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il romanzo di amara lakhous: un crocevia di civiltà tra gadda, sallustio e agostino.

gloria camesasca

Nel libro di Amara Lakhous, Scontro di civilità per un ascensore a piazza Vittorio, viene presentata la realtà multietnica di un condominio romano dei giorni nostri, alle prese con le indagini per risolvere un misterioso delitto. Nel romanzo dello scrittore algerino sono riscontrabili anche molti punti di contatto e diversi riferimenti ad alcune opere di autori come Gadda, Sallustio e Agostino. L’integrazione degli stranieri e degli immigrati passa anche attraverso la letteratura.

1. Amara Lakhous e Carlo Emilio Gadda

Sono molti i punti di contatto che legano l’opera di Amara Lakhous1 con il capolavoro di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana2.
Entrambi gli scrittori decidono di ambientare le loro storie a Roma: Gadda sceglie il palazzo di Via Merulana 219, mentre Lakhous piazza Vittorio, che viene ricordata anche da Gadda per la sua posizione «propio de fronte ar mercato»3.
Inoltre in entrambi i romanzi avviene un omicidio, apparentemente inspiegabile. Nell’opera di Lakhous ogni abitante del condominio di piazza Vittorio racconta la propria verità e alla fine il commissario di polizia Mauro Bettarini ricostruisce la dinamica dell’omicidio, mettendo insieme tutti gli indizi e le testimonianze che ha raccolto nel corso della sua indagine.
Completamente diversa è invece la conclusione del romanzo di Gadda, dove il delitto rimane irrisolto e avvolto nel mistero. Sull’incompiutezza del Pasticciaccio si sono espressi diversi critici tra cui anche l’amico Gianfranco Contini: «Tutti sanno che il Pasticciaccio è, anche nell’ultima edizione, un libro incompiuto; ma, precisazione ben più importante, un libro, se non proprio così impostato intenzionalmente, accettato deliberatamente come incompiuto. Se la fine sia stata soltanto abbozzata o non abbia proceduto oltre la concezione mentale, è cosa del tutto secondaria di fronte a quest’accettazione, che Gadda difese (per verità senza troppa fatica) contro le insistenze editoriali»4. Il carattere di romanzo incompiuto sembra essere quasi connaturato al modus operandi di Gadda, perché lo si ritrova non solo nel Pasticciaccio, ma anche nella Cognizione del dolore e secondo Contini, anche nell’Adalgisa5.

