El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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memorie d'oltrecielo

eugène Ébodé

Vi scrivo da lontano per dirvi quanto sia sgomento per ciò che sento e vedo da qui. Cosa succede in Francia? Ieri, automobili che andavano a fuoco, ragazzi che prendevano a sassate le macchine dei pompieri, aggredivano le forze dell’ordine e incendiavano persino le loro scuole! Quei ragazzi, figli di immigrati ma ormai francesi per la maggioranza, di notte, per le strade del paese hanno urlato la loro disperazione. Hanno dimostrato soprattutto quanto può essere terrificante e nociva una prigione senza muri e senza sbarre. Si sono resi conto di beneficiare di una libertà fittizia mentre il mondo andava avanti senza di loro. Quei ragazzi esprimono una rabbia ben fondata verso ciò che li tiene fuori da ogni possibilità di visibilità sociale e professionale. Oggi, ancora con sgomento, sento che la francofonia, struttura linguistica e insieme politica che abbiamo cercato di costruire come uno spazio scevro da ogni sorta di risentimento o di volontà di potenza, oggi è deriso, attaccato. Da chi? Da coloro che avrebbero dovuto considerarla una cosa loro. Tutto ciò mi ha fatto venire la voglia di affidare alle vostre orecchie qualche supplica contenuta in questo libello d’oltrecielo.
Qui, nell’aldilà, in questa eternità non tanto poi così tranquilla, siamo divisi dalle dispute anche sul comportamento visibilmente sconsiderato dei vivi quando si verifica una situazione di crisi. Intorno a me si sono formati due schieramenti: quelli che, guardandovi, hanno preso le parti dell’osservazione passiva, alzano le spalle e dicono con aria prostrata: “Basta!”; altri che di fronte al vostro agire entrano in preda a una rabbia impossibile da contenere e perfino descrivere, vi urlano contro parole così pesanti da provocare qui un gran frastuono e tanto furore. Per cui, tra i due schieramenti si creano delle discussioni che non potete neppure immaginare.
Ci tengo a dire una cosa che non voglio assolutamente passi sotto silenzio: il mio ego non è stato scalfito quando ho saputo che un ex capo di stato aveva sostituito all’Académie française il Presidente del grande stato africano che fui. Speravo che fosse accolto con la cola fraterna che si è soliti offrire a ogni ospite. Accrescerà, non ho dubbi, il caleidoscopio delle emozioni benefiche e delle opere necessarie ad arricchire il vocabolario e le espressioni emerse dall’arcipelago francofono. Vorrei aggiungere, però, signore e signori, che fui anche poeta! Vissi con un’immensa sete d’amore nel cuore e la penna in mano. Quanto ai giovani che contestano ciò che abbiamo cercato di fare, dirò che è normale che ogni generazione si affermi ed esponga la propria visione del mondo. Ma questi giovani devono sapere che se è vero che non si è mai vista una formica trasportare un elefante sulla schiena, assistiamo tuttavia ogni giorno allo sprofondarsi delle colonne dei templi per mancanza di braccia ardite atte a rinforzarne le fondamenta. Sono sgomento per altre azioni ancor più insostenibili: le guerre. Sgomento perché le autorità africane non hanno aperto bocca quando mano criminali hanno incendiato in Francia gli hotel da fame dove sono reclusi degli Immigrati, i nuovi Tirailleurs Senegalesi della guerra economica. Deploro quei vili abbandoni e deploro anche la mancanza di complicità fra intellettuali di civiltà diverse che sembrano aver rinunciato a consolidare l’idea di civiltà dell’universale. Un'altra cosa che non vedevo l’ora di confidarvi è la seguente: Ero compagno di Jean–Sol Partre in via d’ULM, all’École Normale Supérieure. Era nata un’amicizia ed eravamo uniti da una complicità. Alla vigilia della guerra, recitavo versi alla Sorbona con alcuni immigrati dell’epoca. Una vera e propria fratellanza di penna, che oggi non si vede più, legava Partre, Breton, Aragon, Mauriac, Pompidou alla nostra colonia d’isolati dalla pelle assolata. Alioune Diop, Jacques Rabémananjara, Aimé Césaire (vostro ultimo colosso che supplico non ci raggiunga per ora, ma che si attardi e ci venga incontro il più tardi possibile), Guy Tirolien, Léon Gontran Damas, e poi Richard White, Nina Simone, James Baldwin… Eravamo soliti declamare le nostre poesie fin nel cuore della Sorbona, nell’anfiteatro Descartes, e non nelle cantine delle periferie diventate luogo di confino! Ebbene sì, la Sorbona ci apriva le porte per accogliere gli scrittori di maggior talento dalla pelle scura, cosa che non osa più fare ai giorni nostri. Indegna sorte è toccata ai rapper, poeti dell’urbanità, miseramente ridotti a residenza forzata e pregati di passare solo dalle strade periferiche e di stare lontani dalle luci di una città dalla gloria sbiadita: Parigi.
