El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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per andare nel regno unito

adaobi tricia nwaubani

Qualcuno mi pestò un piede mentre un altro si aggrappò al colletto della mia camicia nuova di poliestere. Sentii i piedi sollevarsi dal terreno; la mia faccia andò a incastrarsi nell’ascella umida e irsuta di una donna. Nonostante questo, continuai a farmi largo nell’orda di aliti mattutini e sudore imbevuto di adrenalina senza perdermi d’animo. Avevamo tutti un fine comune. Volevamo attraversare per primi i cancelli semi aperti.

“Fate piano, fate piano!” urlò una guardia panciuta. Ma la delizia che esprimeva la sua faccia non corrispondeva alla rabbia della sua voce. Viveva il sogno di ogni plebeo – la possibilità di esercitare un pizzico di tirannia. “Non fatemi arrabbiare stamattina, gente!” continuò urlando ancora più forte di prima.

La folla non gli diede ascolto e continuò a farsi avanti come una piaga di ratti richiamati dalla musica del pifferaio magico di Hamelin. Vedendo che il loro superiore veniva così impunemente ignorato, altre guardie più macilente si diressero verso la folla con insulti e fruste. Guaiti di dolore si alzarono a rapidi intervalli dalla folla come le castagnole a capodanno. Esitanti cercammo di ricomporre quella che fino a pochi secondi prima era stata una fila ordinata. Alcuni furbetti approfittarono del trambusto per guadagnare uno o due posti rispetto alla loro posizione originale.

Ero arrivato alle cinque quel mattino per mettermi in fila davanti all’edificio dell’Alto Commissariato Britannico in Walter Carrington Crescent a Lagos. A quell’ora dovevano esserci già almeno centocinquanta persone prima di me che aspettavano di richiedere il visto. Molti di questi pellegrini si erano accampati lì fin dalla notte precedente. A quella stessa ora l’ambasciata americana dall’altra parte della strada avrà avuto cinquecento persone radunate di fronte all’edificio. Ma almeno gli americani erano stati così gentili da procurare un riparo più o meno adeguato e delle sedie su cui i loro clienti potessero mettersi comodi. E che importa se il novanta per cento di quelle persone sedute ora così comode sarebbero tornate a casa con le speranze di vivere nel Vero Paese di Dio schiacciate come pidocchi tra le unghie dei solerti impiegati dell’ambasciata americana. Senza nemmeno che venisse loro concesso il tempo di recitare le frottole escogitate su cosa pensavano di fare in America, chi andavano a trovare o se avevano intenzione di ritornare. Dopo aver aspettato in piedi per ore esposti alla corrente ostile dell’Harmattan, finalmente, a mezzogiorno, i cancelli dell’Alto Commissariato Britannico furono spalancati dandoci accesso alla sezione visti dell’edificio.

Mi ero fatto largo tra i corpi brulicanti, ero sgusciato attraverso l’imbuto ai cancelli per poi ritrovarmi in uno stretto corridoio. Una guardia più mansueta attendeva all’altro capo. Aveva esaminato i miei documenti, annuito e mi aveva accompagnato in un’altra parte dell’edificio in cui mi ero messo in coda per pagare le tasse amministrative.

Quando arrivò il mio turno, la signora allo sportello mi fissò con indifferenza e blaterò qualcosa che non compresi. ‘Nere britanniche’ venivano chiamate in quei tempi le persone come lei.
“Come scusi?” chiesi azzardando l’imitazione del suo accento nasale.
“Sono settemila naira” disse con fermezza, come un’impiegata dell’ufficio postale.

Di malavoglia le mie dita si separarono dal fascio di fruscianti banconote da cinquecento naira che avevo nascosto nelle mie calze lunghe fino al ginocchio mentre mi guadagnavo a spintoni l’entrata nell’edificio. Tutte le mie fatiche delle ore precedenti sarebbero state completamente vane se non avessi avuto da anticipare i soldi per la tassa. Ritirai un foglietto numerato in cambio dei contanti e mi diressi verso una delle lugubri panche di legno che fiancheggiavano la vasta sala.

“Uff”, sospirai.