1.1. Dal palazzo di Via Merulana 219 all’ascensore di Piazza Vittorio.

Secondo Guido Baldi nel Pasticciaccio «la statura di un vero e proprio personaggio assume il palazzo di Via Merulana 219, il “palazzo dell’oro” elevato a mito dalla fantasia popolare, che vive sulla pagina nella sua greve fisicità di casamento umbertino, fondale insostituibile, per lunghi tratti del racconto, dello svolgersi delle indagini e dello scorrere di figure umane evocanti il milieu, e che con la sua grigia pesantezza diviene come il correlativo oggettivo della presunzione e al tempo stesso della soffocante ristrettezza di idee di quella borghesia gelosa del proprio status sociale»6.
E in effetti il palazzo di Via Merulana ha una tale importanza, da essere non solo teatro delle principali vicende del romanzo gaddiano, ma da assumere addirittura la statura di un vero e proprio personaggio. Gadda indugia nella descrizione delle sue parti, introducendo anche delle note coloristiche molto vivaci: «Il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse, era là: cinque piani, più il mezzanino. Intignazzato e grigio. A giudicare da quel tetro alloggio, e dalla coorte delle finestre, gli squali dovevano essere una miriade: pescecanucoli di stomaco ardente, quest’è certo, ma di facile contentatura estetica»7. E poco più avanti prosegue: «Quanto all’oro, be’, sì, poteva darsi benissimo ciavesse l’oro e l’argento. Una di quelle grandi case dei primi del secolo che t’infondono, solo a vederle, un senso d’uggia e di canarinizzata contrizione: bè, il contrapposto netto del color di Roma, del cielo e del fulgido sole di Roma»8. Dunque, un palazzo su cui indugia con insistita attenzione l’occhio dello scrittore Gadda, quasi a volerne non solo descrivere i più minuti particolari, ma anche le pieghe recondite della psicologia di chi lo abita9.
Un antecedente illustre di questa centralità data al palazzo potrebbe essere riscontrata nel romanzo Pot-bouille di Emile Zola10, dove i casi di una serie di figure borghesi si svolgono all’interno di un dignitoso edificio.
Nel romanzo di Amara Lakhous, invece, ad essere teatro delle vicende dei protagonisti non è tanto il condominio di piazza Vittorio, dove abitano questi personaggi, ma l’ascensore. Tutti gli abitanti del palazzo, quando vengono indotti a fornire la loro versione dei fatti, in un modo o nell’altro arrivano a parlare del loro rapporto con l’ascensore. Parviz Mansoor Samadi si diverte ad andare su e giù con l’ascensore: «Premi il pulsante senza nessuno sforzo, vai su o scendi giù, potrebbe guastarsi mentre sei dentro. È esattamente come la vita, piena di guasti»11. Per lui, è un modo per pensare, per riflettere, è un vero e proprio «strumento di meditazione»12. La portiera napoletana, Benedetta Esposito, spesso richiama Parviz Mansoor Samadi per questa sua abitudine. Rivolge continui richiami anche a Elisabetta Fabiani, perché il suo cane fa i bisogni sull’ascensore, ma lei risponde serafica che «dobbiamo essere tolleranti con lui quando fa pipì nell’ascensore perché è come un bambino. Picchiamo per caso i bambini quando fanno pipì nel letto?»13. Inoltre la stessa portiera proibisce di usare l’ascensore a Maria Cristina Gonzalez, perché il suo peso potrebbe guastarlo, e a Iqbal Amir Allah quando viene a consegnare la spesa agli inquilini del palazzo che sono suoi clienti, perché lui non è residente in quel condominio. Per il professore Antonio Marini «l’ascensore è una questione di civiltà»14 e si devono stabilire regole chiare per utilizzarlo.
Ovviamente in questa situazione non dobbiamo stupirci se il regista olandese Johan Van Marten vorrebbe ambientare proprio nell’ascensore molte scene del suo film di stampo neorealista, e se anche la vittima Lorenzo Manfredini, detto il Gladiatore, viene ricordato soprattutto per la sua incivile abitudine di fare pipì nell’ascensore. L’unica eccezione è costituita da Amedeo che preferisce andare a piedi, perché non gli piace l’ascensore, dato che è uno spazio ristretto che gli ricorda una tomba.
Amara Lakhous ha intitolato il suo romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Nella sua opera l’autore algerino ha scelto di focalizzare la sua attenzione sull’ascensore, ricordando non solo che «la maggior parte delle beghe tra inquilini derivano dall’ascensore»15, ma anche che questo è spesso luogo di incontro e a volte di scontro tra gli abitanti di uno stesso palazzo. La via per una convivenza pacifica e serena anche tra persone appartenenti a civiltà diverse dovrebbe partire proprio dai principali luoghi di ritrovo, che non diventino più teatri di scontri, ma di incontri di culture, nel rispetto delle reciproche diversità.

