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in america

maik nwosu

La decisione di andare negli Stati Uniti d’America fu un atto estremo di disperazione. Nel mio villaggio, Sa’ra, dove ero stato insegnante fino allo scioccante licenziamento, all’inizio mi ero visto come un portatore di luce, malgrado le difficoltà dell’esserlo in quel villaggio dimenticato. A Lagos, dov’ero andato a vivere con mio padre, gradualmente avevo perso la fede nel mio caro paese. Avevo vagamente preso in considerazione l’idea di andare in Inghilterra per raggiungere il mio mentore e ex preside a Sa’ra, il dottor Lookout, ma l’America riaffermò l’attrazione che aveva sempre avuto su di me.
In collegio, c’eravamo abbondantemente nutriti di film americani, in particolare: Bonanza; Il Bello, il Brutto e il Cattivo; Mission Impossible; Charlie’s Angels; Il Padrino. Eravamo soliti uscire di soppiatto per andare al Cinema Alì Babà, chiamato così dal suo proprietario libanese, per intrattenere le nostre giovani menti con le fantasie in celluloide di mondi lontani. Le serate più belle le avevamo quando venivano proiettati i film indiani. Sholay era il nostro preferito. Tornavamo a scuola cantando e danzando le nostre versioni delle canzoni indiane. Grandiosi erano anche i film sul Kung-fu di Bruce Lee e le imprese del grande Alì Babà. Conoscevamo a memoria tutti i combattimenti e sapevamo recitare con precisione i dialoghi. Tuttavia tornavamo sempre a rivederli perché questi film ci strappavano via dal nostro angolo di mondo e ci trasportavano verso universi distanti in cui la realtà esiste solo ai vertici dell’immaginazione.
Niente, sembrava, poter superare quelle vette, eccetto gli impareggiabili film americani, per i quali non solo recitavamo i dialoghi, ma provavamo veramente a reinterpretare le scene e assumevamo i nomi dei nostri personaggi preferiti. Fu così che diventai John Wayne II. Non sempre era facile guadagnarsi il privilegio di essere chiamato col nome di una delle nostre star preferite. Di solito c’era sempre qualcuno che bramava quell’onore e i desideri contrastanti dovevano trovare una soluzione al campo di calcio dopo “lo spegnimento delle luci”da gare di forza con tanto di arbitro. Per mia sfortuna anche il ragazzo più forte della scuola voleva essere John Wayne. Ma fui abbastanza forte da sconfiggere gli altri contendenti.
Molti di noi sognavano di andare all’università in America. Per alcuni, in particolare quelli che avevano genitori ricchi, alla fine, il sogno diventò realtà. Per chi come me, aveva genitori troppo poveri o che vedevano l’America come un “luogo di non ritorno”, il sogno si trasformava in tormento, oppure svaniva. Quando ebbi conseguito la laurea, avevo ormai superato la mia infatuazione per l’America. A ciò aveva contribuito anche sapere che alcuni dei miei compagni di classe che avevano fatto il grande viaggio erano finiti col fare lavori umili nelle università americane della sofferenza, o si trovavano in prigione per crimini che andavano dallo spaccio di droga alla falsificazione di carte di credito. Uno di loro fu espulso dall’America, per un po’ cercò di sistemarsi in Nigeria, poi partì per l’Arabia Saudita con della cocaina nascosta nella pancia. L’ultima notizia che abbiamo sentito su di lui fu il racconto raccapricciante di come gli fu tagliata la testa, in un’esecuzione pubblica a Riyadh. Dopo quello, non riuscii più a pensare all’Arabia Saudita senza vedere la sua testa mozzata rotolare giù per una stradina.
Sebbene avessi quasi perso l’interesse per l’America, quella passione era diventata una grande mania nazionale, più di quanto non lo fosse ai tempi dell’Alì Babà. Adesso, molte più persone lottavano per andare nelle università della sofferenza, come se le loro esistenze dipendessero da quello, piuttosto che nell’università degli onori e delle lauree. Alcuni dei miei compagni dell’università, fra i quali Chidi, il mio migliore amico, partirono con questo proposito. Chidi andò a Los Angeles e continuava a spronarmi affinché lo raggiungessi. Quando si trasferì a New York, due anni dopo, le nostre comunicazioni si erano ridotte a qualche lettera occasionale, e presto cessarono del tutto. Qualche volta, quando gli affari andavano male, sentivo risvegliarsi appena quel vecchio anelito per questa grande nazione, a proposito della quale Chidi aveva scritto: “Questo paese, in effetti, merita tutti gli sforzi che si fanno per raggiungerlo.” Ma questa sensazione non affiorare che affiorare scomparire di nuovo, durante i tre anni vuoti e vani trascorsi a Lagos. In quel periodo lavorai come insegnante, solo due mesi, il tempo che ci volle prima che la mia occupazione terminasse improvvisamente, ancora come un “errore statistico”. Il richiamo dell’America mi afferrò di nuovo, questa volta con una tale potenza che dubito avrebbe fatto qualche differenza se improvvisamente avessi ottenuto un lavoro ben retribuito. Chidi aveva terminato la sua ultima lettera con una frase che mi era rimasta in mente: “Ogni uomo di cultura deve venire in America.”
Ma andare in America era diventato difficile quanto, o anche più, dell’ottenere un lavoro degno di questo nome in Nigeria. Il numero di persone che progettavano di farlo era così alto che se l’ambasciata avesse emesso un visto per ogni richiedente, la popolazione del paese, la più numerosa in Africa, sarebbe drasticamente diminuita. Tale volontà non derivava solo dai tempi duri che stavamo attraversando, ma anche dal segnale di una vita migliore, che ci arrivava da quelli che tornavano in visita durante il periodo natalizio, che incarnavano ciò che percepivamo come il “Grande Sogno Americano,” il nuovo linguaggio del pianeta, il Testamento del niente è impossibile.
Ma l’ufficio dell’ambasciata americana non era affatto incline a emanare indiscriminatamente i tanto pregiati visti. Il tasso di rigetto era così alto che molti aspiranti divennero strateghi, procurandosi e cedendo passaporti come fossero stati biglietti per l’autobus, acquistando e cambiando identità come venditori ambulanti sui bus molue , inventando e reinventando storie come gli ultimi grandi cantastorie, e accumulando ogni traccia di documenti “ufficiali”come l’ufficio del censimento. Qualche volta i più ostinati facevano addirittura dieci richieste, vivevano dieci vite in appena un paio di settimane, prima di essere finalmente dichiarati idonei per essere ammessi negli Stati Paradisiaci d’America. La possibilità che infine quel giorno sarebbe arrivato, e la certezza che andare in America sarebbe stato il momento del grande cambiamento per la loro vita, li faceva andare avanti.
Quando presi la mia decisione, quindi, sapevo cosa avrei dovuto affrontare, ma pensai che perlomeno questa era una battaglia con la possibilità di una vittoria finale. Mio padre era scettico, specialmente perché non avevo un’idea precisa di dove andare.