Era un sollievo poter riposare i piedi sulla terra ferma e respirare aria di organizzazione. Tecnicamente, mi trovavo già adesso in territorio britannico. Anche se quel mattino di dicembre non c’erano né una brezza invernale né una pioggia gelida, il territorio dell’ambasciata era a tutti gli effetti Regno Unito. O almeno, è ciò che i governi di questo mondo avevano concordato di far credere a tutti. Allungai il piede sotto la panca di fronte e mi rilassai. Poi mi concentrai sul problema principale che si sarebbe presentato a breve.

Le possibilità che il mio visto per il Regno Unito venisse approvato erano basse – molto basse. A essere onesti, nessun funzionario dell’ufficio visti nelle sue piene facoltà mentali crederebbe che un giovane senza lavoro privo di forti legami familiari in Nigeria voglia solamente recarsi a Londra in vacanza; ma d’altronde valeva la pena tentare come molti avevano già fatto prima di me. Mio cugino aveva fatto richiesta per il visto l’anno scorso e lo aveva ottenuto. E anche lui era disoccupato. All’inizio, non avevo nemmeno intenzione di prendermi il disturbo di battere questa strada. Avevo la fortuna di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno all’Alto Commissariato Britannico. E per la somma di trecentocinquantamila naira, quel qualcuno mi avrebbe fatto un favore.

Le mie meditazioni furono interrotte da un tonfo sordo alla mia destra. Mi girai e vidi un elaborato caschetto di fitti capelli ricci che apparteneva a un uomo basso e tozzo appena approdato sul posto accanto al mio. L’uomo sistemò la sua mole voluminosa sul legno compensato e si mise seduto dritto. Indossava una giacca Burberry, scarpe Burberry e aveva un paio di occhiali da sole firmati Hugo Boss agganciati alla maglietta di Tommy Hilfiger. Mi accorsi che era uno degli esuberanti piantagrane che avevano infastidito la folla in attesa fuori. Aveva cercato di saltare qualche posto nella fila già da prima che aprissero i cancelli. Mmmh. Come aveva fatto ad arrivare alla sala così velocemente?

D’un tratto l’uomo voltò il capo. Io non distolsi lo sguardo abbastanza velocemente. Il suoi occhi incrociarono i miei e non se li lasciarono sfuggire. Poi sogghignò e allungò un braccio.
“Ehi fratello, che mi dici? Come ti butta?”
“Bene, grazie” risposi, posando la mano nel calore del suo palmo umidiccio.
“Mi chiamo Charlie” esclamò raggiante. “Io Kingsley” risposi con un mezzo sorriso.

Mi ripresi il braccio e il sorriso e guardai da un’altra parte. Riportai i miei pensieri al problema del giorno. D’un tratto, un’altra frase allegra si sprigionò come un fulmine.
Na wa la ressa di stamattina, fratello mio. Grazie a dio che almeno siamo riusciti ad entrare.”

Si era sporto leggermente in avanti con lo sguardo fisso su di me. Non c’erano dubbi sul fatto che fossi il destinatario della sua affermazione.
“Sai alcune di quelle persone non le faranno nemmeno entrare,” continuò. “Appena questa sala è piena, chiudono a chiave le porte dicono a tutti di tornare domani.”
“Davvero?” Se quello che diceva era vero, meno male che avevo affrontato il purgatorio dell’attesa mattutina prima dell’alba.
“È la verità!” Insistette Charlie, facendo schioccare d’un tratto il collo, come un capo villaggio che ha appena pronunciato un verdetto. “Non conosci queste persone bene come me. Anzi per noi che siamo riusciti ad entrare, adesso è arrivato il momento di cominciare a pregare intensamente… credimi.” Si inclinò verso di me e abbassò il volume della voce come se stesse architettando un colpo di stato. “Sai, a dire il vero questa è la terza volta che vengo qui negli ultimi sette mesi, quindi so benissimo di cosa parlo”.

“La terza volta?” “Shh” disse cauto guardandosi intorno per assicurarsi che nessuno ci avesse sentiti. “Sì fratello mio. Non conosci queste persone bene come me… non è così facile eh. La prima volta mi hanno detto che non avevo i documenti giusti… la seconda hanno detto che non erano sicuri che sarei tornato…’sta volta, voglio proprio vedere cosa diranno.”