1.2. Il mistero del cane scomparso.

Nel Pasticciaccio la signora Liliana Balducci, vittima di un efferato omicidio, possiede un grazioso cagnolino, che viene descritto fin dalle pagine iniziali del capolavoro gaddiano. Il commissario Ingravallo è stato invitato a pranzo dai Balducci e ad accoglierlo arriva la Lulù: «Al suo entrare, la Lulù, la canina pechinese, un gomitolo, aveva abbaiato: con molta stizza, anche: be’, lasciati i ringhi, gli aveva fiutato a lungo le scarpe. La vitalità di questi mostriciattoli è una cosa incredibile. Verrebbe voglia di accarezzarli, poi di acciaccarli»16.
Dopo il furto dei gioielli ai danni della veneziana vedova Menegazzi, quando il commissario Ingravallo si reca nuovamente a casa dei Balducci, per interrogarli e raccogliere informazioni riguardo all’accaduto, la cagnolina pechinese risulta misteriosamente scomparsa: «Ingravallo si stupì di non udir abbaiare la Lulù e ne domandò notizie. Il viso di Liliana Balducci si attristò dolcemente. Scomparsa! Da più di due settimane oramai. Era di sabato. In che modo? Così. Probabilmente se l’era messa in tasca qualcuno. Ai giardinetti di San Giovanni, dove la Tina la conduceva a passeggio, quella smemorata: e invece di badarle, c’era dimolti perdigiorno che le badavan loro a lei: all’Assunta. “Una ragazza così vistosa!… Al dì d’oggi, poi!” Ricerche alla sardigna, due inserzioni sul Messaggero, domande e rimproveri alla Tina, implorazioni un po’ a tutti, non eran valsi a farla ritornare a galla, che che, povera Lulù!»17.
In seguito Gadda non accenna più alla scomparsa della cagnolina pechinese, che resta avvolta nel mistero, così come il delitto della sua padrona Liliana Balducci. Data l’incompiutezza del romanzo gaddiano non possiamo sapere se la scomparsa della cagnolina fosse collegata o meno con il movente o l’omicidio della sua padrona.
Anche nel romanzo di Amara Lakhous assistiamo alla scomparsa misteriosa del cagnolino della signora Elisabetta Fabiani. La portiera napoletana, Benedetta Esposito, così racconta l’accaduto: «Il mese passato Elisabetta Fabiani, la vedova che sta di casa al secondo piano, non ha trovato più il cagnolino suo Valentino. L’aveva portato ai giardini di piazza Vittorio per fargli fare i suoi bisogni, come tutti i giorni, si è seduta per godersi il sole, poi ha guardato a destra e a sinistra e non ce n’era nemmeno l’ombra. Mi ha chiesto aiuto, e l’abbiamo cercato dentro e fuori dei giardini, ma niente. Elisabetta ha pianto assai per la perdita di Valentino, tanto che tutti hanno pensato che fosse morto suo figlio Alberto»18. La portiera è convinta che il cane della signora Fabiani sia stato rapito da qualcuno per servirlo come pietanza in uno dei tanti ristoranti cinesi della zona. Anche nel romanzo di Amara Lakhous, come nel Pasticciaccio di Gadda, siamo di fronte alla misteriosa scomparsa di un cane al quale la padrona era molto affezionata. Però, nel libro dello scrittore algerino, non solo viene rivelato il motivo della scomparsa di Valentino, ma è addirittura questa sparizione a costituire il movente per l’uccisione di Lorenzo Manfredini, detto il Gladiatore.

1.3. L’immancabile portiera del palazzo

Il palazzo di Via Merulana 219 viene messo in subbuglio dal furto di gioielli ai danni della vedova Menegazzi e dall’omicidio della signora Liliana Balducci. Il commissario Ingravallo, appena giunto sul posto, in occasione di questi tragici eventi che turbano la quiete della vita borghese del «casermone color pidocchio»19, trova una piccola folla di curiosi e anche l’immancabile e sempre vigile portiera, Manuela Petacchioni. La figura della portinaia costituiva senz’altro un valido servizio di attenta vigilanza nei confronti di tutto quanto avveniva nel palazzo che aveva in custodia. In occasione dell’interrogatorio di Ingravallo, la Petacchioni fa sfoggio della sua acuta capacità di osservazione, e si mostra così «popolana e canora come non mai»20: non le sembra vero di poter riferire in modo dettagliato di movimenti o traffici sospetti che erano avvenuti nel suo palazzo. Il resoconto della portinaia si rivela senz’altro utile per la ricostruzione dei fatti e per iniziare ad avanzare le prime ipotesi riguardo all’accaduto: «Dai congiunti e accavallati referti della portinaia e d’altre inquiline delle più precipiti a favola, che Ingravallo interrogò di fuori senza scrivere, indi nell’atrio da basso, dietro al portone e al portello piantonati dal brigadiere, poi da un agente, si potè alfine ricostruire l’accaduto»21. In realtà il resoconto della portinaia e delle inquiline maggiormente dedite al pettegolezzo travolge come un fiume in piena il povero commissario Ingravallo che alla fine «si sentiva soffocare, stritolato dalle relatrici e dalla relazione»22.
Anche nel romanzo di Amara Lakhous viene interrogata la portinaia del palazzo di piazza Vittorio che è Benedetta Esposito. Nel riferire la sua versione dei fatti, spesso si dilunga a descrivere i comportamenti di alcuni inquilini, soprattutto riguardo all’uso scorretto dell’ascensore, ma non dimentica nemmeno di sottolineare con una punta di orgoglio che il suo è «il palazzo più pulito di tutta piazza Vittorio»23. La testimonianza della portinaia, attenta osservatrice delle abitudini degli abitanti del palazzo, si rivela molto decisiva, soprattutto riguardo alla scomparsa del cane Valentino, che sarà un elemento determinante per le indagini.