"Allora dove andrai a stare in America? Non abbiamo nessuno lì.”
“Il mio amico, Chidi, ormai è lì da cinque anni. Penso abbia già la green card.”
“Chidi, quello che ha sposato una oyinbo ? Pensi che abbia smesso di scriverti senza motivo?”
Prima di trasferirsi a New York Chidi aveva scritto che stava per sposarsi con un’afro-americana. Mio padre non faceva molto caso alla differenza.
“Non è una oyinbo,” replicavo. “ E l’interrompersi delle nostre comunicazioni non è stata solo colpa sua. A volte passavano due mesi dalla sua lettera alla mia risposta per il viaggio per e da Sa’ra. E non sono stato costante nelle risposte come avrei dovuto essere.”
“Quindi, non sai nemmeno dove si trova adesso.”
“Lo scoprirò. Andrò a Enugu, mi farò dare l’indirizzo dal padre.”
“E poi lo raggiungerai? Così, semplicemente? Questo mondo è più complicato di quel che pensi Etiaba. Più lontano vai da casa, più il mondo diventa complesso.”
“Lo so che la vita non è facile da nessuna parte, ma alcuni posti offrono più opportunità di altri. Se Chidi non dovesse accogliermi bene, cosa che non mi aspetto, coglierò l’occasione da solo. Penso che anche lui andò lì senza alcun indirizzo.”
“Ma come parli, sei sicuro che tornerai mai indietro se in effetti dovessi andare in questa America?”
“Certo che tornerò.” Mio padre era davvero importante per me, ma allora non potevo certo sapere se sarei veramente tornato o no.
Il suo consenso segnò l’inizio della mia battaglia. Feci un viaggio a Enugu per avere l’indirizzo di Chidi. Per fortuna suo padre mi conosceva bene e aveva approvato la nostra amicizia. Rimase tuttavia sorpreso riguardo allo stato delle comunicazioni fra suo figlio e me, così come era perplesso dal fatto che il figlio, pur continuando a scrivere di una sua visita a casa, non l’avesse ancora fatto.
Quando tornai a Lagos, spedii una lettera al mio vecchio amico, comunicandogli la grande decisione che avevo preso. Dato che non ricevetti una pronta risposta, ne inviai un’altra. Ancora nessuna risposta. Allora pensai che forse aveva cambiato indirizzo o che suo padre per errore me ne avesse dato uno vecchio. Ancora una volta feci un viaggio a Enugu. La faccenda era troppo importante per essere discussa al telefono. Con mia sorpresa il padre di Chidi mi mostrò una lettera che aveva ricevuto solo pochi giorni prima dal figlio, con lo stesso indirizzo al quale avevo spedito le mie. Poteva essere che le mie lettere fossero andate perse all’ufficio postale? Ma perché sarebbe dovuto succedere? Di solito non ci sono problemi per le lettere destinate all’estero, sono quelle in entrata a essere normalmente soggette a controlli. Per rassicurarmi il padre di Chidi scrisse una lettera e mi chiese di spedirla insieme ad una mia. Tornato a Lagos lo feci immediatamente, spedendo questa volta la lettera con un corriere. Passò un mese, e ancora nessuna risposta.
Confuso corsi da Leftie, uno scaltro amico di infanzia che ora gestiva una prosperosa ditta di truffe. Voleva sapere come uno come me, che non aveva nemmeno una lettera di invito, potesse ottenere il visto. Lo avrebbe fatto, ma pretendeva un compenso che non potevo permettermi.
“Ascolta, Leftie, ancora non ho nemmeno i soldi per il biglietto. Non ho i soldi che mi chiedi. Puoi aiutarmi da amico?”
“Questi sono affari, Etiaba. Puoi darmi la metà?”
Non potevo.
“Come speri di andare in America allora?” chiese. “Mi sarebbe piaciuto aiutarti, ma ci sono altre persone di cui devo occuparmi.”
“D’accordo, puoi prestarmi dei soldi?”
“Prestare dei soldi a qualcuno che va oltre l’Atlantico?”
“Ma si fa, lo so. Posso restituirteli quando inizio a lavorare lì.”
“Questo succedeva una volta, amico mio, prima che i nigeriani diventassero più furbi. Magari potresti ripensarci, l’America è solo un paese, caro mio.”
“È come dire che Marte è solo un pianeta.” Replicai.
Pensai di mettermi alla ricerca di Malik, un compagno dell’università che era diventato un ricercatissimo imprenditore di preghiere. Ma non avevo nessuna fede nelle sue preghiere. Inoltre il racket del visto diventava sempre più grande, così tanto che non volevo presentarmi dall’altra parte del mondo con un visto falso o celestiale.


Il dottor Lookout venne in mio soccorso. Era rimasto deluso dal fatto che non lo raggiungessi in Inghilterra, ma ci passò sopra, e mi inviò l’indirizzo di un suo amico e vecchio compagno di scuola con il quale, mi disse, aveva già parlato in mio favore. Mostrai quell’indirizzo a mio padre facendolo passare per quello di Chidi, e subito mandai un’ e-mail a questa persona, che avrebbe dovuto spedirmi una lettera d’invito. Lo faceva, scrisse, perché aveva il massimo rispetto per il dottor Lookout, e sperava che fossi degno della fiducia che, il suo stimato amico, riponeva in me. “Molti nigeriani arrivano qui e si comportano da idioti, e io non voglio essere coinvolto in questi pasticci.” All’inizio fui spaventato, poi depresso, ma alla fine mi dissi che quello doveva essere un modo americano di parlare, la virtù di un paese in cui la gente dice senza problemi ciò che pensa. La cosa più importante, comunque, ripetevo a me stesso, era che questo tizio, Tunde, avrebbe anche potuto non rispondere affatto. Tuttavia la mia inquietudine non andò via completamente.
Tunde mi inviò la lettera d’invito di cui avevo bisogno. Ero quasi pronto per la battaglia della volontà all’ambasciata Americana. Mio padre mise a posto per me i documenti finanziari richiesti. Mi recai all’ambasciata una mattina di febbraio, di buon ora. L’ufficio visti non avrebbe aperto prima delle sette. Ma quando arrivai lì alle cinque, c’era già una fila tale che le mie speranze di essere esaminato quel giorno iniziarono a venire meno.
Era un teatro in attesa e in piena agitazione, completo di uscieri che prendevano accordi con i richiedenti e determinavano chi veniva esaminato e chi no; fotografi che prestavano servizio a coloro che si erano presentati portando foto per il passaporto troppo vecchie, o che erano di qualche centimetro più lunghe o più corte rispetto alle indicazioni date; venditori di cibo che soddisfacevano con gli alimenti chi aveva fame e chi era particolarmente spaventato; commercianti che vendevano o davano a noleggio posti in fila, o posti sotto il tetto, panche, perfino penne; mendicanti che raggiravano i richiedenti dicendo che Dio li avrebbe ricompensati per essere stati sensibili ai loro bisogni, ma non potevano fare affidamento sull’ambasciata americana per una ricompensa della loro ricerca; i predicatori che parlavano di un paradiso sconfinato, che in quel momento non interessava a nessuno. Avevo a malapena i soldi per il visto, quindi non c’era modo di comprarmi un posto in fila dai piazzisti che avrebbero dovuto stare in coda tutta la notte, o per corrompere gli uscieri.