Mi fece un sorrisetto compiaciuto, infilò la mano nella busta di manila che aveva in grembo e ne tirò fuori un passaporto nigeriano. Lo aprì alla pagina su cui si trovavano i dati personali scritti al computer e li indicò. Seguii con gli occhi il suo indice fino alla data di nascita – 4 Luglio, 1980. Lo guardai in faccia. Nonostante avesse i tratti ben definiti e la carnagione di un bel color seppia, i suoi occhi invecchiati rivelavano la maturità di un’età di almeno dieci anni superiore ai venti che proclamava il passaporto. Ridacchiai, all’inizio un po’ esitante, finché non mi accorsi che Charlie stava a sua volta cercando di nascondere il suo divertimento.
Scoppiammo in una risata soffocata come due monelli di prima elementare.
“E dici che non se ne accorgeranno?” chiesi, dopo essermi schiarito la voce e aver riacquistato un po’ di forze. “Ah, ah” disse con sicurezza come il primo uomo che fece volare un aereo. “Non dimenticare che questi sono oyibo. I bianchi non sanno mica distinguere la faccia dei neri. Conosco molte persone che usano regolarmente passaporti di altri. Devi solo sperare che quando arrivi all’ufficio immigrazione non ci trovi un nero che ti pianta qualche grana. Finché c’è un bianco, anche se hai il naso tre volte più grande di quello sul passaporto non se ne accorgerà mai. Credimi, è così.”

Le sue parole sembravano convincenti come la tavola delle moltiplicazioni. “Inoltre”, continuò, “quante volte pensi che guardino i documenti delle persone? Eh? Quante? L’altro giorno, un mio amico è venuto qui con metà dei documenti che servivano; glielo hanno dato lo stesso. Un’altra volta, un altro mio amico ha richiesto un visto per studenti pagando appena la metà delle tasse… e glielo hanno dato lo stesso.” Agitò la mano in aria con disprezzo, come se stesse scacciando una mosca.
“Fratello, non te la prendere per queste persone o jare.”
“Stai scherzando?” chiesi un po’ perché incuriosito e affascinato, un po’ perché ero rimasto senza parole.

Si avvicinò ancora di più dandomi tre colpetti sul fianco destro.
“Fratello mio, ti dico che questi sono strani. Guarda dipende tutto… dipende tutto dal loro umore. Il giorno che perde la loro squadra di calcio, tutti quelli che vedono devono subire le conseguenze del loro malumore.”

Solo allora mi accorsi che il grande schermo appeso alla parente in un angolo della sala era sintonizzato sul canale sportivo di Sky. L’Arsenal stava stracciando il Chelsea 2 a 0 in una partita registrata. Attirai l’attenzione di Charlie su questa scoperta. Lui scrollò le spalle e sembrò sentirsi scagionato, come l’uomo che continuava a insistere che la terra non era piatta. Ridemmo entrambi.
“Vedi, cosa ti dicevo io?” Mi diede tre colpetti sulla spalla. “Senti io questa gente la conosco molto bene. Non è mica da oggi che sto cercando di ottenere questo visto per il Regno Unito. Questo è il mio campo. Non c’è niente che non so su questa cosa. Sono il babalawo di questa faccenda dei visti.”

Le nostre chinwag furono interrotte da un improvviso trambusto dall’altra parte della sala. Smettemmo di parlare e allungammo il collo come i galletti che cantano allo spuntare del sole.
“Siete degli imbecilli… imbecilli, tutti quanti!” sbraitò una voce maschile arrabbiata dietro la porta socchiusa di una delle cabine per i colloqui.

Diverse guardie – alcune macilente, alcune panciute – si precipitarono verso il luogo dell’alterco. Come gesto di riverenza per questo intrattenimento inaspettato, la folla nella sala si zittì simile a una congrega di cattolici quando l’ostia viene sollevata verso l’alto. L’uomo che sbraitava sbatté la porta alle sue spalle e si presentò sotto il nostro sguardo.
“Che nessuno mi tocchi!” urlò puntando il dito verso le guardie a mo’ di baionetta.
“Che nessuno osi toccarmi! Altrimenti vi sistemo io. Sono un cittadino britannico e ho con me il passaporto britannico! Imbecilli!”