2. Amara Lakhous e Sallustio.

Tra gli inquilini del palazzo di piazza Vittorio c’è anche Antonio Marini, che insegna Storia Contemporanea alla Sapienza, con cui Amedeo ama intrattenersi a parlare di storia, come ricorda lo stesso professore: «Ci siamo incontrati occasionalmente più volte nella biblioteca del dipartimento di Storia alla Sapienza. Abbiamo toccato diversi argomenti che riguardano la storia dell’antica Roma e ho scoperto che era molto informato sul colonialismo romano in Africa. L’ho visto leggere attentamente Sallustio, La guerra di Giugurta»24. In effetti nel Bellum Iugurthinum25 , l’algerino Amedeo poteva trovare interessanti notizie relative alla storia del suo paese e al colonialismo. Nell’opera di Sallustio (86-35/34 a.C), che fu composta e pubblicata forse fra il 43 e il 40 a.C., viene narrata la guerra contro Giugurta, svoltasi tra il 111 e il 105 a.C. Giugurta, dopo essersi impadronito col crimine del regno di Numidia, aveva corrotto col denaro gli esponenti dell’aristocrazia romana inviati a combatterlo in Africa, ed era pertanto riuscito a concludere una pace vantaggiosa. Metello, mandato in Africa, ottiene successi notevoli, ma non decisivi; Mario, luogotenente di Metello, dopo lunghe insistenze ottiene da questi il permesso di recarsi a Roma, per presentare la candidatura al consolato. Eletto console per il 107, egli riceve l’incarico di portare a termine la guerra in Africa, che si conclude solo quando Bocco, re di Mauretania, tradisce Giugurta, suo precedente alleato e lo consegna ai Romani.
Di solito dalla lettura di questa monografia si evince che «Sallustio è storico delle lotte civili e della crisi mortale di una classe dirigente»26, che si attribuisce al «mos partium et factionum ac deinde omnium malarum artium»27, cioè all’uso delle lotte tra i partiti e i gruppi di potere28. In particolare lo storico romano tende ad evidenziare le responsabilità della classe dirigente aristocratica, i cui membri vengono definiti: «uomini scellerati, dalle mani grondanti di sangue, di avidità smisurata, ribaldi e superbi, a cui lealtà e decoro e devozione e tutto ciò che c’è di onorevole e di disonorevole serve solo a cavarne profitti»29. Ovviamente l’algerino Amedeo fornisce una lettura della monografia sallustiana da un punto di vista abbastanza insolito per i lettori occidentali, cioè da parte di chi ha subito l’invasione dei Romani e le successive colonizzazioni. A questo proposito sostiene la seguente opinione: «i popoli che hanno subito il colonialismo nel corso della storia hanno una parte consistente di responsabilità. Ho riflettuto sul concetto di “colonizzabilità” dell’intellettuale algerino Malek Bennabi. Questa colonizzabilità, cioè la permeabilità al colonialismo, è il risultato di un tradimento tra fratelli. Che Bocco, traditore di Giugurta, vendutosi ai romani, e i suoi seguaci siano maledetti per sempre!»30. L’episodio del tradimento di Bocco, al quale fa riferimento Amedeo, occupa gli ultimi capitoli della monografia sallustiana. Dopo il successo della spedizione guidata da Mario, il re della Mauretania, Bocco chiede una pace separata, che viene negoziata dal questore Silla, il futuro dittatore. Fra le condizioni vi figura la consegna di Giugurta, che viene catturato in un’imboscata e consegnato a Mario (105 a.C). Le tragiche circostanze della morte di Giugurta vengono ricordate anche da Amedeo, quando si reca nel luogo in cui fu ucciso: «Sono andato al carcere Mamertino vicino al Colosseo per la prima volta. È stato molto emozionante. In quel luogo, nel 104 a.C,. il nostro grande guerriero Giugurta è morto dopo avere trascorso sei giorni senza cibo né acqua»31.
Amedeo vede in Giugurta «il nostro grande guerriero»32 e riconosce il lui una vera e propria icona della lotta contro gli invasori della sua terra. L’eroe della resistenza contro i Romani, alla morte di suo zio Micipsa, re di Numidia, aveva ucciso, per regnare da solo, prima Iempsale e poi Aderbale, figli di Micipsa. Sallustio descrive in modo dettagliato il carattere e le attitudini di Giugurta, fornendoci un ritratto dal quale si evince un’evidente evoluzione dal bene al male, dalla presenza della virtus e di qualità eminenentemente positive a pulsioni negative33. Anche lo zio Micipsa aveva notato le buone qualità del nipote ed era profondamente preoccupato per la sua crescente popolarità, così sperava in segreto di liberarsi di lui mandandolo a combattere sotto Numanzia, ma Giugurta si distingue per il suo coraggio e per la sua assenatezza e torna in patria carico di onore e di gloria.
Attraverso questi passi disseminati nel testo, Amara Lakhous ci induce a riflettere sulla storia delle conquiste romane e del loro imperialismo, non dal punto di vista degli occidentali, ma da quello delle popolazioni che venivano sottomesse. In una società sempre più multietnica e multirazziale, un invito a rileggere e a riconsiderare la nostra storia da diverse prospettive.

