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per i miracoli ci stiamo attrezzando

sefi atta

L’unico argomento di discussione tra Makinde e la sua nuova moglie Bisi era il vezzo di donare troppe decime alla sua chiesa. Il dieci per cento, secondo lei, non era abbastanza: doveva far capire fino a che punto fosse davvero nata a nuova vita, e ogni volta che visitava il Tabernacolo della Vita Rigogliosa, lasciava un piccolo extra sul vassoio delle offerte per l’associazione delle donne sposate, che – a detta di Makinde – era un gran covo di pettegole. Makinde faceva il carrozziere. Lavorava in uno lotto di terreno all’angolo di una strada di Lagos. Bisi vendeva pane e uova sode ai passeggeri in una stazione degli autobus della zona. Quando aveva abbandonato i suoi vestiti multicolori per gli abiti neri, Makinde non aveva avuto nulla da ridire. Quando aveva smesso di parlare ai suoi amici non Cristiani perché erano peccatori, lui non aveva detto una parola. Aveva accettato la sua assistenza spirituale quando si era rotto una mano e lei aveva digiunato per due settimane per farlo guarire. Un mototaxi lo aveva quasi investito. Lui si era gettato in un canale di scarico proteggendosi la testa tra le mani, ma nascosti sotto la melma c’erano dei sassi. Così aveva mangiato anche la razione di cibo della moglie e dopo la guarigione gli era rimasto il mignolo permanentemente piegato ad angolo retto. Lui sapeva che Bisi aveva una predisposizione naturale ad esaltarsi, così quel pomeriggio, quando arrivando al suo lotto con il solito pranzo a base di pane e uovo vide il parabrezza di un’auto che stava parcheggiata lì da anni e cadde in ginocchio dicendo che le era apparsa la Vergine Maria, Makinde alzò appena la testa dal suo sandwich per vedere cosa stesse facendo. Aveva pulito quel parabrezza con uno straccio oleoso, per sbarazzarsi di alcuni escrementi di uccello che si era stufato di vedere tutti i giorni. Era caduta una pioggia leggera quella mattina. E poi, Bisi non era nemmeno cattolica.

Lei corse alla stazione per dire ai passeggeri che aveva avuto una visione, e circa una dozzina di loro la riaccompagnarono per verificare con i propri occhi: alcuni, quasi tutti uomini, proseguirono per la loro strada facendo battute sulle donne nigeriane e sui loro atteggiamenti bigotti; gli altri, per lo più donne, si trattennero a osservare lo sporco parabrezza. Tremanti, scoppiarono in lacrime. È un miracolo, dicevano. C’era davvero un’immagine nitida: un piccolo cerchio sopra una collinetta più grande e sfumature iridescenti intorno al cerchio. Con il diffondersi della notizia dell’apparizione, agli spettatori si aggiungeva ogni volta un numero crescente di passeggeri. Ben presto furono così tanti da rendere il lavoro di Makinde impossibile, al punto che fu costretto a mandarli via.
Lavorava da una vita, almeno dal momento in cui sua madre aveva smesso di imboccarlo. Aveva iniziato vendendo cassette di arance. Non era mai andato a scuola. A dieci anni aveva fatto pratica con il padre, un meccanico autodidatta. Makinde gonfiava le gomme, toglieva i chiodi e metteva le toppe, poi era stato promosso a cambiare le candele. Forse non era il miglior meccanico di Lagos, ma era uno dei pochi a cui i clienti potessero affidare i loro veicoli senza il timore che mancassero i pezzi di ricambio. Tra tutti i suoi clienti, i proprietari di Mercedes, che avevano accesso all’inafferrabile denaro liquido della sua nazione, lo sbalordivano. Queste persone benestanti facevano sempre le difficili quando veniva il momento di pagare: davano a Makinde gli spiccioli con mani morbide e paffute, mentre lui non si ricordava nemmeno il colore delle sue unghie, da quanto erano sporche di morca. Si puliva le mani con stracci intrisi di benzina come quello che aveva usato per il parabrezza. Per risparmiare, mangiava secondo la tabella Zero-Uno-Zero: niente a colazione, un pasto abbondante a pranzo, di nuovo niente per cena. Ecco dove stava il vero miracolo: lui era sempre povero.
«Moglie mia», disse quando i curiosi se ne furono andati. «Non m’importa se sprechi tutti i tuoi guadagni per la tua chiesa…O meglio, mi importa, ma niente di quello che ti dico ti farà cambiare idea. Ma adesso non ti permetterò di tenere una funzione qui, sul mio spazio, e di intralciare il mio lavoro».
«Perché?», chiese Bisi.
«La tua gente mi farà scappare i clienti, con tutte quelle lagne e contorsioni».
«E come?», replicò lei.
Era questo il suo modo di discutere. Non lo sfidava mai apertamente, ma gli faceva un numero sufficiente di domande da confondersi, e magari, da farlo cedere.
«Ti sto solo dicendo che non deve accadere mai più», rispose Makinde.
Era noto per la sua pazienza, perché parlare non era la sua passione: gli portava via troppa energia preziosa. Bisi gli disse che era proprio un testone, ma lui si rifiutò di servire messa con lei.

