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una riflessione sulla traduzione inglese di "le tigri di monpracem" di emilio salgari

masturah alatas

Non avevo mai sentito parlare di Emilio Salgari prima di trasferirmi in Italia. Ora, è probabile che io sia l’unica Malese di aver letto, in italiano, Le Tigri di Mompracem(1900). Il mio essere Malese mi mette in una posizione privilegiata per commentare il lato esotico del romanzo. Ma sapendo che Salgari non è mai stato in Malesia e la sua rappresentazione del paese è frutto di fantasia e non di esperienza personale, non ho affrontato il romanzo aspettandomi un ritratto accurato e realistico. Volevo semplicemente capire che idea della Malesia lo scrittore veronese si era fatto.

Per esempio, come Salgari stesso era consapevole, per chi scrive sulla Malesia dell’Ottocento è impossibile trascurare il carattere multirazziale del paese. La parola ‘razza’ compare tante volte in Le Tigri di Mompracem. Yanez, il portoghese, appartiene alla “razza meridionale”1 mentre gli inglesi e gli olandesi non sono della razza settentrionale bensì “la razza bianca”2. Sandokan, il malese, è invece di una “razza di colore”3. Il modo incoerente nel quale Salgari adopera la parola razza (‘bianca’ è un colore mentre ‘meridionale’ è più ambiguo; vuole dire tutto o niente: per gli inglesi voleva dire un italiano, un spagnolo, un greco o un portoghese, e per gli italiani voleva dire uno del sud d’Italia) conferma che la parola è da intendersi come un “floating signifier” (Stuart Hall)4: essenzialmente il termine ‘razza’ significa cose diverse per le persone che lo usano, e non necessariamente questi significati derivano da teorie darwiniane.

Però non è l’uso della parola razza in sè che ci rivela qualcosa dell’epoca in cui viveva Salgari quanto gli aggettivi associati alla parola. Nonostante i portoghesi fossero una potenza imperiale nella Malesia prima degli olandesi e degli inglesi, e nonostante Yanez sia “dalla pelle bianchissima”5 è probabile che la parola ‘meridionale’ abbia una connotazione negativa per un lettore italiano dell’Ottocento poiché ‘la questione meridionale’ indicava problemi sociali per i sudditi del Regno d’Italia.

Ciò che mi ha colpito in quanto lettrice malese al corrente che nella Malesia odierna la razza di una persona determina anche i suoi diritti legali, è la leggerezza con la quale Salgari racconta i rapporti fra le razze. In Le Tigri di Mompracem l’eroe malese, Sandokan, che vuole vendicarsi dei torti subiti dagli inglesi, non è mai giudicato da questi ultimi in base alla sua razza o alla sua cultura ma viene valutato invece per la sua virtuosità. Non sentiamo mai Lord James Guillonk dire a sua nipote, Marianna,: ‘Non sposare Sandokan perché è malese e mussulmano’. Ciò che è sottolineato è quanto sia feroce Sandokan, non il suo non essere non europeo.

Ed è esattamente qui, nel tentativo di Salgari di sopprimere la consapevolezza razziale (anche se Salgari non ci riesce completamente. Sandokan, ad un certo punto dice a Marianna: “non irritatevi se io vi confesso il mio amore, se vi dico che io, quantunque figlio di una razza di colore, vi adoro come un dio…”6) che io vedo un modello per ripensare la rappresentazione dei rapporti interculturali nella scrittura. Si può immaginare oggi un romanzo contemporaneo con un cast multiculturale nel quale le identità dei personaggi non sono problematizzate? Nel quale non si parla nemmeno di conversione? Ci sono tanti racconti – viene in mente “Estraneità” di Muin Masri pubblicato nell’antologia Amori Bicolori7 – sul tema della risoluzione dei conflitti. Ma in questi testi contemporanei il conflitto culturale è centrale per la trama in modi che sono quasi completamente assenti da Le Tigri di Mompracem.

Certo, si può sempre sostenere che il conflitto culturale in Le Tigri di Mompracem è così centrale da tradursi in conflitto militare. Dopotutto la trama del romanzo ruota intorno non alla lotta per riconquistare Romades, il regno usurpato di Sandokan, ma intorno alla battaglia per Marianna. E Marianna è disposta a sposare Sandokan e diventare la regina di Mompracem solo a condizione che lui abbandoni le armi.

“Sandokan, – disse [Marianna] con un accento che non tremava. – Se ti dicessi rinuncia alle tue vendette e alla pirateria e se io spezzassi per sempre il debole vincolo che mi lega ai miei compatrioti e adottassi per patria quest’isola, accetteresti, tu?”

“Tu, Marianna, rimanere sulla mia isola?” “Lo vuoi?”
“Sì, e io ti giuro che non prenderò le armi che in difesa della mia terra.
“Mompracem sia adunque la mia patria e qui rimango!”8

Le Tigri di Mompracem, dunque, è anche un romanzo in cui amor vincit bellum: le unioni interrazziali tra nemici sono possibili solo grazie all’amore. Per questi motivi ritengo che Salgari sia ancora molto rilevante per i nostri tempi, e occorra leggerlo oggi con l’occhio critico che merita, anche se questo vuol dire richiamare l’attenzione su alcuni aspetti negativi delle sue opere.

