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La stanza alle spalle di Krishnamurthi era immersa nell’oscurità estiva. Fuori splendeva ovunque la luce del sole che, pesantemente appollaiata alla ringhiera della veranda, calda e brillante sulla griglia, rendeva più intense le pozzanghere d’ombra sotto gli alberi. Laddove il prato diveniva irregolare e cedeva il passo al terriccio e poi ai boschi, scorse la lunga mangiatoia cilindrica per uccelli che ondeggiava appena nell’aria. «Attira i passerotti», gli aveva detto Raji. Adesso era vuota. L’unica volta in cui l’aveva riempita di becchime era stato sopraffatto da un tale rancore che si spaventò.
Si allontanò dalla finestra e percorse il corridoio. Mentre passava davanti alle camere delle ragazze fu sorpreso che fossero passati mesi da quando c’era entrato l’ultima volta. Ormai vuote, le stanze sbadigliavano cavernose dietro alle porte. Scese in fretta le scale.
In cucina si fece il tè. Enormi rettangoli di luce tappezzavano il tavolo cosparso di pagine dell’edizione domenicale del «Boston Globe». La domenica rimaneva a letto ad aspettare il soffice tump del giornale che il ragazzo lanciava con mira precisa nella veranda. Era il suo segnale per alzarsi. Sarebbe sceso con una certa impazienza, pregustando già la piacevole consistenza e il peso del giornale, il profumo del caffè mischiato a quello della carta stampata. Ultimamente, però, le aspettative connesse a tale routine domenicale erano andate deluse e lo rendevano apatico per tutto il giorno.
Fece spazio per la tazza e prese la pagina che gli era più vicina, quella degli Annunci Personali (la «n» invertita, la «P» sexy e in corsivo, e un cuoricino come puntino sulle «i») nell’angolo degli annunci. Cercò i rettangolini nella colonna intitolata Donna cerca Uomo.
50 anni ma dimostra 35; amante conversazioni serie, pensieri profondi, mare, divertimento; fisico asciutto, sexy, attraente; in cerca di anima gemella per nuove esperienze.
Esperienze. Via la pagina. Uomo cerca uomo – via, donna cerca donna – via. Sorseggiava il tè, sentendosi piuttosto distante da un mondo in cui si creavano storie d’amore in quattro e quattr’otto.
Sentiva la mancanza di Raji più intensamente la mattina, sebbene negli ultimi tempi ci fosse stato quasi solo silenzio tra loro. Quello che c’era da dire era stato detto; ogni eventualità prevista era stata considerata. Molte e molte volte. La presenza di lei dall’altra parte del tavolo dava peso alla propria, come se fossero davvero una coppia normale, due genitori rimasti soli. Adesso si sentiva mutilato.
Aveva sposato Raji per il modo in cui gli aveva afferrato la mano al cinema. Insieme a un gruppo di amici aveva saltato la scuola per andare a vedere Psycho all’Odeon. Primo spettacolo, primo giorno. Raji si era seduta accanto a lui, l’amica della sorella di un amico. Durante la scena della doccia era rimasta senza fiato e gli aveva afferrato il braccio, facendolo trasalire. Lui si era girato e l’aveva trovata assorta con gli occhi spalancati. Le sagome in movimento delle scene del film horror le tremolavano sul viso. Lei aveva allentato la presa al braccio, lasciando però la mano dov’era, non si sa mai. Lui lo trovò incredibilmente sfacciato e irresistibile, per quello la sposò. Subito dopo lui partì per l’America per il semestre autunnale del 1963. Fu sei mesi prima che lei lo raggiungesse a Boston.
In quei primi giorni della loro vita in un nuovo paese lui leggeva il «Boston Globe» nella fredda luce dei mattini invernali. Canticchiando stonata mentre cucinava, Raji lo raggiungeva alle spalle per segnalargli qualche pubblicità sul giornale, premendo il suo corpo, che sapeva di sano, contro quello di lui. Era deliziato dai suoni e dagli odori di quelle domeniche mattina.