2.
Quando il giorno dopo Makinde andò a lavoro, trovò un gruppo di una ventina di persone che stavano aspettando nel suo lotto, uomini, donne, e persino bambini. Erano tutti vestiti di bianco e scalzi, nonostante per terra ci fosse una distesa nera d’olio e sporcizia.
«Siamo venuti per assistere all’apparizione», disse un vecchio.
«Sia lodato il Signore», mormorò Makinde.
Erano circa le cinque e mezza del mattino. Non poteva essere stata Bisi a dirglielo. Che la gente avrebbe diffuso la notizia, non l’aveva previsto.
«Mi dispiace», disse. «Non posso tenervi qui a pregare nel mio spazio».
«Sfortunatamente per te, la cosa va oltre la tua volontà», gli rispose il vecchio. «Le forze celesti hanno scelto questo posto. Faresti meglio a piegarti al loro volere, piuttosto che metterti in mezzo».
Il vecchio gli sorrideva, però Makinde aveva paura lo stesso. Lui ci credeva in una forza celeste, solo non credeva che la forza celeste lo considerasse speciale al punto da salvargli l’anima.
«Da questa parte», disse.
Indicò la vecchia auto, che tra parentesi una volta era stata una Peugeot 405 color beige. Adesso sembrava piuttosto una carcassa. Mancavano i sedili e il volante, portati via dai ladri. Il gruppo di scalzi si avvicinò al parabrezza: il vecchio fu il primo ad avere la visione e cadde in ginocchio. Gli altri seguirono, e si misero a salmodiare. Makinde prese a colpire con forza la lamiera per sovrastare quel mormorio. Non più di cinque gruppi, pensava, avrebbero visitato il suo lotto. Tre quel giorno, e magari due l’indomani. Aveva sentito dire che visioni del genere si manifestavano su vetri sporchi in quartieri poveri. Non sapeva leggere, e quindi non poteva essere a conoscenza del fatto che, a Lagos, queste visioni in realtà attiravano quelle che i quotidiani chiamavano le Folle, e che queste Folle si stavano Radunando. Una folla si è radunata per l’ Apparizione della Vergine Maria davanti alla finestra di una latrina. Una folla si è radunata per l’Apparizione della Vergine Maria al Chiosco del Venditore di Popcorn e Noccioline. Erano questi i titoli delle passate edizioni dei quotidiani nazionali.
La previsione di Makinde circa i cinque gruppi di venti persone si rivelò sottostimata. Duecentocinquanta persone visitarono il suo lotto quella mattina, e altrettante ne arrivarono nel pomeriggio. Makinde smise di mostrar loro il parabrezza della Peugeot: una donna alta e magra era rimasta dalla mattina per fare da guida.
Aveva raccontato la loro storia ad un giornalista: che Makinde e sua moglie si erano appena sposati, di come Bisi fosse una convertita, e del fatto che Makinde non frequentasse la chiesa. Ciononostante l’apparizione si era manifestata proprio nel suo lotto, e questo era un segno inequivocabile che la grazia di Dio poteva rivelarsi praticamente ovunque. Bisi arrivò all’ora di pranzo con il solito pranzo di Makinde, a base di pane e uova sode. Vide la calca, e subito negò di esserne la responsabile: «Non è colpa mia!».
«Tranquilla, ti credo», le rispose Makinde. Era una cosa troppo grande per lei.
La guida le si avvicinò: «Che Dio ti benedica, sorella».
«Altrettanto», rispose Bisi.
«È tutta la mattina che siamo qui, a mostrare alla gente dove devono pregare per ottenere i miracoli, senza compenso».
«Dici sul serio?».
«Sì, è così, e adesso siamo tutti piuttosto affamati. Potresti per favore tornare alla stazione e portarci un po’ di pane e di uova?»
La guida stava parlando solo per se stessa. Il miracolo per cui aveva pregato era che gli altri la smettessero di dire che era pazza. Sapeva che la sua vocazione era quella di servire Dio. In una qualsiasi altra parte del mondo sarebbe stata una predicatrice di strada, ma qui, l’avevano spedita in un ospedale, dove i dottori le facevano le iniezioni mentre le infermiere la tenevano ferma per poi picchiarla selvaggiamente.
Makinde disse a Bisi di andare a prendere il suo pane e uovo sodo. Poi, quando entrambe le donne si allontanarono per svolgere i loro rispettivi compiti, gli venne un’idea. Senza compenso, aveva detto la guida. La gente se ne stava lì nel suo lotto, intralciandogli il lavoro. Perché non farli pagare? Pagavano per frequentare la chiesa.
Fece un calcolo dei suoi mancati guadagni, la cifra netta. La divise per il numero dei visitatori che venivano nel suo lotto. Arrotondò per difetto, tenendo conto della povertà, ed ottenne la quota di un naira a persona.
Davanti allo lotto c’era il canale di scarico dove aveva dovuto tuffarsi per salvarsi la vita. C’era uno spesso tavolaccio sopra il canale, abbastanza spesso da reggere il peso dei veicoli. Salì sul tavolaccio e disse a gran voce: «Chiedo scusa. Mi chiamo Makinde. Già, ehm, sono il proprietario di questo posto. Ho deciso di non interferire oggi nel vostro culto. Ma il fatto è che io…io sono un uomo di umili mezzi, come potete vedere, e il mio lavoro è danneggiato da questo viavai continuo. Così, pensavo che magari voi poteste…poteste…per favore…?»
Parlare era sfiancante. E comunque quasi nessuno lo stava ascoltando. Erano tutti occupati a pregare, a cantare, a dondolarsi.
Allora Makinde alzò la voce: «Mi chiamo Makinde! Sono il padrone! E sto parlando con voi! Se volete continuare con la vostra visione, vi consiglio di pagare un naira a testa, adesso, altrimenti prenderò uno straccio e la farò sparire».
Piombò il silenzio. Una o due persone chiesero di cosa stesse parlando e per quale motivo si fosse arrabbiato. La guida glie lo stava spiegando quando giunse un’altra visitatrice. Makinde tese la mano senza guardarla in faccia e disse: «Un naira per entrare, prego».
«E da quando?».
Era Bisi. Era tornata in tutta fretta con il pane e le uova per la guida.