Quando recitavo la poesia Femme Noire alla Sorbona, la folla presente mi acclamava a gran voce chiedendomi altre poesie. Quando nel 1959 abbiamo riunito a Roma il secondo congresso degli scrittori e artisti neri, ho potuto prendere la misura dell’attesa, della brama di trovare le connessioni necessarie e intelligenti tra l’Occidente e i Tropici. A coloro che hanno inventato la connessione internet, dico che è una buona cosa. Ma che non serve a niente privilegiare il legame informatico se il metissage culturale non viene coltivato da coloro che dovrebbero essere i primi inflessibili giardinieri: gli intellettuali. Rinchiusi nella difesa dei loro privilegi o alla ricerca di una fama mediatica, corrono con la lingua lunga da una platea all’altra dietro una gloria scadente.
Chi vi parla non ha nessuna intenzione di fare la parte dell’ex combattente né tantomeno della guida morale; mi fa piacere ricordare che fu in compagnia di Partre, Mauriac e Picasso che, entusiasmandoci e riscaldandoci alla lettura delle parole vigorose di Isidore Ducasse, guardavamo all’orizzonte. Sotto il grande flamboyant del pensiero dove c’intrattenevamo, eravamo consapevoli dei pericoli che incombevano sull’Occidente rigonfio di sufficienza e su coloro che minacciavano i popoli colonizzati tremanti sotto il peso dei pregiudizi e paralizzati dai loro complessi. Eravamo inquieti ma decisi a tessere le trecce della speranza sulle teste dei giovani dei paesi ex colonizzati o ex colonizzatori. Fu così che a Césaire venne quest’idea: l’appuntamento del dare e del ricevere è la condizione indispensabile per un autentico dialogo di culture. Nessuna cultura avrebbe meritato il rispetto se si fosse trincerata dietro un atteggiamento mendico. Nessuna avrebbe servito pienamente la virtù se si fosse irrigidita nell’abuso di posture imperiali. Stretto è il passaggio per coloro che vogliono accedere al cielo delle idee. Ho detto passaggio? Non vedeteci un’astuzia!
Prima di lasciare il nostro bel pianeta blu, sono sempre stato convinto fino in fondo che la civiltà del futuro è il meticciato. Sostenere il contrario ci riporta alle teorie della purezza della razza di cui un sedicente gigante della letteratura, Houellebecq, diffonde, dopo Gobineau, la medicina funesta.
Se ho deciso di uscire dal silenzio, è perché abbiamo appena ricevuto qui due giovani. Sembrano sperduti e ci dicono di aver scalato per sbaglio un muro a Clichy sous–bois. Sono stati colpiti da una scarica elettrica mortale e non capiscono lo scalo che sono stati costretti a fare in nostra barbosa compagnia. Per loro il riposo eterno è un’aberrazione perché qui ci sono solo eterni attriti e “tanti vecchi bisbetici”, come dicono loro. Non c’è da stupirsi, tutte le maschere sono cadute e ciascuno di noi è messo a nudo. Ciò che meraviglia questi giovani, che non sono assolutamente piccoli selvaggi né gentaglia, e dò un pugno in faccia a chi li considerasse tali, è la scomparsa degli accenti! I nostri due ragazzi sono sperduti da quando non possono individuare da quale luogo in Francia o nel mondo venga chi gli rivolge la parola. Invano ho affermato che ero di Joal, che ho completato il mio ciclo di vita terrestre come cittadino di Verson, spiego loro che quindi le mie patrie furono tante, e nonostante ciò si ostinano a non prendere i miei discorsi sul serio. Vi garantisco che non hanno perso per niente la loro capacità di ribattere e la spontaneità che li resero simpatici sulla terra. Grazie a queste qualità, beneficieranno della mia eterna simpatia e della mia protezione. Ora mi rimane solo di continuare con loro l’opera fondamentale che tutti i figli del mondo devono ricevere dagli adulti: la trasmissione del sapere. Oggi non farò loro la Lezione della lezione, Pierre Bourdieu e Dante se ne occuperanno con il loro solito brio che vi è noto. Ho intenzione di insegnare loro a battere i tam–tam e i tamburi della memoria declamando la poesia di Guy Tirolien:

Signore, sono tanto stanco,
Sono nato stanco.
E ho tanto camminato dal canto del gallo
E la collina che porta alla loro scuola è molto alta.
Signore, non voglio più andare alla loro scuola,
Ti prego, fa’ che non ci vada più…

Sì, bisogna dire no alla scuola che non insegna la magnificenza di ciascuna civiltà. Bisogna dire no alla piccola scuola per quella più grande, quella delle istanze morali. Poi affiderò questi due ragazzi a Marie Curie, Jacques Brel, Partre, Fela Kuti, Nina Simone, Joséphine Baker, Cheikh Anta Diop, Toussaint Louverture, Socrate, Lumumba, Joseph Ki Zerbo e a tanti altri saggi per costruire insieme la tela dei valori eterni e del distacco proficuo.

Traduzione dal francese di Cristina Schiavone.

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Anno 4, Numero 19
March 2008

 

 

 

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