Quando si trasferirono in un appartamento su due piani con tre camere a Needham, Raji sistemò un altare per pregare in cucina, proprio accanto al fornetto tostapane. La domenica metteva un bastoncino profumato di agarbathi in un porta-incenso e la sua fragranza si mischiava a quella della colazione che lei gli preparava mentre lui leggeva i fumetti. Un giorno, di recente, aveva notato per caso che il fumo dall’agarbathi aleggiava ancora come un fantasma sul soffitto presso l’altare.
La signorina dell’agenzia immobiliare Carlson Realty gli consigliò di sbarazzarsi dell’odore di curry prima di metterla in vendita. Fate una torta di mele, prima di mostrarla ai compratori. L’arrosto, ecco, fate l’arrosto al forno.
Dopo essersi rasato e aver fatto la doccia, nel pomeriggio, si mise davanti allo specchio. Si domandò se poteva riuscire a 54 anni a dimostrarne 40. Amante film horror, viaggi transatlantici; cervellone, vedovo.
Sbatté forsennatamente le palpebre. Quanto era ridicolo vestito da cowboy. Si tolse velocemente i jeans e si infilò dei pantaloni di cotone blu scuro, uscendo infine di casa nella calda brezza del giorno in pantaloni beige e camicia blu.
Pensò a Janet Griffin mentre si immetteva nel raccordo. Si era stupito che conoscesse così bene un film indiano. Faceva parte di un cineclub, disse lei, e aveva due biglietti per la prima. Gli sarebbe piaciuto andarci?
Si domandò vagamente se gli fosse stato dato un appuntamento galante e non se ne fosse nemmeno accorto.
Tre settimane prima la nuova tipografia di Janet si era trasferita nel suo palazzo. Aveva vinto l’appalto per il lavoro di elaborazioni dati della compagnia di lui. Tutto il suo materiale era gestito al piano di sotto, nella tipografia di Janet.
Quando la mattina si fermò un attimo a prendere la presentazione Datametrex per la revisione, Janet era lì ad accoglierlo.
“Ecco qua, dottore!” disse lei porgendogli l’involto.
Usava il suo titolo per evitare di pronunciare il suo nome, uno stratagemma consueto.
“Puoi chiamarmi Kris,” le aveva detto.
“Chris?”
“Sì. Kris.”
Incespicava sempre un po’ su quel diminutivo del suo nome, come se stesse fingendo. Ruth Bailey, la segretaria del collegio per studenti stranieri, si era scervellata e sforzata di far pronunciare alla sua lingua quel nome sulla lista. Alla fine l’aveva guardato da sopra gli occhiali da lettura.
“Che ne dice se la chiamo Kris?” aveva proposto Ruth saggiamente.
Dato che aveva in tasca appena ottanta dollari americani frutto del magro tasso di cambio che il governo indiano praticava allora, accettò.
Seduto a una scrivania nell’ufficio di Janet rovistò tra gli involti delle presentazioni. Un paio di tabulati parevano del tutto sballati. Estrasse gli appunti dal suo file per confrontarli e fece delle correzioni ai dati con un pennarello rosso. Scrisse qualche appunto aggiuntivo. Spiegò tutto a Janet.
“Pensi di potermi far avere una versione definitiva per… diciamo, questo pomeriggio?”
“Senz’altro.”
Quando tornò all’ufficio dopo pranzo l’involto era sulla sua sedia, con un post-it giallo. C’era disegnata sopra una faccina sorridente con le iniziali J.G.
Staccò il post-it e guardò di nuovo le iniziali. Gei-gi, Gei-gi mormorò piano, provando il suono. Jayji (1). Si attaccò il post-it sui peli del polso. Una sensazione simile a un palloncino gonfiato nel petto. Riguardò l’appunto e si chiese perché l’avesse fatto. Quello era il modo scherzoso in cui era solito chiamare Raji il pomeriggio, quando l’infermiera se n’era andata.