3.
Quel mese Makinde riuscì a riscuotere un po’ di soldi dai visitatori del suo lotto. Era addirittura finito sui giornali della domenica. Una Folla si Raduna dal Meccanico per assistere al Miracolo. La gente veniva a pregare per ricevere cure, borse di studio, superare esami scolastici, trovare lavoro, ottenere una promozione, soprattutto avere più soldi. C’erano visitatori sulla sedia a rotelle, con le stampelle, ciechi, malati di mente, sfrattati, a cui era stato spezzato il cuore, abbandonati a se stessi, amareggiati, poveri in canna. Mendicanti, pettegole, tra cui quelle del gruppo di sua moglie. Alcuni si lamentavano per quel naira da pagare, e tra di loro un piccolo numero non ci stava e se ne andava: tra questi c’era un prete. «M-ma…Ma come puoi fare una cosa simile?», chiese a Makinde. «Sp-speculare sui dolori e sulle pene della gente?».
Makinde in realtà rinunciava segretamente al suo naira, quando si trattava di mendicanti e bambini malati; ma il prete si rifiutò comunque di muovere un passo nel suo lotto, e gli disse: «Forse che G-Gesù faceva pagare per i suoi miracoli?» «Come fai a dormire tranquillo la notte s-sapendo quello che fai per tirare a campare?».
A dire il vero dormiva piuttosto bene, quando non faceva l’amore con Bisi, che adesso aveva cominciato a dirgli che voleva un bambino e magari prendersi una pausa dal lavoro. Sua moglie rimase incinta una notte durante un temporale. Sentendo la pioggia che batteva sul tetto, Makinde aveva cominciato a preoccuparsi per il destino della “sua” Vergine Maria, per quanto avesse coperto il parabrezza della Peugeot con un telo impermeabile fermato alle estremità con quattro grossi sassi. Se avesse saputo che il vento sarebbe stato abbastanza forte da spostare uno dei sassi, e che quel sasso sarebbe rotolato giù dal tettuccio della Peugeot liberando un lembo del telo, e che il telo avrebbe svolazzato lasciando scoperto il cofano della Peugeot, e che gocce di pioggia sarebbero cadute sul parabrezza cancellando la sua visione, di certo si sarebbe preoccupato molto di più.
Quando il mattino seguente andò al lavoro, c’erano solo due persone nel suo lotto. Una era un vagabondo che veniva a trovarlo abitualmente in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, e l’altra era la donna-guida.
«La nostra visione non c’è più», disse.
Il terreno era diventato fango e il canale lì davanti traboccava melma. Makinde non poté far altro che fissare il lucido parabrezza della Peugeot, chiedendosi dove avrebbe trovato le forze per rimettersi a fare il carrozziere.
La guida continuava con il suo monologo: «Sembra che sia stato per via della tempesta della scorsa notte. Questo significa che il nostro lavoro qui è terminato. Non ci aspettiamo altre visite, e come lei ben sa, il Signore dà, il Signore…».
«STIA ZITTA!», urlò Makinde, così forte che la donna uscì di corsa dal suo lotto. Ma che razza di Dio dà e poi riprende, e riprende e riprende? Tirò un calcio alla Peugeot, che sembrava ridacchiare alle sue spalle, con abbastanza forza da ammaccarla. Poi la colpì con un pugno altrettanto violento, e nell’impatto il suo mignolo storto si raddrizzò.