Per esempio, ad un certo punto nel secondo capitolo de Le Tigri di Mompracem, il narratore onnisciente dice: “Stavano per scendere la spiaggia, quando furono raggiunti da un brutto negro dalla testa enorme, dalle mani ed i piedi di grandezza sproporzionata, un vero campione di quegli orribili negritos che s’incontrano nell’interno di quasi tutte le isole della Malesia.”9 Nello stesso capitolo troviamo anche “siamesi dal viso romboidale,…i negritos con delle teste enormi ed i lineamenti ributtanti”10. È importante sottolineare che queste parole sono pronunciate dal narratore onnisciente e non da uno dei personaggi.

Non sempre noi scrittori possiamo determinare il significato delle nostre parole in contesti sociali e storici differenti. Ma siamo pienamente consapevoli quando scegliamo i nostri aggettivi. Quando nello stesso capitolo troviamo aggettivi come “brutto”, “orribili” e “ributtanti”, non si tratta di un lapsus freudiano. Uscirsene con un aggettivo come “romboidale” richiede un po’ di deliberazione mentale.

I negritos sono un popolo indigene – coloro che i malesi chiamano gli orang asli o ‘gente originale’ – che vive nella giungla del Sudest asiatico. Esploratori spagnoli nelle filippine del Cinquecento avevano battezzato questi orang asli col nome ‘negritos’. Quanto “originari” siano è una questione antropologica irrisolta. Ma la vera domanda non è perché persone che assomigliano ai pigmei del Congo si trovino nella giungla malese ma perché si aggirino nel romanzo di Salgari. Che ruolo hanno? Innanzitutto, insieme ai malesi, i cinesi, gli indiani e i dayachi, funzionano per mettere in risalto la natura multirazziale della società malese, una delle realtà che Salgari è riuscito perfettamente a catturare. Questi gruppi sostengono Sandokan nella sua lotta indipendentista, e quindi il loro ruolo nel romanzo è dimostrare che Sandokan aveva l’appoggio della gente locale contro i colonizzatori britannici.

Nel contesto della frase citata sopra la parola “negrito” è relativamente meno offensiva rispetto alle parole “brutto”, “orribili” e “ributtanti”, soprattutto quando queste non vengono mai applicate agli inglesi, i malesi, i cinesi, ecc., del romanzo. Gli inglesi sono “inesorabili”11 nella loro cattiveria ma non sono mai fisicamente ributtanti. D’altronde bisogna dire che mentre i negritos sono brutti, non sono mai cattivi. Sono buoni selvaggi. Ma chiedete a chiunque: cosa è peggio? Essere descritto come brutto, orribile o ributtante (non che per i siamesi sentirsi dire d’avere un viso romboidale sia un complimento) ma buono? Cosa è meglio? Esser insultato per il carattere morale che sai che puoi cambiare, o per la fisionomia che sai che devi tenere per tutta la vita? Né possiamo dire che fra tutti i negritos che Sandokan ha la fortuna d’incontrare nella giungle s’imbatte con uno brutto e non uno bello. No, il negrito che Sandokan incontra non è un’eccezione. Non solo è eccezionalmente brutto ma è “un vero campione” di tutti gli “orribili negritos”.

Invece nello stesso brano i dayachi, un altro gruppo di orang asli, sono “di alta statura, dai lineamenti belli...”12 Queste opposizioni manichee non assolvono il brano dall’accusa di razzismo solo perché altri selvaggi sono considerati belli; come detto prima, nessun europeo è descritto come orribile o ributtante. Un conto è descrivere individui come brutti o belli, e un conto è descrivere le “razze” come tali. Nel relativismo razziale di Salgari non è il malese, il cinese, l’indiano, il dayaco, il portoghese o l’europeo che sta in basso nella scala estetica ma il negrito, riflettendo non solo la sua opinione personale ma la concezione popolare del suo tempo che più tardi, negli anni Sessanta, sarebbe stata contestata dal movimento ‘black is beautiful’.

Cerchiamo invece d’immaginare Salgari nell’atto della scrittura. Salgari ha il compito di descrivere gente che la maggior parte dei suoi lettori non hanno mai visto e non riescono neppure a immaginare. Non a caso Salgari è considerato il progenitore della fantascienza italiana. Salgari doveva far vedere e immaginare ai suoi lettori la gente di un mondo a parte. Non penso che Salgari abbia mai neppure lontanamente immaginato che una malese a Macerata un giorno lo avrebbe letto e gentilmente rimproverato. No, Salgari non si stava cimentando come scrittore di fantascienza nel brano citato sopra. Sappiamo che Salgari si è documentato sulla Malesia (qualcuno dice che le ricerche del botanico Odoardo Beccari sono state una delle fonti principali di Salgari). Doveva sapere che i negritos e i siamesi erano persone esistenti, e che questi ultimi erano abitanti del Regno del Siam, non del pianeta Saturno. Se Salgari avesse voluto scrivere fantascienza avrebbe inventato nomi per popoli inesistenti, non avrebbe usato nomi veri per popoli veri. Inoltre, il suono della parola “dayaco” sarebbe sembrato altrettanto strano per un lettore dell’Ottocento, eppure i dayachi non sono qualificati con degli aggettivi negativi.