Il giorno dopo tornai alle tre del mattino, quello seguente all’una, il quarto giorno andai alle sette di sera e passai dodici ore in una fila immobile, prima che l’ufficio visti finalmente aprisse per i lavori del giorno. Fu in quella fila che iniziai a farmi domande sull’America. La stessa ambasciata sembrava abbastanza in ordine, ma il tanfo delle fogne fuori, e le fastidiose zanzare che richiamava mi facero riflettere. Era semplicemente perché l’ambasciata ci teneva a una pignola distinzione fra il suo territorio e quello circostante? C’era anche il frustrante avviso, grande quasi quanto un cartellone pubblicitario: “Il possesso del visto per gli Stati Uniti non garantisce un vostro ingresso negli Stati Uniti.” Era un altro modo di dire americano o era uno stratagemma per creare una doppia barriera sbeffeggiando tutte le fatiche fatte per entrare nell’ufficio visti?
Riflettei soprattutto sulla storia dell’uomo che aveva vissuto in America per quattordici anni, fu brutalizzato e storpiato dalla polizia fino a storpiarlo e in seguito fu rispedito in Nigeria. Aveva montato una tenda fuori dall’ambasciata americana, ricoperta di cartelli che accusavano l’America di essere la terra dell’odio. Abbinò ai disegni una retorica capace di distruggere le illusioni di chiunque. “Si, incontrerete John Wayne nel Fottuto Paese natale di Dio, come no? Ma verrà incontro nei panni di un poliziotto bianco e vi ficcherà su per il culo il vostro essere neri. E non pensate neanche per un istante che ve la caverete solo incappando in John Wayne. Incontrerete anche le cazzo di Charlie’s angels, solo che si attaccheranno al vostro assegno paga come l’agenzia delle imposte, con la furia propria del tuono di Dio. E non è tutto, oh no, niente affatto. Incontrerete anche il Padrino, vi sorriderà cordialmente per tutto il tempo e vi farà un’offerta che non potrete mai dimenticare poiché sarà il suo segnale ai cowboy dell’espulsione, detti servizio per l’immigrazione.” Era come se stesse parlando con me.
La cosa positiva era che la maggior parte del chiacchiericcio intorno a me era allegro, storie di persone che in America avevano “ce l’avevano fatta”. Degli anziani coniugi che andavano a far visita al figlio in Alabama raccontavano raggianti del viaggio dell’anno prima. La donna condiva le sue descrizioni con così tante immagini religiose che sembrava avesse avuto una visione del Cristo risorto.
Un giovane che andava per iniziare un dottorato in Legge era al settimo cielo. “Mi hanno dato una borsa di studio di cinque anni, senza nemmeno conoscermi, solo superando il test d’ammissione. E c’è gente che mi chiede perché voglio fare il dottorato in Legge. Provate a indovinare. Cosa ha mai fatto questo paese per me, perché non dovrei emigrare nel paese natale di Dio?” Qualcuno lo mise in guardia. “Non dire a quelli là dentro che stai emigrando.” “Si, lo so,” rispose, con l’aria di chi aveva già tenuto con se stesso dei colloqui fittizi per il visto, e li aveva passati tutti. Una donna incinta che a breve avrebbe partorito, perciò suo figlio sarebbe stato un cittadino americano, parlava dell’America come del futuro. Un piazzista che stava in fila in modo da poter vendere il posto a un vero richiedente, scrollò il capo. “Vedete com’è la vita?” disse, “Me non sono buono a andare a ‘merica. Adesso quando uno torna inizia a parlare per quelli, uno non vuole ricordare di nuovo, dicono c’era una volta per un’intera giornata di fila.” Alcune persone cercarono di confortarlo dicendo che poteva ancora “farcela”, un giorno. “No, la Nigeria è così. Non si può mai dire.”
L’animazione si spense quando l’ufficio del visto si aprì ai richiedenti. Tutte le ansie di cui si era parlato in modo velato si riaffermarono con decisione come un demone che sfida l’esorcismo.
“Niente di cui preoccuparsi,” disse un uomo d’affari di mezza età che aveva tre passaporti agganciati insieme, prova dei suoi frequenti viaggi all’estero. “Questi ragazzi sono dei professionisti. Se hai i documenti giusti, ottieni il tuo visto. Ma non si fanno fregare.”
Non credo riuscì a rassicurare qualcuno, neppure se stesso.
Nel momento in cui nell’ufficio, le mani mi tremavano al punto che dovetti congiungerle e tenerle strette per poter rispondere alla pletora di strane domande sul modulo di richiesta: se fossi mai stato una prostituta, o uno spacciatore, se mi fosse stata diagnosticata una malattia incurabile, se avessi cospirato contro l’America, se fossi stato in galera, e così via.
“Questi ragazzi sono simpatici,” dissi all’uomo accanto a me. “Non si aspetteranno sul serio che qualcuno risponda ‘si’ a queste domande?”
“Shh!” disse lui allarmato, girando la testa in tutte le direzioni. “Ricordi cosa ha detto quel tipo là fuori? Questa gente vede e sa tutto, faresti bene a non immischiarti con loro.” Stava già provando a parlare, come molti altri richiedenti, con quello che supponeva essere un accento americano.
Immagino che alla fine ero riuscito a trovare un po’ di sicurezza da tutta quell’ansia che mi stava intorno. Ma quando i colloqui iniziarono, in cabine separate, e il numero dei rifiuti aumentò, (tra cui il tizio con tre passaporti e la coppia che andava a far visita al figlio per la seconda volta) la mia sicurezza iniziò a vacillare. Infine fu la lunga attesa a cristallizzarla. Ero in fila da dodici ore. Quando i colloqui iniziarono ci vollero altre sei ore prima che il mio turno arrivasse. In quel momento ero così stanco e affamato che le condizioni della mia pancia degenerarono dal brontolio alla diarrea. Iniziai a fare regolari visite alla toilette. Quando venne chiamato il mio numero, insieme ad altri, ero in una condizione tale che tutto ciò che volevo era tornare a casa, con o senza visto.
Sembrava scontato che nessuno del mio gruppo avrebbe ottenuto il visto quando ci mandarono nella cabina di uno sbarbatello che aveva già distribuito abbastanza rifiuti da essere diventato particolarmente famoso. Tutti gli altri nel mio gruppo si ritrassero dal separé di vetro del nostro potenziale intervistatore come se avessero preferito essere risucchiati nel muro piuttosto che andare spontaneamente verso di lui. Dallo stuzzicadenti che teneva in bocca capii che doveva essere appena tornato dal pranzo. Dal modo in cui si scandagliava i denti, doveva aver gradito il pasto. Se mai avesse emesso con facilità un visto ipotizzai che questo fosse il migliore di tutti gli eventuali momenti. Così andai avanti.
