Nota biografica | Versione lettura |
I polpacci duri e nodosi come un pugno
le gambe aperte a triangolo piramidale
e le cosce, che appena sulle ginocchia d’improvviso
si arrotondavano, scoperte fino alle mezzelune
crescenti delle natiche.
Il vestito slavato e ristretto dall’uso
come se a causa della povertà le fosse cresciuta dentro,
- vitalità che fuoriusciva dalle cuciture,
a punto di strappo, rigonfio di rullini e cuscinetti di carne.
Come vespe intorno al vespaio i ragazzi
la circondavano e peggio
se s’inclinava sul bucato sbattendo
e frustando, ricci i capelli schizzati
e lo sguardo che punzecchiava
compiaciuta e procace.
Si tentò di toglierle dalla testa quelle cose
inutilmente, era felice in quel modo
anche se lavorava come una forsennata.
Se non ricordo male si chiamava Maria
capita a persone come lei di chiamarsi Maria.
In alto il lucernaio lasciava entrare le nuvole
e così come ora la memoria sembra attraversare un amabile
banco di nebbia, illuminava una scrivania scura
e Giuseppe che sedeva a sbagliare
il genere dei nomi, che mandava lettere di augurio
come se fossero condoglianze,
su cartoline bianche con l’orlo nero
perché ne aveva tante di riserva
e in mancanza di altre, – di decessi in quel
periodo non se ne ricordano, scriveva su quelle.
Vicino c’era un divano piccolo, a fiorellini,
azzurro, impallidito a causa della luce
bianca, e ancora poco più in là
sulla carta da parati una macchia, accanto
al divano dove di solito sedeva Carmela, magra credo,
direi magra ora lo dicono tutti, a fare la maglia, quando mori, tutti
rimasero a guardare la macchia,
- la macchia rimase, benevola condiscendente, lei
morì di cancro, nella stanza vicina, un medico
amico, medico forense
per caso, fu il primo che se ne accorse.
Dopo quando si seppe di un suicidio accaduto
in circostanze morbose erano tutti lì
e c’era chi vergognandosi guardava la macchia
e la macchia si rinnovò, sembrava
più chiara con una degradazione di orli tra gli strati della carta da parati.
Poi tutto fini per immergersi in fotografie, chiuse
in una cassapanca, il matrimonio di Pasquale,
lo spintone di Lucia a Antonietta
il ruzzolone dalle scale, la nascita di Pinuccio
le orecchie a sventola, il pianto di Alberto.
E anche la macchia, che ricorda tutto
quanti rimasero pensierosi a guardarla
per non vedere altro. E alla fine
il colore della parete, in contrasto col bianco nuvola
senza peso del salottino celeste si è volto
verso un giallo plumbeo
intenso, a causa della macchia sorgente,
ci chiede cautela, precisione, dignità
per queste specie rare
in via d’estinzione.
quando me ne sono accorto era lì
accanto al telefono, sul tavolo,
fuori luogo come un fazzolettino sporco
o una biro con la punta dischiusa
vibrava d’impazienza
pronta a precipitare come un bicchiere troppo all’orlo
o a sbattere sul vetro della finestra chiusa
un ottuso moscone che tenta di uscire
poi, appena l’ho dimenticata
me la sono ritrovata tra le mani,
lì dove proprio, proprio non avrebbe mai
dovuto essere, e pensavo,
quante cose mi sono sfuggite, quante stringendole
con inquietudine ho rotto senza volerlo
era così strana, forse per farmi capire
che mi apparteneva – non sono sicuro
di quanto ciò m’importi, e che con me era limpida
malgrado qualche incrinatura (ma forse era così già prima)
per quel che mi riguarda ho imparato a riconoscere i suoi imbrogli
portata al guinzaglio vorrebbe fingere la fedeltà di un cane
sotto la pioggia la docile resistenza di una tegola
guardata con indifferenza lo scricchiolio
del legno, l’autunno che inizia sotto i porticati
se tu la desiderassi, allora senza dubbio, farebbe finta di essere
una folata di foglie secche, vicino a un albero
tra croste sparse della corteccia
tra spruzzi di pioggia e un ramo spezzato
che non finisce di staccarsi e resiste,
e nella frattura tra le fibre rinsecchite
quell’infernale insensato viavai di formiche
se invece fossi io a volerla, come mordersi la lingua
in mezzo a una discussione accalorata
o un mal di denti in una notte d’estate
quando il caldo pachiderma passa trotterellando
sulla città tamburo
so che se la guardo incuriosito mi colma gli occhi
fino al batticuore, ma io continuo a guardarla con insistenza
penso che ora mi è più vicina e non avrò più bisogno di trattenerla
credo che finalmente mi abbia perdonato
a patto che tu stia zitto mi dice, a patto
che tu stia zitto.