4.
A dire il vero, una visita quel giorno ci fu: l’esattore delle imposte, che sembrava stesse studiando il suo naso umido. «Signor Makinde», cominciò. «Sa, ho letto di lei sui giornali. Era al centro dell’attenzione di molta gente fino a poco fa, non è vero? E dato che questa non si può chiamare una chiesa né tantomeno lei un prete, ne consegue che lei è soggetto a pagare le tasse come chiunque altro».
Makinde non aveva mai pagato una tassa in vita sua. Le tasse erano per la gente che indossava giacca e cravatta, quella gente che riceveva regolarmente gli assegni. Pensò che quell’esattore delle imposte non era altro che un truffatore.
«Lei chi la manda?», gli chiese.
«Io rappresento il governo».
«E non potevano darle una camicia pulita?».
«Parla proprio lei, che è vestito di stracci? Che cosa ne ha fatto dei suoi soldi?».
Makinde, sentendosi esausto, si massaggiò il dito bendato. Forse quell’uomo era davvero un esattore delle imposte, e in tal caso, perché non se ne tornava dalle persone di cui era rappresentante, quelle stesse persone che avevano accesso al denaro liquido del suo paese, e riscuoteva da loro?
«Questo è il mio lotto», disse.
«Allora dov’è il suo attestato?».
«Il mio cosa?».
«Il suo attestato di proprietà. Che dimostri che questo lotto le appartiene».
Makinde si sentì fremere dalla rabbia. Come osava l’esattore delle imposte mettere in discussione la proprietà del suo lotto? «Questo lotto me l’ha lasciato mio padre», disse. È stato lui a trovarlo: lo ha ripulito e ci ha lavorato molto». Molto tempo prima quella parte di Lagos era ritenuta la zona dei bassifondi.
«E così sarebbe suo», disse l’esattore delle imposte. «Allora deve quantomeno mostrarmi le prove che ha pagato l’affitto del terreno su cui risiede la sua proprietà, a partire dal momento in cui lo ha ereditato. Non faccia così l’offeso. Questi sono affari di un altro dipartimento, ma stia pur certo che li avvertirò non appena avrò finito di riscuotere le tasse sui suoi beni, d’accordo?».
Makinde si tolse la camicia. Sui suoi risparmi ci dormiva sopra, visto che li teneva nascosti a casa, sotto il materasso. Per niente al mondo avrebbe permesso a questo emissario dei ricconi di impadronirsene.
«Cosa ha intenzione di fare?», disse l’esattore, aspettandosi un pugno in faccia.
«Eccomi qua», gli rispose Makinde calandosi i pantaloni. «Tassi la mia testa, le mie braccia, e anche il mio dito rotto. Tassi le mie gambe. Vede? Ho un piede storto: tassi anche quello. Guardi, mi tassi pure le palle, e quando ha finito con loro…» disse volgendo le spalle all’esattore, «mi tassi il culo».