Il colloquio fu una delusione dopo tutta quella preparazione e agitazione. Prese i miei documenti, diede uno sguardo alla lettera d’invito, smanettò rapido al computer, e con una certa riluttanza rinunciò allo stuzzicadenti.
“Cosa va a fare in America?” chiese, guardandomi in faccia per la prima volta.
Alla fine mi tradii. Al primo tentativo le parole mi mancarono, prima che riuscissi a balbettare: “In vi-visita.”
“Può permettersi un viaggio di piacere?”
“ci pensa un mio amico a pagarmelo.”
“Perché in America?”
“Dove se non in America?” Avrei voluto rispondergli. “Ho sempre desiderato andarci…visitare l’America, e ho un amico là che…,” fu ciò che, invece, iniziai a dire, prima che mi interrompesse.
“Che lavoro fa?”
Perché adesso quell’uomo passava molto più tempo a guardarmi che a esaminare il mucchio di documenti che gli avevo offerto, e che a ogni domanda rispondevano con scrupoloso dettaglio?
“Sono direttore in un’azienda di computer.” Un amico di mio padre, Achike, aveva gentilmente scritto una lettera nella quale mi accordava lo status di “direttore” nel suo cyber-café di due sale che aveva rinominato nella lettera “Achike Computers Limited.”
“Torni domani pomeriggio a ritirare il suo visto.”
“Cosa?!”
Il mio intervistatore stava già tracciando dei segni geometrici sul mio modulo di richiesta. La mia reazione lo fece guardare in alto, e un sorriso – era vero? – gli apparve agli angoli della bocca come fosse stato un dio imbroglione ai Cancelli della Vita.
“Grazie,” mi affrettai a dire, e uscii.
Non riuscivo a credere di aver effettivamente passato il test finale, e con tale facilità, almeno finché il giorno dopo non strinsi fra le mani il passaporto con il visto dentro. Anche Olisa, lo studente che stava andando a fare il dottorato in legge, era rimasto incredulo, infatti, mentre il giorno prima era uscito tranquillamente, adesso stava ballando, con il passaporto infilato in una profonda tasca. Ci scambiammo gli indirizzi americani, come due persone abituate a fare quel genere di cose e allegramente promettemmo di contattarci.
Mio padre non era un uomo ricco, ma provvedette al mio biglietto di viaggio e a quella che definì “un po’ di spiccioli.” Achike organizzò per me una piccola festa. Già mi chiamava “Americano.” “Ascolta, Etiaba Americano,” mi disse, “ la consolazione per una partenza è la visione della scena del ritorno. Non devi mai dimenticare la tua casa, e devi ingegnarti per rendere tuo padre orgoglioso.”
Passò un’altra settimana. In una notte umida alla fine di febbraio, varcai l’Aeroporto Murtala Muhammed diretto al JFK International, con le raccomandazioni di commiato di mio padre che mi risuonavano nelle orecchie: “E dopo l’America?” Non era mai stato un uomo espansivo, e sapevo che il lungo abbraccio che mi diede quella notte era il pianto senza voce di un uomo che aveva conosciuto il dolore come un rito di passaggio. Avrebbe preferito che non partissi, ma come poteva chiedermi di restare quando la mia vita non faceva che scorrere da un binario morto all’altro.

II

Il volo fu orribile, soprattutto perché non avevo mai volato prima. Guardare il cumulo di nuvole sopra di noi che si dissolvevano quando il grosso apparecchio vi scivolava attraverso, far caso ai suoni, agli odori, ai gesti delle persone intorno a me che parlavano di distanza. Sentivo l’importanza del viaggio, che trascendeva l’andare in America o in qualunque altro posto sulla faccia della terra. Era come se ci stessimo facendo strada attraverso un sentiero celestiale, con la possibilità sospesa di una discesa definitiva. Qualche volta l’aereo sobbalzava e oscillava, e ciò fu sufficiente a tenermi sveglio per la maggior parte del tempo. Non era rasserenante neanche guardare in basso, dove non c’era nulla da vedere, a città distese come giocattoli, a corpi d’acqua a spirale come serpenti boa allunganti.
Il primo momento di panico, uno dei più blandi, fu quando tentai di azionare il piccolo schermo attaccato allo schienale del sedile di fronte a me. Mi aveva colpito il fatto che ogni passeggero avesse il suo schermo, ma il bracciolo del mio sedile aveva così tanti dispositivi con segni disorientanti, che una volta riuscito ad accendere il televisore non riuscivo a cambiare canale. L’anziana donna al mio fianco che era vestita in Ankara , mi osservò silenziosamente mentre armeggiavo con il telecomando, deciso a venirne a capo da solo. Si chinò verso di me e senza dire una parola, premette un pulsante o due sul telecomando nella mia mano. Lo schermo davanti a me divenne un piccolo cinema.
“Grazie,” dissi.
“È stato in Nigeria a lungo,” rispose, in modo compiaciuto.
Non era nemmeno una domanda, e mi dispiacque constatare che la mia espressione di gratitudine fosse già stata annullata. La guardai di nuovo, non ero più così sicuro che fosse in viaggio per far visita al figlio o alla figlia, come inizialmente avevo pensato. Forse era uno di quei mercanti new-age che ora viaggiavano così di frequente all’estero, importando qualunque cosa, dai biscotti scaduti ai fazzoletti usati, e non sentono più il bisogno, o non hanno nemmeno il tempo di cambiare il loro modo di vestire per dove vanno o dalla loro ultima destinazione.
Mi placai un po’ quando durante la cena chiese a un assistente di volo un secondo vassoio del pasto che le fu seccamente rifiutato: “Mi dispiace,” disse l’assistente atteggiando un sorriso, “ma non ne abbiamo altri qui.” Sentii che l’assistente in modo sottile le aveva posto la domanda che avrei voluto sentire: “Ha viaggiato molto nella classe economy.”
Il maggior momento di panico lo ebbi verso la fine del volo, poco prima che fosse annunciato il nostro imminente atterraggio al JFK International. In preparazione all’evento ci erano stati distribuiti dei moduli per lo sbarco con cifre in diversi colori. La donna anziana al mio fianco, con la quale non avevo più scambiato parola dopo la sua risposta compiaciuta, si alzò, aprì la cappelliera e iniziò a frugare in una delle sue borse. Ovunque guardassi c’era gente che tirava fuori giacche imbottite e cappotti da ballo in maschera. Non c’è bisogno di dire che avevo un problema molto serio.
Il vestito più pesante era l’abito che avevo indosso, col quale credevo di poter sopportare qualunque tipo di freddo. Vedere all’aeroporto, a Lagos, i miei compagni di volo vestiti senza indumenti particolarmente pesanti, mi aveva rassicurato. Alcuni erano addirittura saliti a bordo in maniche corte o in camicia. Per tutto il viaggio, avevo usato le coperte distribuite per la notte dagli assistenti di volo, come ulteriore protezione contro l’aria condizionata dell’aereo. La mia unica speranza adesso era che il mio ospite mi stesse aspettando nella sala arrivi e che avesse una soluzione rapida per il mio problema.