3. Amara Lakhous e l’algerino Agostino

Il professor Antonio Marini ricorda anche che Amedeo conosceva abbastanza bene le opere di Agostino: «Ciò che ha attirato la mia attenzione è stata la sua buona conoscenza di Sant’Agostino»35. In realtà nel momento in cui cerca di dare una spiegazione plausibile del fatto che il suo inquilino conoscesse le opere di Agostino, non va nella giusta direzione, perché afferma: «È indubbio che è un vero cattolico. Crede nei valori della Chiesa, nella sacralità del lavoro e della famiglia» . In realtà Amedeo conosceva Agostino, non tanto perché è stato un grande teologo e Padre della Chiesa occidentale, ma perché entrambi provenivano dalla stessa patria: l’Algeria. Quindi il protagonista del romanzo di Amara Lakhous vede in Agostino un conterraneo e non un uomo di Chiesa. Anche un altro scrittore algerino, Abdel Malek Smari, nel suo romanzo Fiamme in paradiso36 definisce Agostino come «il primo immigrato algerino a Milano»37. Consapevoli del fatto che la conoscenza di una personalità poliedrica e complessa come quella di Agostino possa derivare solo da un lungo e attento studio dei suoi scritti, forse per comprendere appieno tale figura lo si dovrebbe considerare anche come una persona alle prese con le difficoltà quotidiane di un immigrato della seconda metà del IV secolo38. Per arrivare a comprendere più profondamente «il lungo e travolgente cammino di Agostino monaco, pedagogo, teologo, apologeta e predicatore»39.