5.
L’esattore delle imposte promise che sarebbe tornato con i suoi scagnozzi. «Lei pagherà», disse, «O i miei amici se la spasseranno con sua moglie».
Una moglie che non permetteva nemmeno a Makinde di avvicinarla. Adesso che era incinta, aveva continuamente la nausea e si era messa a mangiare terra. Terra! «Non posso farne a meno», diceva, «Il solo vederla mi fa venire voglia di toccarla, e se la tocco mi fa venire voglia di annusarla. Se poi la annuso, mi fa venire voglia di mangiarla».
Makinde la sorprese mentre raccoglieva lo sporco da terra e lo leccava. Provò a farla smettere ricordandole le larve dei vermi. Non poteva permettersi di portarla da un dottore, e non poteva andare a lavoro per paura che l’esattore tornasse con i suoi scagnozzi. E così litigarono: alla fine Bisi riempì un baule con le sue cose e disse al marito che sarebbe andata da sua madre giù al villaggio per una settimana.
Allora Makinde decise di chiedere un consiglio a Rasaki, un uomo del posto conosciuto come il Duca del Centro: il suo lavoro consisteva nel giocare a biliardo e commissionare azioni malavitose. La gente diceva che era pappa e ciccia con i teppisti e i rapinatori armati di Lagos, che fumava marijuana e beveva ogogoro, e che urlava alle ragazze della città: «Bambole, ce l’ho grosso!», e loro replicavano: «Scommetto che ce l’hai come una penna Bic!». Proprio quel tipo di Duca. Ma era conosciuto anche come quello che aiutava chiunque fosse nei guai con le autorità, la polizia, la squadra mobile conosciuta come Ammazza-e-Via, la dogana, l’ufficio delle imposte e i suoi esattori. Sapeva alla perfezione in quali tasche infilare le bustarelle.
Rasaki si stava fumando una Bicycle quando Makinde gli parlò. Le sue dita erano nere come le labbra, e i denti del colore del curry.
«Amico mio», gracchiò. «Ma che diavolo ti salta in testa? Non si deve mai insultare un esattore delle imposte».
Makinde bofonchiò: «È troppo tardi per un consiglio del genere». Rasaki si grattò un’ascella: si era appena svegliato. Alla parete c’era un calendario: la ragazza del mese, Febbraio, aveva una tetta che puntava ad Est e un’altra che puntava a Ovest. Aveva una fessura in mezzo agli incisivi. Si chiamava Dolly.
«Avresti fatto meglio a tenere la bocca chiusa», disse Rasaki. «A meno che tu non voglia dargli tua moglie…».
«Mia moglie puzza di uova sode quasi tutti i giorni. E ora si è giusto messa a mangiare terra. Ma io la amo. E non la offrirei nemmeno al Presidente, se me la chiedesse».
Rasaki tossì e si batté il petto: «Mi pareva, e lasciatelo dire che questi esattori delle imposte non sono esseri umani come tutti gli altri. Hanno il cuore pieno di odio, e sono molto vendicativi. Ed è proprio per questo che gli danno quel lavoro. Se fossi in te -e non devi seguire per forza il mio consiglio, è solo una proposta- gli darei i soldi che ti ha chiesto».
«Dovrei pagarlo?».
«Già, perché lo hai davvero offeso, e ora si sente umiliato. Da un punto di vista psicologico è un ometto di poco conto, e niente di ciò che farai riuscirà a mettergli l’animo in pace. Per esperienza, ti dico che probabilmente ti chiederà di sborsare così tanti soldi che potresti comprarci tutto il lotto».
«E come potrei mai fare una cosa simile?».
«Di quanti soldi disponi adesso?».
«Sta tutto qui in tasca».
«Mettili sul tavolo».
Makinde ubbidì. Rasaki esaminò le banconote, poi inclinò la testa da una parte e sorrise: «Hai racimolato questa somma abbindolando i credenti, vero?».
Rasaki era musulmano di nascita. L’ultima volta che era entrato in una moschea fu per sposare la sua unica moglie, che più tardi aveva divorziato da lui.
«Io non ho abbindolato nessuno», gli rispose Makinde. «Ho solo fatto pagare un semplice biglietto d’ingresso».
«Chiamalo pure come ti pare. Eri entrato nel gioco della sorte, e ne eri il padrone. La gente credeva in te, e tu hai sputato sulla loro fede. Ma non ti biasimo: erano un branco di maledetti fanatici e se lo sono meritato. Chi può dire quale fosse il vero aspetto di Maria. Tu puoi dirlo?».
Makinde stava perdendo la pazienza: Rasaki sembrava sapere un sacco di cose, eccetto come fargli evitare di pagare l’esattore delle imposte.
«Puoi fare qualcosa per me?».
«Amico mio», disse Rasaki. «Sai giocare a biliardo?».