Invece non c’era, sebbene avesse confermato che sarebbe venuto a prendermi all’aeroporto. All’immigrazione e alla dogana ero passato senza complicazioni, quindi non era possibile che mi avesse aspettato e fosse andato via. O aveva avuto un contrattempo? Mi aggiravo nella sala arrivi, pregando e guardando fuori alla ricerca di qualcuno che somigliasse all’uomo dalla pelle chiara e dagli zigomi alti il cui aspetto avevo studiato dettagliatamente nella foto che mi aveva mandato.
Dopo circa due ore, durante le quali i miei compagni di viaggio erano andati via e altri passeggeri portavano ora confusione nella sala arrivi, decisi che avrei dovuto avere il coraggio di andare in città per conto mio, all’indirizzo della casa di Tunde. Ma ero appena uscito dalla porta quando mi voltai tornando in fretta dentro. Faceva un freddo così incredibile fuori dall’aeroporto riscaldato che la mia ultima risoluzione era pietosamente venuta meno.
Fu solo allora che cominciai a prendere in seria considerazione pronunciare l’uso del telefono. C’erano molte cabine telefoniche intorno, ma non ero affatto abituato a usare il telefono, men che meno un telefono pubblico in un ambiente nuovo e opprimente in cui, sospettavo, che la gente mi stesse guardando con l’aria di chi la sa lunga. Devo aver osservato il traffico intorno alla cabina più vicina per circa mezz’ora, aumentando gradualmente la mia familiarità. Dovevo fare qualcosa, continuavo a dirmi. C’era voluto tanto per arrivare in America, e il resto dipendeva soprattutto da me. Non potevo semplicemente starmene seduto, finché, magari, la polizia non avesse iniziato ad avere un certo interesse nei miei confronti.
“Salve.”
La voce esile veniva da dietro, irruppe fra i miei pensieri con il suo accento variegato. Mi voltai.
“Tu devi essere Eti-aba?”
Doveva essere Tunde, il mio ospite, con una voce che non mi ero aspettato. Anche con la giacca di lana che indossava, non avrei potuto non riconoscerlo.
“Mi dispiace, sono in ritardo. Ho confuso la data, pensavo arrivassi domani.”
Fui così sollevato di vederlo che tutto il risentimento che stava montando svanì. Mi sentii salvo da un tormento che era cresciuto nella mia immaginazione durante quelle più o meno tre ore d’attesa. Così terrorizzato da non riuscire nemmeno a pensare seriamente a come risolvere la situazione. Tutto ciò che avevo visto dell’America, di New York, fino a quel momento, era l’architettura e il traffico dell’aeroporto, ma avevo già la sensazione di trovarmi in un mondo nuovo, in cui la mia saggezza di Sa’ra e il mio insufficiente buonsenso di Lagos al momento non sarebbero stati sufficienti.
“Perché non hai chiamato?” mi chiese quando eravamo in macchina, diretti a casa sua a Manhattan. “Ti ho mandato il numero del mio cellulare.”
“Ho… ho perso la mia agendina.” Mi imbarazzava troppo dirgli la verità, sebbene avesse dimostrato una maggiore comprensione rispetto a quanto avrei potuto aspettarmi dalla prima lettera. Vedendo che non avevo i vestiti adatti per il tempo fuori, mi chiese di aspettarlo mentre andava a prendere la macchina, e la portava il più vicino possibile alla porta. Poi mi aiutò a mettere le valige nel bagagliaio.
“Hai perso l’agendina… all’aeroporto?”
“Oh no, credo di aver dimenticato di metterla in borsa.”
“Allora è una fortuna che abbia chiesto alla segretaria del mio dipartimento di ricordarmi del tuo arrivo oggi.”
Quando iniziai a conoscere meglio Tunde, divenne chiaro che non era l’irritabile scorbutico che credevo, ma solo uno che voleva mettere le cose in chiaro sin dall’inizio. Era professore di Fisica alla New York University, ma aveva deciso di tornare a Oxford alla fine di quel semestre. Ciò significava che avevo solo tre mesi da trascorrere con lui prima che partisse. “Sopravviverai,” mi disse. “Questa è una nazione di immigranti.”
Avrei imparato per le strade di New York, che gli “immigranti” di Tunde non includevano esattamente gente come me che erano arrivati da chissà dove, e di recente, oltretutto. Quel titolo abbracciava teneramente solo i discendenti dei Padri Pellegrini e, fra le altre, le famiglie ebree e irlandesi che erano passate da Ellis Island diversi anni prima. Io ero un uomo nero con un accento non Americano e un visto di sei mesi, ridotto a tre mesi dall’ufficio immigrazione che l’aveva timbrato, e al quale avevo intenzione di contravvenire. Ero un alieno.
“Vai in chiesa?” mi domandò Tunde il giorno dopo.
“A dire il vero no,” risposi sinceramente.
“Dovresti iniziare. Qui le persone della chiesa possono aiutarti a sistemarti subito. So che hanno aiutato un paio di persone nella tua stessa situazione.”
Ero stato cresciuto da cattolico, poiché mio padre non aveva mai completamente perso la fede, sebbene non fosse più praticante da quando aveva perso la famiglia e un braccio nella guerra fra Nigeria e Biafra, qualche volta ne dubitava tanto, ma tanta era anche la voglia di crederci. Perciò, non mi fu difficile presentarmi la domenica successiva alla chiesa di San Francesco d’Assisi, nel nostro quartiere prevalentemente bianco. Nemmeno Tunde andava in chiesa, così mi accompagnò lì, mi ripeté come ritrovare la strada di casa, e se ne andò. Era una chiesetta che poteva essere tranquillamente infilata dentro la cattedrale di San Domenico di Lagos, che mio padre frequentava saltuariamente. Ma anche così piccola era quasi vuota, eccetto che per la presenza, principalmente, di persone anziane, che volevano fare pace con Dio prima di lasciare questo mondo, o che semplicemente avevano bisogno di quelle relazioni sociali che la chiesa facilitava.
Dopo la messa c’era un ricevimento, consistente in sacramenti verbali e un pasto leggero, sebbene a quei tempi non avessi ancora imparato a vedere come un pasto due fette di pane con in mezzo un’ostia di carne, oppure farcite con verdura. Quello per me era uno scenario strano, una chiesa che invitava i suoi membri a un rinfresco dopo la messa, invece di un prete che doveva correre via per celebrarne un’altra. In una chiesa del genere, un nuovo venuto come me non poteva restare anonimo. Fui risucchiato in un giro di presentazioni e ripresentazioni, con un sacco di domande che si sovrapponevano.
“Da dove vieni?”
“Nigeria.”
“In Africa?”
“Si, Africa occidentale.” “Conosco una coppia che andò in Kenya per un safari qualche anno fa. È vicino alla Nigeria?”
“Oh no, il Kenya è nella parte orientale dell’Africa.”
“Dove vivi in Nigeria?”