1 A. LAKHOUS, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, Roma, E/o, 2006 (in seguito citato LAKHOUS 2006).
2 C.E. GADDA, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, prefazione di P. CITATI, nota di G. PINOTTI, Milano, Garzanti 2007 (in seguito citato GADDA 2007).
3 GADDA 2007, p. 83.
4 G. CONTINI, Quarant’anni di amicizia: scritti su Carlo Emilio Gadda (1934-1988), Torino, Einaudi, 1989 (in seguito citato CONTINI 1989), pp. 45-46.
5 «Ma non solo il Pasticciaccio e la Cognizione sono romanzi “incompiuti” (le virgolette alludono al significato ormai tecnico che assume quest’attributo). L’Adalgisa rientra nella medesima categoria» (CONTINI 1989, p. 47). Dell’incompiutezza del romanzo gaddiano scrive anche Perissinotto: «Gadda conduce un’indagine ricca di colpi di scena, poi, giunto alla fine (della versione licenziata per la stampa), non ci rivela il colpevole, non tanto, come sostengono alcuni, per irridere gli schemi del poliziesco, ma perché le cose davvero importanti sono già state dette, è già stato affermato che la “Cognizione del dolore” è il centro, l’obiettivo finale della ricerca» (A. PERISSINOTTO, La società dell’indagine: riflessioni sopra il successo del poliziesco, Milano, Bompiani, 2008, p. 66).
6 G. BALDI, Eroi, intellettuali e classi popolari nella letteratura italiana del Novecento, Napoli, Liguori, 2005, p. 323.
7 GADDA 2007, pp. 15-16.
8 GADDA 2007, p. 16.
9 Sulla scelta di Gadda di ambientare le vicende del Pasticciaccio proprio in quel palazzo di Via Merulana si veda: «Ma in giro per la via Merulana, poi, ci si domandava come mai l’amato Ingegnere, su e giù per quei palazzoni piemontesi e borghesi, non si sia allora soffermato con qualche assillo o garbuglio erudito su luoghi tantalizzanti come l’Auditorium di Mecenate e la Domus Aurea coi suoi annessi e contorni (e associazioni memoriali o viscerali per lui così libere ed elaborate e tortili). E nemmeno – a parte certe Flagellazioni conturbanti nelle chiese “ai Monti” lì sotto le torri medioevali – qualche aperçu circa l’immenso e umbertino Palazzo Brancaccio, dovuto ad una delle parecchie ereditiere americane che nella generazione di Henry James sposavano principi italiani (la famosa “doratura dei blasoni”), e diventavano spesso Dame di Palazzo della Regina Margherita: tre su cinque, ai tempi delle principesse Brancaccio e Cenci e di una marchesa Calabrini (nata Olgie Hunt, si sospirererebbe in Proust). In quel palazzo, negli anni del Pasticciaccio, il principe Roland Brancaccio aveva aperto una sua boîte, “La Chanson”, dove eseguiva successi francesi d’antan. A fianco, un grande e famoso cinema di scapestrati» (A. ARBASINO, L’ingegnere in blu, Milano, Adelphi, 2008, p. 98).
10 E. ZOLA, Pot-bouille, Presses pocket, 1990.
11 LAKHOUS 2006, p. 16.
12 LAKHOUS 2006, p. 17.
13 LAKHOUS 2006, p. 76.
14 LAKHOUS 2006, p. 108.
15 LAKHOUS 2006, p. 122.
16 GADDA 2007, p. 6.
17 GADDA 2007, p. 38.
18 LAKHOUS 2006, pp. 51-52.
19 GADDA 2007, p. 16.
20 GADDA 2007, p. 31.
21 GADDA 2007, p. 22.
22 GADDA 2007, p. 22.
23 LAKHOUS 2006, p. 41.
24 LAKHOUS 2006, p. 107.
25 G. SALLUSTIO, La guerra di Giugurta, prefazione, traduzione e note di L. STORONI MAZZOLANI, Milano, Rizzoli, 2004 (in seguito citato SALLUSTIO 2004).
26 C. QUESTA, Sallustio critico dell’imperialismo romano? da Sallustio, Tacito e l’imperialismo romano, saggio introduttivo a P.C. TACITO, Annali, I, Milano, Rizzoli, 1983, pp. XVIII-XXII, a p. XXI.
27 SALLUSTIO 2004, 41,1.
28 Il saggio che ha posto i fondamenti di questa interpretazione di Sallustio è A. LA PENNA, Sallustio e la «rivoluzione romana», Milano, Feltrinelli, 1968. Si vedano anche G. DE SANCTIS, Sallustio e la guerra di Giugurta, in G. DE SANCTIS, Problemi di storia antica, Bari, Laterza, 1932, pp. 187-214; R. SYME, Sallustio, Brescia, Paideia, 1968, e D. MUSTI, Il pensiero storico romano, in Lo spazio letterario di Roma antica, I, Roma, Salerno Editrice, 1989, pp. 201-202.
29 SALLUSTIO 2004, 31,12.
30 LAKHOUS 2006, pp. 113-14.
31 LAKHOUS 2006, pp. 125-26.
32 LAKHOUS 2006, p. 125.
33 SALLUSTIO 2004, 6-7.
34 LAKHOUS 2006, p. 107.
35LAKHOUS 2006, pp. 107-108.
36 A.M. SMARI, Fiamme in paradiso, Milano, Il Saggiatore, 2000.
37 SMARI 2000, p. 45.
38 Questi temi sono stati già trattati da me nell’articolo G. CAMESASCA, Dall’Algeria all’Italia: storia dell’immigrato Agostino, in «El-Ghibli rivista online di letteratura della migrazione», n°XIX, anno IV (marzo 2008).
39 L. BERETTA, Sant’Agostino a rus Cassiciacum in Brianza, in «Scholia», n°1, anno IX (2007), pp. 59-80, a p. 59.

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Anno 6, Numero 24
June 2009

 

 

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