El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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intervista a gianmaria testa

lara pischedda

D: Come si è sviluppata l'idea del concept album e del tema che ha scelto? Perché proprio le migrazioni?

R:Sono circa dieci anni che l'Italia è diventata un paese di immigrati, essendo stata fino a una generazione fa un paese di emigranti. Per l'ennesima volta la storia non ha insegnato quasi niente. Si è rafforzato un partito politico che ha come massima aspirazione oltre al federalismo quello di chiudere l'Italia a chiunque venga da fuori. Stiamo vivendo dei paradossi pazzeschi: la più grande nazione di immigrati del mondo che sono gli Stati Uniti, ha eretto un muro con il Messico per evitare che altri vadano ad aumentare il numero degli immigrati. Siamo alla follia totale. C'è un dislivello creato dall'occidente fra il primo e terzo-quarto mondo e ne è la dimostrazione il fatto che noi ce ne stiamo a bere vino in un gradevole ristorante del Trentino mentre c'è gente che muore di fame. Questo dislivello, per una questione di vasi comunicanti, tende a colmarsi, non ci sarà nessuna legge e nessun muro che preserverà noi che stiamo nel privilegio dall'invasione degli altri. Noi faremmo la stessa cosa nelle loro condizioni: se vedessi i miei figli morire in una qualche carestia o in una qualche guerra proverei a salvarli, pur rischiando di morire su una zattera attraversando il Mediterraneo. La cosa assurda è che non si capisca che la disperazione è assolutamente invincibile; ha ragione Erri de Luca quando dice che la disperazione non può essere battuta. Il disperato è invincibile perché mette in conto di morire. Non c'è nulla che possa sconfiggere chi ha messo in conto la morte.

D:Il suo album non sembra avere un senso politico, ma ambisce solamente a raccontare delle storie, dei frammenti di vita. E' stata una scelta voluta oppure è stata un'evoluzione spontanea del suo lavoro?

R:Io vengo da una generazione che diceva che anche il personale è politico. Continuo a essere d'accordo con quel postulato. Il personale è anche politico. Io non ho voluto un trattato sul tema della migrazione, innanzitutto perché non ne sarei in grado, poi perché si sarebbe aggiunto a una quantità di altre discussioni socio-politiche che si fanno continuamente: sulle ragioni, su cosa bisognerebbe fare, sulle leggi... Ho voluto affrontare il tema dal punto di vista umano ma questo non vuol dire che non sia politico. Politico per me non vuol dire ostentare una qualche ragione, politico vuol dire anche trovare caro il pane quando lo si va a comprare. Tutto appartiene alla politica. La riprova ce l'ho avuta qualche tempo fa quando ho suonato a Treviso, dopo il concerto alcune persone sono venute a dirmi che il concerto gli era piaciuto ma che non condividevano niente di quello che avevo cantato. Per me questo è un successo perché prendersi la briga di venirmi a dire una cosa del genere vuol dire che è una pietra lanciata in uno stagno che risponde.

D:Come descriverebbe l'Italia di oggi a un migrante intenzionato ad intraprendere il viaggio da questa parte del mare?

R:Direi che è un paese nel quale probabilmente ha ragione a provare a salvarsi. Probabilmente se fossi un cittadino dell'Albania, del Rwanda o del Kurdistan, se non avessi da dar mangiare ai miei figli proverei ad andare in Italia pur sapendo di trovare grandi difficoltà. È un paese che ha tutte le contraddizioni dell'Occidente con forse un livello di umanità un po' meno rigido di altri. Capisco perfino che sia una meta tutto sommato ambita.
Ma magari rispetto ad altri paesi c'è una minore integrazione, se pensiamo alla Francia... Non sono d'accordo. La maggiore integrazione degli altri paesi non deriva dalla loro benevolenza ma dal fatto che sono paesi che hanno avuto una più forte vocazione coloniale rispetto alla nostra. È vero che la Francia è più abituata ad avere maghrebini, algerini, gente di colore ma è anche vero che hanno una chiusura forse perfino superiore alla nostra nei confronti degli immigrati. C'è addirittura una tendenza a ghettizzare, non a caso recentemente è scoppiata in Francia la questione delle banlieus, prevalentemente in luoghi abitati da nordafricani. Credo che alla fine l'Italia non sia peggio di altri posti e forse la maggiore integrazione in Francia è solo apparente.

D:All'interno del suo ultimo album c'è una canzone, Ritals, omaggio al suo amico Jean-Claude Izzo, in cui ci racconta della migrazione vissuta dagli italiani costretti a cercare fortuna all'estero. Posso chiederle come è nata l'amicizia che l'ha legata a Jean-Claude Izzo?

R:In un suo romanzo di grande successo Marinai perduti i protagonisti ascoltavano tra le altre anche le mie canzoni. Siccome mi hanno regalato questo libro per un mio compleanno, ho avuto voglia di incontrarlo, perché mi sembrava talmente strano che mi citasse, il mio disco era appena uscito.