“Lagos. Era la capitale fino a qualche anno fa.”
“È grande? È pronunciare grande quanto Manhattan?”
“È più grande. È la città africana più grande.”
“Davvero? Ci sono molti cristiani lì?”
“Si molti, e anche molti musulmani.”
“Andate tutti d’accordo?”
“Il più delle volte sì.”
“Perché sei in America?”
“Sono qui in visita. Sono venuto a passare un po’ di tempo con un amico.”
“Ottimo. Ti piace qui?”
“È un bel posto, ma è anche molto freddo.”
“Ma in realtà quest’anno non è stato un brutto inverno.”
Quando tornai a casa e raccontai la mia esperienza, Tunde mormorò: “È la logica americana.” Mi rendevo conto, però, che non era quella la cosa che lo preoccupava in quel momento. “Sembra che le peripezie all’ambasciata americana a Lagos ti abbiano davvero spaventato, pensi che tutti gli americani che ti chiedono perché sei qui facciano parte della polizia per l’immigrazione,” mi disse. “Queste persone della chiesa ti aiuteranno se possono. Perciò dovresti aprirti a loro. Le altre opzioni non mi sembrano un granché. Una è andare da un avvocato per gli immigrati, e ti costerebbe un mucchio di soldi. E d’altro canto potresti semplicemente finire con l’ottenere una rapida cultura sui tecnicismi dell’immigrazione. L’altra è trovare un “lavoro in nero” in un ristorantino o da qualche altra parte, pulire o lavare i piatti, e cercare di stare sempre un passo avanti a quelli dell’immigrazione. Deve esserci qualcuno in quella chiesa, forse il prete, che può aiutarti ad ottenere almeno un permesso di lavoro. Lo so perché ho chiesto un po’ in giro prima che arrivassi.”

Una volta che Tunde fu sicuro del fatto che meritassi la fiducia del Dr Lookout, il nostro rapporto migliorò. Non mi riuscì mai di conoscerlo troppo bene, perché passava gran parte del tempo al campus, aveva trascorso ventisei anni all’estero, si era sposato e poi aveva divorziato ed era arrivato allo stadio in cui tutto ciò che gli importava era starsene immerso nel suo lavoro. “Fallire in un ambito della vita è giustificabile,” diceva: “fallire in due è spiacevole, fallire in tutti è imperdonabile.” Sebbene vivesse in America già da dieci anni, non aveva amici, che io sapessi. Il suo svago consisteva per lo più nel falciare il prato nel weekend e nel leggere il National Geographic, pianificando grandi viaggi alle smoky mountains e itinerari storici che anche lui doveva sapere che non avrebbe mai fatto. Parlava ancora del suo villaggio come parte della regione occidentale, non perché non sapesse che da allora la Nigeria era stata spezzettata in piccole divisioni politiche, ma penso avesse rinunciato al suo paese prima di molti altri emigrati. E aveva fatto di un cliché un suo motto: “Ovunque una stella colpisca, lasciala splendere”.
Ma sulla chiesa aveva ragione. Fu la chiesa di San Francesco d’Assisi a sistemarmi in America. Il prete della parrocchia, padre Mark O’Connor, fu così commosso dalla mia storia – di come mio padre avesse perso la famiglia e un braccio in Biafra, di come fui ingiustamente licenziato dalla scuola elementare in Sa’ra, di come ebbi un lavoro per solo due mesi in quasi tre anni – che si impegnò con forza per il mio caso. “La tua storia è straordinaria,” mi disse “come qualcosa che sarebbe potuto succedere in Irlanda , ma Dio non dimentica mai la sua gente. E conosco il dottor Tu-n-de. È un eminente studioso, e mi piacerebbe che fosse anche solo un tiepido cristiano.” Trovò un modo per aiutarmi a ottenere un permesso di lavoro, fu un impresa così complicata che benedii il giorno in cui ero entrato in quella chiesa, e Tunde che mi ci aveva portato, e il Dr. Lookout che mi aveva condotto da Tunde, e Sa’ra che mi aveva portato dal Dr. Lookout, e mio padre per avermi condotto a Sa’ra.

III

Mi trasferii in un monolocale e iniziai a lavorare nel reparto acquisti della libreria della New York University una settimana dopo la partenza di Tunde. Avevo mandato una cartolina a mio padre la settimana in cui ero atterrato al JFK, comunicandogli che ero arrivato sano e salvo a New York. Ora, gli scrivevo una lettera per annunciargli che “ero effettivamente arrivato in America.” Mi mandò un’e-mail, dal cyber café di Achike, informandomi che era stato di nuovo superato per la promozione come capo della sua squadra al ministero, ma che per il resto stava bene, e anche Achike. Condivisi la notizia con padre O’Connor, che si arricciò la barba e fece il suo tipico commento: “Dio non dimentica mai la sua gente.” Avevo continuato ad andare in chiesa, più che altro per una cortesia verso il mio benefattore, e rimasi un membro costante finché non fu trasferito in una parrocchia nel Montana. L’ultima comunicazione che ebbi con lui fu un’e-mail che mi spedì per incoraggiarmi a rimanere un praticante convinto, assicurandomi che “Dio non dimentica mai la sua gente.” Ma mi sono quasi scordato della chiesa da allora.
Il lavoro nella libreria mi teneva occupato durante il giorno. Si era all’inizio di un nuovo semestre ed ero occupato nell’acquistare sia testi adottati che quelli consigliati per i corsi degli studenti. Era un lavoro che mi piaceva, fare ordinazioni e negoziare libri. Ero però preoccupato perché non mi ero ancora fatto nessun amico, non per mancanza di impegno. Forse, mi dicevo, ci stavo provando troppo. Avevo un certo numero di conoscenze maschili, ma il nostro rapporto di solito ristagnava al livello del saluto reciproco ogni volta che ci incontravamo, parlando del più e del meno, qualche volta discutevamo del mondo come se non ci vivessimo dentro. Ma la maggior parte delle volte in cui aprivo bocca, il mio uditorio soffriva di un attacco di parziale sordità. Dal momento che non ero incline a imparare di nuovo a parlare, iniziai a parlare per lo più con quelli che mi rivolgevano la parola, a patto che non mi costringessero a una sequela di ripetizioni o cominciassero a ripronunciare una parola che dicevo su due con il loro stimato accento.
La ricerca di un’amicizia femminile ebbe migliori risultati. Iniziò con l’accenno di una promettente relazione con una bianca americana alla moda, che indossava i suoi vestiti come personale affermazione di stile e si ricopriva di anelli, al naso, alle orecchie, alle caviglie, alle dita, persino i segni di anelli ai capezzoli. Era una studentessa al terzo anno e si chiamava Missy, o le piaceva essere chiamata così. Il nostro incontro fu promettente nel senso che, dopo aver conversato per circa un’ora sull’esotico, alla caffetteria, mi diede il numero di telefono. Quando la chiamai per fissare un primo appuntamento, quella promessa iniziò ad offuscarsi.
“Devo sapere una cosa,” mi disse. “tu stai su?”
