. Lo dimostrano ampiamente le recenti proteste di giovani immigrati costretti a salire e a rimanere giorno e notte su un’alta torre di una exfabbrica di via Imbonati a Milano e altri ad arrampicarsi per settimane su una gru del cantiere della metropolitana in costruzione a Brescia. Né la pioggia né il freddo dell’inverno né le minacce di espulsione dal territorio nazionale ventilate delle autorità di polizia sono riusciti a piegare la loro determinazione generata dal fatto di sentirsi raggirati dallo Stato italiano. In pratica, sulla base di una legge, è stato richiesto a loro di versare del denaro ai rappresentanti delle autorità, di presentare dei documenti e, previ accertamenti, avrebbero potuto ottenere un permesso del soggiorno e uscire finalmente dal tunnel della clandestinità. Loro giustamente si sono fidati. Però, una volta i soldi versati, passano i mesi, passano pure gli anni e queste persone, questi esseri umani, non hanno ricevuto nessuna risposta positiva o negativa sulla loro posizione giuridica e quanto meno sui soldi incassati dallo Stato. Spinti dalla disperazione hanno attuato questa protesta clamorosa ma pacifica, mettendo addirittura in pericolo la propria vita. E’ stato un atteggiamento di responsabilità individuale, una consapevolezza politica degna.
Incontro spesso delle donne immigrate che mi raccontano il loro rapporto travagliato con le intricate norme delle leggi. Sono donne in regola, con un lavoro regolare, una vita regolata. Sono madri di famiglia che crescono da sole i propri figli, perché sono separate, divorziate, ragazze madri. Il mercato offre a queste donne di origine straniera delle mansioni modeste, anche se hanno una professionalità. Quando richiedono la carta di soggiorno o la cittadinanza italiana dopo anni di residenza e di onesto lavoro, a loro vengono contestato il fatto di avere un basso reddito. Un guadagno mensile insufficiente per mantenere se e uno o due figli. E addio carta di soggiorno o accesso alla cittadinanza. E’ irragionevole, raccontano queste donne, perché con quel reddito basso hanno tirato su la famiglia, anche con difficoltà, e continueranno a farlo ma con meno diritti. Queste donne sono doppiamente penalizzate: un marito assente in tutti i sensi e uno Stato che si meraviglia della loro capacità di crescere i propri bambini con un reddito considerato basso.

A Febbraio, il giorno 12, presso la Biblioteca Dergano Bovisa in via Baldinucci 76 Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda di Milano, che ci supporta in tutti i nostri rapporti con gli Enti, poiché fin dall'inizio ha contribuito alla diffusione della Letteratura della Migrazione, organizzerà un convegno di riflessione e celebrazione di questi 20 anni della scrittura in italiano degli scrittori di origine straniera. Chi potesse è invitato a partecipare.

Cari lettori, vi auguriamo un buon anno.

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Anno 7, Numero 30
December 2010

 

 

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