Gli scrittori inglesi, invece, erano più sottili – scrivevano con più “ritegno”, per usare una parola conradiana – quando esprimevano i loro giudizi estetici sui ‘popoli primitivi’? Alcuni lo erano, altri no. Anche se Chinua Achebe ha accusato Joseph Conrad di essere un “bloody racist”13 (maledetto razzista), non c’è nessun negro “orribile” o “ributtante” in Cuore di tenebre (1899), né tantomeno in The Negritos of Malaya (1937), dell’antropologo brittanico Norman Evans.

Chiunque scrive di una società multirazziale deve porsi la domanda: nel descrivere una persona di una razza diversa quali sono i dettagli necessari per la trama e per farne un buon personaggio? Possiamo dire con tranquillità che se le parole “brutto”, “orribili”, “romboidale” e “ributtanti” fossero assenti dal brano tale mancanza non avrebbe compromesso il nostro apprezzamento de Le Tigri di Mompracem.

In effetti, come si può vedere nella versione inglese de Le Tigri di Mompracem, il traduttore Nico Lorenzutti ha optato per una resa politicamente corretta e ha tolto questi aggettivi, ritenendo che “quelle parole potevano far apparire Salgari come un razzista agli occhi di un recensore”14. Per Lorenzutti era più importante che “la gente leggesse la storia – il racconto – e che non si perdesse in analisi o dibattiti su Salgari, se era o non era razzista come altri lo definiscono”15.

Nel dibattito sul razzismo nella letteratura, però, c’è chi sostiene che il riconoscimento di elementi di razzismo in un’opera non compromette necessariamente l’apprezzamento dell’opera stessa sul piano estetico o per quanto riguarda il piacere della lettura. Insegniamo ai nostri studenti a non giudicare mai un’opera letteraria in base alle sue parti, a condannare un opera intera per una frase, anche se, qualche volta, quella frase può ferire, può uccidere il piacere di leggere e, quando viene pronunciata in un contesto reale, può anche uccidere un uomo. Nessun critico letterario serio negherebbe la presenza di elementi anti-semitici nelle poesie di Ezra Pound o T.S. Eliot. Allo stesso tempo, nessun critico serio sosterebbe che non fossero grandi poeti, e questo porta il dibattito su un altro piano: che cos’è la grande letteratura? Insegniamo anche ai nostri studenti di non nascondersi dietro la scusa dello storicismo -- che gli scrittori sono schiavi del loro tempo – perché sappiamo che tanti, Salgari compreso, non lo sono. Vogliamo che i nostri studenti capiscano che gli scrittori, come le loro opere, sono pieni di contraddizioni. E di sorprese.

Io, come insegnante di lingua inglese, insegnerei ai miei studenti italiani sia la versione inglese sia quella italiana di Le tigri di Mompracem proprio per dimostrare quanto le strategie di traduzione riflettono i cambiamenti nelle attitudini verso il concetto di razza. Allo stesso tempo, userei il romanzo per insegnare che le giustificazioni o le critiche del razzismo non dovrebbero essere viste come forme di discorso tipicamente occidentali, perché questo implicherebbe che ci sia stato un solo Impero, un solo centro di potere, un solo gruppo di persone con un senso di superiorità o di vergogna. Io, per prima, come malese, non vivo sotto l’illusione che alcuni malesi non siano razzisti – che non ci sia discriminazione contro i negritos o altri cittadini della Malesia venuti nel paese come immigrati -- e che il loro razzismo non si esprima o si contesti nel discorso politico e letterario.

1 E. Salgari, Le Tigri di Mompracem, Einaudi Torino, 2003.
2 Ivi, p. 5.
3 Ivi, p. 7.
4 S. Hall, “Is Race A Floating Signifier?”, The Sage Anniversary Lecture and the Hayard Lecture, Goldsmiths College/Lewisham Council, 1996.
5 E. Salgari, Le Tigri di Mompracem, cit., p. 5.
6 Ivi, p. 55.
7 Laterza, Roma-Bari 2008.
8 E. Salgari, Le Tigri di Mompracem, cit., p. 222.
9 Ivi, p. 11.
10 Ivi, p. 10.
11 Ivi, p. 7.
12 Ivi, p. 10.
13 C. Achebe, “An image of Africa: Racism in Conrad’s Heart of Darkness”, Massachusetts Review, 18:4 (Winter 1977), pp. 782-94.
14 N. Gruppi (con un appendice di Nico Lorenzutti) in “Nella lingua dell’Impero: La prima traduzione inglese di Le Tigri di Mompracem” in Emilio Salgari e la grande tradizione del romanzo d’avventura, ed. Luisa Villa, Genova, ECIG, 2007, p. 277.
15 Ivi, p. 279.

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Anno 6, Numero 27
March 2010

 

 

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