Quello era un appuntamento, decise, mentre entrava nel parcheggio di Church Street. Oltrepassò un paio di isolati e percorse Brattle Street. Janet lo stava aspettando davanti al botteghino. Lo salutò mentre si avvicinava. Il golfino di seta che si era messa sulle spalle le scivolò lungo le braccia paffute. Tutto intorno a lui brillavano le lucine colorate delle vetrine dei negozi. Una folata di aria calda le sollevò leggermente i capelli. Sorrise a Janet mentre questa cominciava ad andargli incontro.
Janet profumava di menta. Aveva visto donne americane pescare dalle pochette gomme o caramelle dal gusto forte, scartarle dalla stagnola sgualcita e mettersele in bocca. Per “rinfrescare l’alito”, diceva la pubblicità che ritraeva due che si baciavano ininterrottamente. Forse si aspettano di essere baciate all’improvviso e hanno paura di farsi sorprendere con l’alito cattivo. Forse Janet si aspettava di essere baciata, di essere afferrata proprio lì sul marciapiede, e di sentire la faccia di lui premere contro la sua pelle morbida, e la sua mano che esplorava le curve sotto la maglia di seta…
Distolse lo sguardo, per paura che il suo viso potesse tradire i segni della sua depravazione.
“Gomma?”
Spinto dalle fantasie che aveva in testa, accettò.
“Abbiamo un po’ di tempo. Facciamo due passi?” chiese Janet allegramente.
Poco dopo il loro incontro alla tipografia la incontrò di nuovo una mattina al bar. Entrambi allungarono la mano verso l’ultima ciambella all’uvetta rimasta nel cestino. Lui insisté affinché la prendesse lei. Per sé scelse invece una ciambella ai mirtilli. Si sedettero vicino a una finestra per mangiare le ciambelle e bere il caffè.
Un pettirosso tentò di volare dentro la finestra, sbatté nel vetro, e andò a rifugiarsi in un cespuglio vicino.
“Oh, guarda, è cieco!” gridò Janet. “Forse è ferito.”
Lui scosse la testa. “È la stagione degli amori. Ci provano con tutto quello che gli capita a tiro in questo periodo.”
La mattina dopo la ritrovò seduta al solito posto. Lo salutò, e lui le si avvicinò con la colazione. Da quel momento cominciò a cercarla quando veniva a prendere il caffè.
“Chris è così americano,” disse Janet un giorno. I grappoli di perle alle sue orecchie e la tonalità del rossetto le facevano sembrare le labbra carnose e intense. “È così che ti chiama tua moglie?”
Un tremolio come di fiamma ai bordi del suo campo visivo gli fecero sembrare tutto leggermente sfuocato. Raji lo chiamava raramente per nome. “Ascolta” era così che lo chiamava.
“Ascolta?” Janet aggrottò la fronte.
Suonava davvero male. Provò a spiegarle che la dolce inflessione di quel modo di rivolgersi a lui, quella tenera sfumatura che portava con sé, segnalavano possesso e appartenenza, suggerivano freddezza e intimità, e che il ricordo della sua voce, qui e ora, quasi gli toglieva il fiato. Avrebbe potuto dire a Janet tutto questo, ma non era abituato a parlare così. Quindi si limitò a spalancare gli occhi verso la fascetta blu attorno al bicchiere di caffè e le raccontò com’era morta Raji.
Raji era già stanca prima del tramonto. Spesso bisognava sorreggerla per farla sedere sul divano, quando lui tornava a casa. La casa, che odorava debolmente di fiori appassiti, era illuminata solo dalla TV.