“Sono africano. Non sono mai stato giù.” Era un tentativo di umorismo, per evitare di replicare a una domanda a cui non ero sicuro su come rispondere.
“Voglio dire: ti fai di roba?”
“Dipende da che roba.”
“Andiamo è la stessa cosa se stai su o no. Non posso uscire con te se non fai della roba.”
Avevo solo una vaga idea di quello di cui stava parlando, ma dato che era ovviamente un importante test per me da superare, dissi: “Certo, faccio sempre roba.”
Fu un’uscita disastrosa. Andammo ad un ‘rave’ dove la musica techno era insopportabilmente metallica e alta, e tutti erano euforici per l’ecstacy o l’adam, era come se fossi testimone di una realizzazione surreale di un progetto di levitazione di massa. Ero così visibilmente fuori posto che Missy semplicemente lievitò verso un amico interamente vestito di pelle che si era innalzato da tempo al di sopra del livello di un comune mortale come me. Me la filai alla chetichella.
Dopo Missy, iniziai a uscire con Kristal, una specializzanda del Belize. Mi disse che i suoi antenati erano Igbos , come me, portati nelle Americhe come schiavi. Per questo spesso ci chiamavamo teneramente “fratello” e “sorella.” Aveva solo un altro semestre prima di andare via, e a casa era già fidanzata. Non lo seppi fino a quando, dopo un mese che stavamo insieme, il fidanzato la chiamò al cellulare nel cuore della notte.
La sua “droga” era il teatro. Per questo trascorremmo parecchie serate nel teatrino ovattato vicino al campus, il cui nome è The Stage. La Gatta sul Tetto che Scotta, Un Cappello Pieno di Pioggia, Amadeus, Constant Star, Con le Pietre in Tasca, Amleto, Vite Private, Il Mago di Oz, Hedwig and the Angry Inch, li abbiamo visti tutti. Per me fu un ritorno, questa volta molto profondo per il suo impatto, a quel mondo che mi aveva affascinato da ragazzo al cinema Alì Babà. Per lei, penso fosse una fuga dal tedio di vivere in America. “Ovunque ti giri in questo paese trovi una legge,” diceva. “È incredibile che la gente non venga arrestata perché la notte russa.”
“Non si può mai sapere,” le dissi dopo aver visto Vite Private. “Magari ti sposi questo ragazzo in Belize, ma un giorno potremmo di nuovo stare insieme. Tornati a casa.”
“Stai riscrivendo la trama,” rispose, intrecciando le sue braccia con le mie. “E la vita non è un film.”
“Potrebbe esserlo,” dissi, “il nostro film.”
“Potrebbe esserlo, ma io devo tornare in Belize.” Lo pronunciò quasi in un soffio. “È quella casa mia.”
Il giorno dopo la laurea, lei partì. Non poteva aspettare, disse. La nostra relazione era stata di una certa importanza per lei, ma non nel modo in cui avevo iniziato a sperare. Aveva portato nella mia vita una ventata di calore, che non ero riuscito a trovare in America prima di lei, né dopo. Lei aveva fatto sì che ogni singola frase nel mio diario “Prima dell’America” iniziasse veramente a prendere vita, sulla “gioia di vivere,” “l’elevazione dell’immaginazione,” “la terra dell’abbondanza,” “il cinema privato di Dio.” Poco dopo la sua partenza iniziai un nuovo diario. “Dopo l’America”. Fu in quel periodo che cominciai a pensare di realizzare un sito web, creare una comunità virtuale di persone fatta di memorie ed esperienze, il mio cinema personale.
Dopo il ritorno di Kristal in Belize e terminata l’attrazione che The Stage esercitava su di me, inizialmente mi rivolsi alla televisione per un po’ di compagnia. Non sono mai stato un esperto di televisione. In Nigeria il sistema irregolare della fornitura elettrica e il quasi totale monopolio, da parte del governo, delle stazioni televisive non avevano fatto di me un simpatizzante dei medium. E in ogni caso era stato un mondo molto più aperto, qualche volta anche con troppa compagnia. Ma, rintanato nel mio appartamento a New York, con il telefono come migliore amico e salvagente, presi l’abitudine di sedermi di fronte alla televisione di sera con una lattina di birra in mano, come il personaggio di una pubblicità per una cura impossibile contro la solitudine.
All’inizio furono i “reality show” ad accattivarmi. L’interesse allora era su un gruppo di naufraghi su un’isola deserta, minacciati da nativi agghindati. Era un set molto elaborato, un ricco tentativo di procurare un divertimento surrogato nella desolazione dell’essere e del sopravvivere. Era numero uno negli ascolti, e tutti ne parlavano. Alcuni facevano anche delle scommesse su chi sarebbe stato l’ultimo sopravvissuto, e sarebbe tornato a casa con un milione di dollari. Era una somma impressionante, mi sembrava, per una così misera recita. Dopo un po’ di tempo il mio interesse svanì. I “reality show” dopo tutto erano più costruiti che reali.
In seguito divenni un fan dei quiz televisivi che promettevano un milione di dollari al concorrente che riusciva a rispondere correttamente a venti domande. A ogni risposta esatta il concorrente vinceva la ventesima parte del montepremi. Non c’è da meravigliarsi se i partecipanti al quiz accorrevano da ogni parte del paese, alcuni sin dall’Alaska e dalle Hawaii. Che ci facevo io a sgobbare in un negozio di libri? Per un periodo presi in considerazione l’idea di concorrere per partecipare al gioco, ma anche se fossi riuscito a superare i restrittivi criteri d’ammissione, come sarei riuscito a rispondere a domande su come si preparano le “uova benedette”, o lo stato americano che ha “Oro y plata” come motto, o cosa disse un personaggio dei cartoni a un altro in un fumetto degli anni Settanta?
Mi dedicai allora ai talk show della notte, e ne rimasi un fan per lungo tempo. Era un toccasana, un modo allegro per radunare tutti gli eventi della giornata e esporli nella loro ridicola biancheria intima. Questi non erano programmi che rifuggivano o edulcoravano la ferocia, ma erano pieni dell’unica cosa che mi era veramente mancata da quando ero arrivato: risate, risate a crepapelle. Chiunque avesse determinato l'orario dell’ultimo spettacolo della sera verso mezzanotte, doveva essere sotto l'influenza dello Spirito Santo in quel momento. Era un buon orario per l’America per ridere di se stessa, prima di andare a letto.
L’ora era anche giusta, perché l’ultimo notiziario, più o meno un’ora prima dell’ultimo talk show, grondava di sangue e diffondeva così tanto fumo di pistola che l’ultimo talk show della notte era come una forte esplosione d’aria fresca. Inizialmente mi ero rivolto ai notiziari per essere informato su quanto accadeva intorno a me. Presto, iniziai a temere le sue strane ma familiari rivelazioni. A questo punto rimase solo il fascino per l’ultimo talk show della notte. La sera il mio interesse scivolò su internet, un mondo più ampio e con più variabili. Fu anche un modo migliore per stare al passo con quanto accadeva a casa, invece delle occasionali notizie da necrologio sull’Africa che spuntavano fra un omicidio e una nuova tassa al telegiornale.