6.
Rasaki era un mago del biliardo. Altrimenti come diavolo avrebbe fatto a sopravvivere senza lavoro per anni? Giocare a biliardo non era rischioso, diceva lui, e solo chi giocava da abbastanza tempo lo sapeva: facevano il calcolo delle probabilità e vincevano per forza. Tutti quelli che perdevano non erano nient’altro che dei pivellini, al pari dei credenti in cerca di miracoli nei lotti. «Dammi i soldi e ti riporterò dieci volte tanto la cifra», disse Rasaki.
«E come farai?», gli chiese Makinde.
«Eh, eh. Pensi forse che ti riveli adesso quello che ho impiegato decine di anni per imparare?».
«Per quale motivo dovrei affidarti quello che mi ci è voluto un mese per guadagnare?».
«Dipende solo da te».
«Non mi lasci molta scelta».
«Le possibilità sono infinite».
«Tu sai un sacco di cose. Ma allora come mai non sei diventato ricco?».
«Ho scelto io di non esserlo».
«E perché mai?».
«In quale altro posto del mondo sarei un Duca?».
Questo Makinde doveva riconoscerglielo: non conosceva nessun altro come Rasaki, che malgrado il suo aspetto fisico, tutto pelle e ossa e con un’irritazione cutanea sul collo, camminava su e giù per il centro come fosse membro di una famiglia reale. Indossava pantaloni lunghi a zampa d’elefante: “Mantieni-Lagos-pulita”, era chiamata quella moda; e i suoi capelli grigi avevano la sfumatura molto alta: “Ragazze-seguitemi”, veniva chiamato quel taglio di capelli. Le sue “ragazze” erano prostitute, lui viveva in una sola stanza, e la gente lo sapeva che sua moglie aveva divorziato da lui perché era incapace di procreare: ma nonostante tutto era estremamente sicuro di sé.
«Sono venuto da te perché so che hai delle conoscenze», disse Makinde. «Speravo in qualcosa che non fosse così fuori dall’ordinario. Qualcuno a cui allungare una bustarella magari? Lascia che ci rifletta un po’ su».

7.
Una volta a casa, Makinde considerò le sue opzioni. Da una parte c’era il suo lotto, e nella mano con il dito rotto c’erano i soldi che non si era guadagnato lavorando onestamente. Soldi facili. Cominciò a pensare che forse Rasaki aveva ragione. Era diventato senza volerlo un abile giocatore: chi è riuscito ad andarsene miracolato dal suo lotto? Chi si è allontanato con più soldi in tasca di quanti ne avesse prima, se non lui? Chi portava le stampelle se ne era tornato indietro zoppicando, e chi non ci vedeva si era trascinato via ancora cieco. Non aveva più avuto notizie della donna-guida, ma era sicuro che si fosse già trovata un altro posto dove fare le sue prediche. Nessuno dei visitatori del suo lotto era proprietario di una Mercedes, uno di quei grandi signori del suo paese, così imperiosi che effettivamente venivano chiamati “capo” e “signora”: erano imponenti come dèi. Non importava quanto lui si impegnasse, perché tutto filava sempre secondo i loro programmi. Mai secondo i suoi, figuriamoci. Mai.
Prese a sudare, a biascicare; provò a sprofondare nella più intensa concentrazione possibile: tutto inutile. Allora tornò da Rasaki con i soldi: lui gli promise cha sarebbe stato di ritorno entro una settimana.

