Nota biografica | Versione lettura |
Mi piacerebbe essere una zingara
e continuamente lasciare luoghi
senza lasciare niente
la mia casa sospesa a rotolare
i ninnoli di porcellana chissà quando
quelli di plastica vivace made in China
e l’elefante in pietradura porta buono
la proboscide puntata verso il cielo
il marito cugino
e i nostri figli
fratelli di sangue e di sangue cugini
più uniti per questo e più distanti
il suocero zio
e padre nella legge
che confondo col mio nelle mani piccole squadrate
nell’attaccatura dei capelli e nella voce
e riconoscere nel naso altrui
il mio stesso naso
le labbra nelle labbra
quell’odore tenace su mia figlia
che riecheggia il mio
mia madre
sua madre
la madre di sua madre
è forte questo odore
una catena agganciata chissà dove
antico come un De prima del cognome
come il naso in cui si accuccia
che si ripete
e si ripete
e si ripete
un trucco astuto da gitani
punto fermo nel continuo andare
dispersi sempre e mai perduti
Magari la mia vita fosse
dritta come una caduta nello spazio
e curve dolci e tonde
come le virate di una nave
invece è sgraziata e acuta come un lampo
e io dopo
a inseguirla inutilmente
come un tuono
Ma dove sistema Dio
il dolore dei torturati
dei malati terminali
degli scuoiati e dei crocifissi
degli arsi vivi
per lui o nel suo nome
degli impalati
cosa fanno le mani di Dio
quando troppo colme
impacciate nel creare
traboccano tormento
forse lo dispongono con garbo
sull’altro piatto
a equilibrare
tutto quell’infinito amore