D:E' stato lei quindi a contattarlo?

R:Sì, ho chiesto di incontrarlo. Ci siamo incontrati a Parigi in una brasserie che stava chiudendo, con i camerieri che ci guardavo male. Ci siamo solo detti praticamente buonasera. Eravamo tutti e due molto imbarazzati l'uno dell'altro. Poi io ho fatto dei concerti vicino a Marsiglia ed è venuto a sentirmi, ci siamo trovati a cena e da lì è stato come se ci fossimo conosciuti da sempre. Siamo stati molto amici per un periodo molto breve perché pochi anni dopo è mancato. La canzone Ritals l'ho dedicata a lui perché è stato lui a spiegarmi il significato di ritals: era un insulto, il modo in cui nell'area francofona e non solo in Francia venivano chiamati gli Italiani. Corrisponde più o meno al nostro terrone. Jean-Claude me lo ha raccontato per spiegarmi che i suoi genitori (suo padre era di Salerno e sua madre spagnola) gli avevano proibito di imparare le due lingue di origine e lui era molto dispiaciuto di non parlare né italiano, né spagnolo.

D:Questo per permettergli una maggiore integrazione?

R:Perché da bambino non dovesse subire l'insulto degli altri bambini.

D:Jean-Claude Izzo è diventato una specie di mito, una leggenda. Chi era per lei che l'ha conosciuto?

R:Non ho elementi per giudicare la sua opera letteraria perché non sono un critico. Ho letto volentieri i suoi libri, quello che mi è piaciuto di più è stato Marinai perduti. Sugli altri mi astengo dal dare un giudizio perché innanzitutto ero suo amico: leggere un amico è diverso dal leggere uno scrittore. Vorrei però dire a tutti quelli che leggono Jean-Claude adesso, che non c'era nessun bluff, lui scriveva esattamente per come era. Tutta l'umanità che viene fuori anche dalla trilogia, tutti i dubbi, il non avere una verità in tasca, corrisponde perfettamente a quello che lui era. Solo per una cosa io gliene voglio. Quando è morto, ha voluto essere cremato e ha voluto che le sue ceneri fossero sparse davanti all'Ile de Frioul, di fronte al porto vecchio di Marsiglia. E quindi non c'è un posto in cui andarlo a salutare, se non questo mare. E secondo me ha fatto una stupidaggine perché non c'è un posto fisico in cui quelli che gli hanno voluto bene possano stare con lui per un'ultima volta. Ma anche questo faceva parte di lui.

D:Tornando a parlare della lettura, le è mai capitato di venire a contatto con la letteratura della migrazione?

R:Sì, ma se devo essere onesto in maniera molto superficiale. Tra molti venditori di accendini ce ne sono alcuni che vendono libri e io ne ho comprati, ma non posso dire di averli letti. Li ho solo sfogliati, e questo fa parte del mio essere da questa parte del mare.

D:Secondo lei la letteratura della migrazione può essere utile a una educazione sociale non solo per la comprensione del fenomeno della migrazione, ma anche per una pacifica convivenza, per un'accettazione reciproca e un dialogo sempre aperto e tollerante?

R:Io credo che tutto sia utile. Il razzismo ideologico è una malattia, come il revisionismo storico. La cosa preoccupante è il razzismo della brava gente, quel razzismo che fa dire "tanto tutti gli albanesi sono dei ladri." Questo nasce fondamentalmente dalla paura della diversità e dalla difesa del piccolo territorio intorno a cui hai pisciato. Quello è il tuo posto e guai a chi te lo tocca. Per modificare questo penso che qualsiasi cosa serva, anche chi scrive. Noi abbiamo, come esseri umani, questo privilegio della comunicazione e quando la comunicazione è viva in genere le cose vanno meglio.

D:Un nostro collaboratore ha assistito allo spettacolo Chischiotte e gli invincibili in cui la vediamo presente assieme a Erri de Luca. L'impressione è stata quella che lo spettacolo fosse confezionato per un pubblico sulla cinquantina. È d'accordo con questa affermazione e come è stato recepito dai giovani?

R:Lo spettacolo non è stato confezionato per un pubblico di cinquantenni. È vero che sia io che Erri siamo attorno alla cinquantina e probabilmente facciamo delle cose che ci assomigliano anche anagraficamente. Dire una cosa del genere equivale a dire che tutti gli albanesi sono dei delinquenti. Senza dubbio è uno spettacolo sul quale si è obbligati a riflettere, a pensare ma io ho visto invece parecchi giovani venire. L'idea che c'è alla base di questo spettacolo, che alla fine non è uno spettacolo ma una chiacchierata con musica, è che gli invincibili non sono quelli che vincono ma quelli che nonostante le sconfitte tornano in piedi a battersi di nuovo.

D:La collaborazione con Erri De Luca nasce da interessi valori condivisi. Quali di questi è possibile secondo lei trasferire alle giovani generazioni?