Per una via diversa internet fu un altro ritorno al mio passato. Al collegio, una delle grandi cose che ci aveva legati al mondo esterno era stato il fascino degli amici di penna. Ovviamente facevamo anche degli scherzetti, come spedire delle nostre pellicole che dovevano esse sviluppate in laboratori fotografici di Londra o ordinare parasoli da mercanti nel New Jersey, e poi scordare di pagare il conto. Ci dicevamo che queste persone dovevano essere così ricche che non sarebbero mai rimaste troppo sconvolte dal fatto che non gli pagassimo il conto, né che fossero così temerari da sedersi nei loro uffici dall’altra parte dell’oceano e aspettare che i loro fantasiosi conti ci muovessero verso qualcosa che andasse al di là dello scherno. Ma eravamo ragazzi, e ci piaceva fare foto, e nessuno di quegli scherzetti poteva essere paragonato all’emozione d’avere un amico di penna. Specialmente con le ragazze con cui dormivamo nei nostri sogni. A differenza che con i conti, non eravamo disattenti nel rispondere alle loro lettere.
La gioia più grande l’avevamo quando la risposta era accompagnata da foto ed esaltanti promesse d’amore. Nella scuola ci fu un boato quando ricevetti una risposta in una grossa busta bianca impiastricciata con segni di rossetto. Conteneva dieci foto di Alana, la mia amica di penna di Beverly Hills, in vacanza ad Acapulco. I nomi avevano per me un senso grazie alla loro risonanza, e le foto scintillavano con l’iridescenza della giovinezza e dei colori della spiaggia. Ma la busta bianca con tracce di rossetto faceva impallidire tutto il resto. Diventai noto come Acapulco, o Acapulco Wayne, e quella busta bianca fece di me il consulente preferito di tutti gli altri desiderosi di avere un amico di penna. Tutti volevano ottenere il mio stesso risultato, possedere una busta e premersela contro le labbra, come se le tracce fossero petali di carne. Il prezzo era un barattolo di cioccolato, non rimborsabile, per ogni lettera che scrivevo e un barattolo di latte per ogni consiglio che davo. Non solo ero il migliore alunno in inglese, ma avevo anche una bella calligrafia, una combinazione che rendeva un buon servizio a me e ai miei clienti. Comunque rimasi l’unico proprietario di una busta bianca ricoperta di rossetto. Un manufatto che tenni con me per molti anni.
Internet riportò malinconicamente il ricordo di quei giorni dell’amico di penna. Col passare del tempo non ci venne niente da loro, a quanto ne so. Fiorirono e svanirono secondo un ritmo che andava al di là noi stessi, ma in quel breve periodo di fioritura ci benedirono con una grande visione di noi stessi e del mondo. Qualche volta penso ancora ad Alana, o meglio qualche volta il suo nome mi torna in mente. Adesso, tutto solo in America, decisi di rintracciarla. Avevo visto e letto abbastanza dell’America da capire che tipo di persone potessero permettersi di vivere a Beverly Hills. Aveva davvero vissuto lì? Era davvero stata bella, e bianca, come era apparsa allora nella foto che mi aveva mandato? Se avessi potuta trovarla adesso, ora che doveva aver superato la stupida infatuazione che era germogliata quando eravamo adolescenti, cosa avremmo avuto da dirci? Ma non potei neanche iniziare la mia ricerca. Fui bloccato dal fatto che con gli anni il suo cognome si era offuscato nella memoria. Era Laupers, Lopez o Llosa, oppure Lepierre, o Lupons, o Lupaski? E comunque, a che sarebbe servito?
L’unico successo che ottenni sull’ Internet’s People Search fu il tentativo di rintracciare Chidi. Per un lungo periodo ero stato troppo infastidito per interessarmi a lui. Ma il fatto che vivessi anch’io in America mi aveva fatto riconsiderare la cosa. Forse era semplicemente uno dei tanti servi in America, che guadagnava solo abbastanza soldi per pagare le tasse. O magari era solo un altro alieno in cerca della sua anima in un negozio di giocattoli per adulti, dove non l’avrebbe mai trovata. Trovai Chidi su internet, e fu l’ultima volta che cercai qualcuno. Era in un penitenziario federale per il reato di possesso di droga. Doveva aver scritto al padre dalla prigione o tramite qualcuno perché era dentro già da qualche anno. Non riuscivo ad immaginare Chidi, il Chidi che avevo conosciuto, avere a che fare con la droga. Pensai a cosa fare per un paio di giorni. Era meglio lasciarlo stare o scrivergli e confermargli che ero al corrente del fatto che fosse in prigione. Ma un tempo era stato il mio più caro amico, così gli mandai una cartolina con una frase di Robert Louis Stevenson: “Un amico è un dono che fai a te stesso.” Quindi, non lo dimentichi mai, aggiunsi. Non ho mai avuto risposta.
Mi dedicai allora ai sito per appuntamenti e alle chatroom. Mi incuriosiva la proliferazione di quei mezzi, e il modo in cui rievocavano il periodo dell’amico di penna. Mi fu subito chiaro che le cose erano cambiate da quando cercavamo i nostri amici di penna. In quel periodo eravamo timidi, e nascondevamo la nostra passione dietro parole mielose e sonetti shakespeariani. Questa era una nuova spudorata era, un’era in cui si aveva poca fede nell’immaginazione. Questi siti prosperavano invece di vaga pornografia e audaci inviti: “Ciao, sono Jenny. Ho i capelli verdi e adoro portare mutandine color malva. Sto cercando un ragazzo con gli occhi porpora e la misura giusta.” Cosa sarà mai successo al corteggiamento?
Iniziai a costruire il mio sito web in una nevosa notte di febbraio, due anni dopo la mia partenza dalla Nigeria, o il mio arrivo in America. Volevo chiamarlo afteramerica.com, avevo deciso. Andare in America era stato per me come un passo in avanti, come un soggiorno nel cuore di una magnifica novità. Ora, sembrava un ritorno solitario verso un futuro raggrinzito in cui avevo già vissuto durante la sua alba.

traduzione di Maria Teresa Romano

1 Minibus spesso con rotte predefinite, non hanno un orario fisso e prendono e lasciano i passeggeri in qualunque posto lungo il percorso. È un mezzo di trasporto a metà strada fra quello pubblico e privato, caratteristico dei paesi in via di sviluppo.
2 Termine con cui in Nigeria si fa riferimento alle persone di razza bianca.
3Tipico vestito Nigeriano.
4 Modo di dire degli statunitensi, in particolare di origine irlandese, che fanno così riferimento alle vicissitudini e alle angustie provate in Irlanda, un tempo uno dei paesi più poveri d’Europa, e per questo viene usato come metro di paragone nei confronti di nazioni e popoli che vivono in condizioni simili.
5 Le persone che vivono nel sud-est della Nigeria.

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Anno 5, Numero 22
December 2008

 

 

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