Perfino le guardie assatanate di potere capiscono quando è inopportuno interferire più del necessario. Tenendosi ad alcuni passi di distanza, seguirono l’anglo-nigeriano infuriato. Sapevano che il “potere supera potere”, che la loro desiderabile condizione di personale dell’Alto Commissariato Britannico era del tutto subordinata al suo rango di possessore di un rossiccio passaporto britannico. L’uomo arrabbiato lasciò dietro di sé una scia di furore mentre raggiungeva l’uscita della sala. Era seguito da un signora più timorosa che avanzava con una faccia cupa, come se il carro per il paradiso avesse dimenticato per errore di farla salire. Di solito, perché la domanda andasse a buon fine, era d’aiuto che le coppie sposate portassero al colloquio i rispettivi consorti se uno dei due aveva già un passaporto britannico. Ovviamente quell’espediente questa volta non aveva funzionato. La donna era stata rifiutata.

All’uscita principale, il protagonista si girò rivolgendosi ai suoi spettatori, la maggior parte dei quali, come me, si era goduto questo diversivo piacevole e distensivo. Tese i bicipiti in un’ostentata posa da guerriero e aggiunse qualche decibel al suo discorso di commiato.
“Ora spiegatemi perché le hanno negato il visto… spiegatemelo!” disse rivolgendosi a nessuno in particolare. “Siamo sposati… abbiamo fatto un matrimonio tradizionale… perfino gli americani riconoscono i matrimoni tradizionali quando devono dare alle coppie il visto. Allora? Imbecilli! Porterò in giudizio tutti questi stupidi! Abbiamo anche un bambino piccolo. E avreste dovuto vedere che maleducazione. Quanta sofferenza ci ha portato questo paese!”

Emise un sibilo, produsse un’ultima carrellata di invettive irripetibili e se ne andò, seguito subito dopo dalla sua consorte. Un forte brusio di sussurri si impadronì della sala; la folla valutò l’accaduto in gruppi di due, tre e quattro persone. Le facce di numerosi candidati esprimevano un senso di umile orgoglio, come se l’uomo avesse appena composto un nuovo inno e ridisegnato la bandiera nazionale.

Finito lo spettacolo, mi voltai di nuovo verso Charlie e fui sorpreso dall’espressione che mostrava la sua faccia. Scuoteva la testa da una parte all’altra e storceva la bocca facendo sporgere le labbra. A differenza di tutti noi, il mio compagno non sembrava per niente divertito.
“Mmh” sospirò. “Spero che quest’uomo non abbia segnato la rovina di tutti. Va a finire che queste persone poi decidono di sfogare la loro rabbia e rifiutare tutte le domande.”

Le farfalle nel mio stomaco cominciarono a vorticare all’impazzata. Un signore anziano che era rimasto seduto in silenzio di fronte a noi sentì quel commento e si voltò.
“Dice sul serio?” chiese con gli occhi sbarrati, come se gli fosse appena giunta notizia di una guerra civile. “Pensa che il comportamento di quest’uomo condizionerà la nostra situazione?”
“Be’, posso dire che l’unica cosa da fare è pregare e aspettare”, replicò Charlie con la fermezza di un dottore che dice a una ragazzina che è veramente incinta. “E' la sua prima volta?”
“L’ultima volta che sono andato nel Regno Unito è stato cinque anni fa.” Rispose l’uomo.
“Ah be’, allora non avrà grandi problemi. Ce l’hanno con le persone come noi che non ci siamo mai stati. Siamo vergini. Qui le vergini non sono gradite.”

Charlie si mise a ridere. Né io né l’anziano lo imitammo.

Nelle ore successive, ascoltai i due uomini parlare. Si lamentavano dell’attuale situazione economica nigeriana e rimembravano i bei vecchi tempi quando nessuno doveva prendersi la briga di andare all’estero. Criticavano il fatto che la naira non avrebbe mai potuto competere sul mercato delle valute estere con la sterlina o il dollaro. Altrimenti, sostenevano, nessuno prenderebbe in considerazione la possibilità di lasciare la propria casa per andare a soffrire nella terra degli altri. L’anziano diceva di avere un nipote che era riuscito ad acquistare un visto per la Grecia. Da lì, era riuscito con grande fatica ad attraversare almeno altri cinque paesi europei prima di finire in Regno Unito. Charlie lo interruppe con la storia della sua ex ragazza che al momento si prostituiva in Italia. I suoi genitori adesso si erano trasferiti in una casa molto più grande nel Benin e i figli più piccoli frequentavano tutti università private.