8.
Pensate che Makinde seppe più niente della fine che fecero i suoi soldi? Andò in tutti i posti frequentati da Rasaki senza mai riuscire a trovarlo, chiese se nessuno l’avesse visto in giro, e qualcuno gli disse che era partito in viaggio verso il nord. Makinde si mise a gironzolare tra le baracche fatiscenti dove il Duca aveva una stanza: nessuna traccia di Rasaki; il Duca era svanito dalla circolazione.
Fu soltanto quando Bisi tornò a casa, satolla degli stufati di verdura della madre e non più golosa di terra, che apprese da lei cosa era successo: era venuta a sapere da una sua amica durante un ritrovo dell’associazione delle donne sposate, che l’aveva saputo dal marito, che a sua volta l’aveva saputo da un suo collega, che Rasaki aveva preso dei soldi da qualcuno per giocare a biliardo e che li aveva persi tutti, e che era improbabile che chi glie li aveva dati glie li richiedesse indietro, perché questo qualcuno era nei guai grossi con gli esattori delle imposte, che Rasaki sapeva esattamente a chi rivolgersi con la certezza che l’avrebbe lasciato in rovina, e che questo qualcuno era proprio Makinde.
«È la verità?», gli chiese Bisi.
«A quanto pare…».
«Ed è successo tutto nel breve periodo in cui sono mancata?».
«Sì».
«Come hai potuto!».
«Non avevo altra scelta».
«Sai una cosa? Sono davvero disgustata».
Non fu lei a chiedere perché, ma lui. Dopotutto, non era stata colpa sua: era stata lei ad assistere all’apparizione su quel sudicio parabrezza. Era stata lei a dirlo alla gente: e loro erano accorsi, impedendogli di continuare a fare il suo lavoro; e avevano fatto in modo che il suo nome finisse sui giornali, attirando l’attenzione degli esattori delle imposte.
«Tutto questo non sarebbe mai successo», le disse, «se tu non avessi avuto quella maledetta visione».
«Al contrario», rispose lei con il suo buon senso. «Sei stato tu che hai sbagliato a fidarti di uno come Rasaki: quei soldi erano una benedizione per noi, e tu hai perso tutto nel momento in cui hai pensato che avresti potuto moltiplicarli con altri espedienti».
«In che altro modo avrei mai potuto moltiplicarli?».
«Avresti dovuto portarli in chiesa».
«E per farci cosa?».
«Darli come decime. Il tuo raccolto sarebbe stato abbondante».
«Mia cara mogliettina, quando mai il mio raccolto è stato abbondante?».
Bisi doveva pensarci un attimo. Diventare padre era già una benedizione, anche se probabilmente Makinde non voleva sentirselo dire. Non riusciva a pensare a nient’altro.
«Io le dono le decime», gli disse. «E le mie preghiere vengono ascoltate».
«Il miracolo per cui hai pregato sul mio lotto, si è avverato?».
«No».
«Ecco, appunto».
«Ma si avvererà. Io lo so che si avvererà».
«Beh allora avvertimi quando accadrà. Io mi sento come se avessi combattuto contro una volontà superiore alla mia, una volontà dispettosa che è stata la causa della mia rovina, e che non ho più alcuna possibilità di sconfiggere».
Nel frattempo, lei aveva già trovato una soluzione ai loro problemi: avrebbe chiesto aiuto al Fondo Anticrisi delle Donne Sposate. «A patto che tu entri a far parte del mio gruppo ecclesiastico».
Makinde era davvero sfinito: «Sia fatta la Sua volontà…».
«Allora è deciso. Vuoi essere aiutato o no?».
«Non mi sembra che tu mi lasci altra scelta».
Così, la domenica successiva, presenziò al Tabernacolo della Vita Rigogliosa con la moglie: fu lì che Bisi gli rivelò che il miracolo per cui aveva pregato era proprio la sua presenza lì accanto a lei.
«Sono così felice che tu abbia trovato la tua strada», gli disse.

traduzione di Dario Zaccagnini

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Anno 3, Numero 15
March 2007

 

 

 

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