R:Né io né credo Erri abbiamo il senso del messaggio in quello che facciamo. Condividiamo solo una cosa: il fatto che ci sono delle cose che non sono dicibili a parole e ognuno di noi si industria a comunicarle in qualche altro modo, scrivendo, facendo fotografie,... Ognuno di noi prende dal mondo che lo circonda quello che lo colpisce e lo interessa, se poi incidentalmente quello che fai a qualcuno rimane, ben venga. Come è capitato a me per esempio con Erri: leggendo certe sue cose io ho corretto la mia direzione, ma non è che volesse farlo per me, l'ha fatto per sé.

D:Il viaggio ha fatto parte, seppur in maniera diversa, del suo lavoro, quello di ferroviere (spettatore del viaggio degli altri) e quello di musicista, che la porta ora a viaggiare da protagonista girando per i vari teatri del mondo. La stanca viaggiare o riesce a godere dei posti in cui si esibisce?

R:Dei viaggi si gode molto poco tranne in casi come questo in cui arrivi il giorno prima e hai il tempo per una cosa che un detto piemontese esprimerebbe così: pagare per respirare l'aria di un posto. Spesso si arriva in un luogo il pomeriggio: albergo, prove, concerto, hotel, mattina dopo dormire, altro concerto. Non si ha mai il tempo per comprare l'aria di quel posto. Per questo io in ogni posto in cui vado chiedo qualche informazione, cerco di abitare un luogo anche per un minimo tempo perché non rimanga soltanto un nome sulla cartina. Comunque il viaggio lo subisco, soprattutto in aereo. Per fortuna però il concerto assolve a una parte del viaggio: ti permette un'intimità con i musicisti e con la gente che riempie una parte del vuoto lasciato dal viaggio che non permette la conoscenza.

D:Vorrei farle una domanda legata al suo vecchio lavoro, che in realtà non so se ancora attuale.

R:No, ho lasciato da poco il lavoro di ferroviere.

D:Ho visto che ha partecipato al Timeinjazz che è tenuto quest'estate in Sardegna e lei suonerà nelle stazioni di Chilivani e di Olbia . Come è nata l'idea di questa location particolare e di unire note e rotaie?

R:Dovresti chiederlo a Paolo (Paolo Fresu, ndr)... Avrà pensato: fai il ferroviere e vieni a cantare nelle stazioni... All'inizio doveva farlo Vinicio (Vinicio Capossela, ndr) ma poi ha preferito che lo facessi io. In realtà sono molto contento, non particolarmente di suonare nelle stazioni, non è che abbia un legame particolare con la stazione, se non per il mio vecchio lavoro, che per me era un lavoro serio e in cui mi sono trovato bene per 25 anni.

D:Io l'ho conosciuta con il suo album Altre latitudini e in particolare con la canzone Na stella. Che effetto le ha fatto cantare in napoletano, in una lingua così diversa dalla sua?

R:La canzone mi piaceva e ho sempre cantato in napoletano, ma di nascosto sotto la doccia, senza farmi sentire da nessuno. Se dovessi ricantarla credo che la ricanterei meglio, in modo più consapevole, ma sia Fausto (Fausto Mesolella, degli Avion Travel, ndr) che Erri hanno assistito alla registrazione e mi hanno assolto sulla pronuncia.

D:Ha dovuto studiare molto?

R:No. Mi rendo conto che cantare in un dialetto e in una lingua che non è la tua è una grossa responsabilità, perché le lingue sono uno dei pochi territori di libertà della gente, sono un ambito nel quale anche uno sfigato di periferia se inventa un neologismo efficace può comparire sulla Treccani. Le lingue sono ancora uno dei pochi territori di relativa democrazia. Questo è uno dei motivi per cui ogni lingua e ogni dialetto richiede molto rispetto. Io sono spesso sollecitato a cantare in francese, l'ho fatto un'unica volta ma ancora me ne pento un po'. In napoletano invece l'ho fatto un po' come omaggio al luogo in Italia che ha generato la melodia del cantare italiano.

D:Che effetto le fanno gli accostamenti che la critica spesso fa di lei a Paolo Conte o Fabrizio de André?

R:Valgono come per de André gli accostamenti a Brassens e per Paolo Conte a Buscaglione o ha tutto quello che l'ha preceduto. L'originalità sicuramente è un valore quando ha qualcosa da dire, l'originalità fine a se stessa non serve a niente. Non mi importa di questi accostamenti, non cerco una differenziazione, se mi viene in quel modo faccio in quel modo, e se qualcuno ha già utilizzato quel modo per dire un'altra cosa va bene lo stesso. Essere paragonato a Paolo Conte non mi dà fastidio, bisognerebbe sentire quello che dice lui. Certo è che la mia musica è più vicina a quella di Paolo Conte che a quella di Michael Jackson se proprio vogliamo fare un paragone...

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Anno 4, Numero 19
March 2008

 

 

 

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