Il mio interesse nel loro triste chiacchierio si dissipò presto. Rivolsi la mia attenzione alla molteplicità di facce deluse e sollevate che emergevano dalle sette cabine dei colloqui. Alcune indirizzavano di nascosto ai loro compagni in attesa dei segnali per informarli se pensavano che il funzionario fosse stato benevolo. I candidati in attesa che avevano colto queste allusioni stavano facendo i ruffiani con le guardie così che queste escogitassero il modo per far coincidere il loro turno con il momento in cui si liberavano le cabine benevole.

Alla fine arrivò il mio turno. Mi alzai, aggiustai la cravatta da pochi soldi, e mi lisciai il vestito preso in prestito. Era di seconda mano e apparteneva a un mio amico. Il fratello più grande glielo aveva regalato alcuni mesi fa quando aveva vinto la lotteria dei visti per gli Stati Uniti e aveva lasciato il paese. Dopo tutto, non avrebbe avuto più bisogno delle sue vecchie cose una volta giunto sull’altra sponda dell’Atlantico – nella terra in cui scorrono latte e miele, in cui sterline e dollari possono essere colti dai rami di alberi bassi, in cui la carnagione delle persone assume sfumature più chiare e luminose nel giro di una notte. Anche io elargirei i miei miseri averi non appena mi fosse possibile partire. Mio fratello più piccolo aveva già prenotato il mio orologio da polso, e la mia felpa usata rossa di Marks and Spencer.

I due uomini smisero di chiacchierare e mi guardarono. Charlie mi afferrò il braccio e lo strizzò dandogli una scossa.
“Fratello mio,” disse, “va’ e conquista l’Impero Britannico.”

Gli rivolsi un sorriso preoccupato, feci un cenno di commiato, e seguii la guardia che mi accompagnò nella quinta cabina.

Nella mia immaginazione mi ero figurato una stanza delle torture dove mi avrebbero fatto stare in piedi, tremante, di fronte al funzionario che passava in rassegna i miei vestiti troppo larghi e mi bersagliava di domande senza risposta. Al contrario, stavo contemplando una costruzione ergonomica di metallo che il Governo britannico mi aveva gentilmente procurato posizionandola ad alcuni centimetri di distanza dal funzionario dei visti. Mi avvicinai in punta di piedi e appoggiai le chiappe sull’orlo della sedia. Mi schiarii la voce sporgendomi in avanti.
“Buongiorno, Signora” dissi in un tono di massimo rispetto, come se mi stessi rivolgendo a Margaret Thatcher in persona.

La torva donna bruna dall’altra parte del vetro non vide alcuna necessità di ricambiare il saluto. Infilò una mano decisa nella fessura senza sfiorarmi la faccia con lo sguardo. Presi svelto i miei documenti e li feci scivolare dall’altra parte. La grande busta di manila rimase incastrata.
“La pieghi” mi rimproverò nel microfono sempre senza alzare lo sguardo.
“Sono desolato, Signora” dissi implorante.

Rovesciò il contenuto della busta sulla scrivania. Posò sommariamente lo sguardo sul documento in cima alla pila come se le avessi chiesto di guardare il mio pennarello nuovo mentre lei era intenta a salvare il mondo. Finalmente alzò lo sguardo e mi sorrise. Poi sollevò con decisione il timbro, aprì il mio passaporto ancora vergine e colpì. Visto rifiutato.

Fu dopo essermi trascinato lungo la sala d’attesa e aver varcato la soglia dell’uscita principale che me ne resi conto. Non mi ero nemmeno preoccupato di cercare Charlie, l’uomo che mi aveva fatto compagnia nelle ore passate dispensandomi i suoi insegnamenti. Non mi ero preoccupato di scoprire se questa sarebbe stata la sua ultima gita all’Alto Commissariato Britannico o se sarebbe dovuto tornare in ricognizione per il prossimo attacco. Francamente, avevo pensieri più importanti per la testa. Ad esempio quale fosse il modo più veloce per racimolare trecentocinquantamila naira per quel mio qualcuno nell’Alto Commissariato Britannico.

traduzione Ilaria Tarasconi

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Anno 6, Numero 27
March 2010

 

 

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