Quando tornò quella sera la casa era inondata di luce. Parcheggiò la macchina lungo il marciapiede e percorse il vialetto d’accesso al garage, col ghiaccio che scricchiolava sotto le scarpe, oltre le luci intermittenti dell’ambulanza che lampeggiavano e balenavano. Il portone era completamente spalancato, con i paramedici all’ingresso che strascicavano i grossi piedi negli scarponi da lavoro, circondati da voci gracchianti. Uno di loro tirò fuori la ricetrasmittente dalla fondina e ci parlò dentro. Krishnamurthi gli dette uno spintone per passare ed entrò. In cima alle scale vide Claire, la vicina di casa. Nel suo sguardo colse qualcosa che gli diede una fitta al petto. Salì le scale e aprì la porta della stanza che condivideva con Raji da oltre trent’anni, quando i due infermieri corpulenti lo seguirono dentro. Le applicarono i defibrillatori. Sentì la corrente elettrica ripercuotersi nel suo petto, e pianse.
Aveva sbrindellato con l’unghia del pollice il bordo del bicchiere di carta quando sentì un caldo fruscio. La mano di Janet gli strinse la spalla. Si era lasciato andare così rapidamente a quel profondo senso di abbandono che si vergognò della sua debolezza.
Pochi giorni dopo Janet gli chiese se volesse andare con lei a vedere Earth.
“È sulla partition(2),” disse lei. “C’è una lunga recensione sul Globe. Una regista emergente. Ho un paio di biglietti per l’anteprima.
Seguì Janet su per gli scalini fino al lastricato. Vicino al supermercato una giovane coppia li superò. L’uomo portava un marsupio da cui si agitavano due manine. Raji era solito portare Meera in un marsupio come quello. Si issava la bambina sul davanti, acchiappando le piccole dita di Meera tra le sue labbra. Simi era arrivata molti anni dopo, una sorpresa. Il suo cuore sobbalzò.
Janet si fermò improvvisamente e si voltò con uno sguardo perplesso. Si era resa conto che lui aveva rallentato e si era fermato.
Lui accelerò per raggiungerla. I pantaloni di Janet le aderivano in modo uniforme alle curve dei fianchi e del sedere e il golfino di seta ondeggiava. Le forme di lei si adattavano armoniosamente a quelle di lui. Cercando affannosamente argomenti di cui parlare senza sembrare sciocco, si affrettava a riempire il silenzio di parole. Le stava camminando troppo vicino come se volesse molestarla, o era troppo freddo e distante?
Più tardi dopo aver comprato a Janet pop-corn e coca-cola ed essersi seduto, fu sorpreso di trovare il cinema strapieno. Un gruppo di ragazzi e ragazze indiani sedeva due file dietro. Da lì venivano piccoli scoppi di risa, e battutine in un inglese misto a hindi. Un sussulto nel cuore gli richiamò alla mente i compagni dei tempi del college e il modo in cui monopolizzavano il cinema con rumorosi schiamazzi. Lo soffocò immediatamente; sapendo come quel tipo di pensieri lo avrebbe presto portato ad avvilirsi. Si raddrizzò sulla poltrona e cercò di pensare a qualcosa di spiritoso da dire a Janet. Era importante che fosse un compagno divertente.
Quando le luci si abbassarono, si voltò a guardare di nuovo i giovani indiani. Una ragazza dall’espressione sfacciata guardò verso di lui e gli lanciò un’occhiata piena di allarmante ostilità.
Un giorno mentre facevano un giro in barca sul Charles, chiese a Janet il suo parere riguardo agli annunci sul «Boston Globe». Aveva iniziato, senza davvero volerlo, a sfogliare quelle pagine per farle capire.
Janet bevve un sorso di vino bianco dal bicchiere che alla luce brillava come un gioiello. “Perché no?” disse lei. “Una donna con cui lavoravo… le sue amiche hanno messo un annuncio a nome suo. Sai,” spiegò lei sogguardando la sua reazione, “per farle una sorpresa.”
“Oh, non c’è niente di male,” convenne lui, evitando di esprimere la sua vera opinione, cioè che annunci come quelli non erano che una copertura per trovare partner sessuali. “Assolutamente niente di male.”
Lei sorrise, rivelando una bocca fitta di denti grandi e amichevoli. “Dovrebbe essere facile incontrare donne per un uomo dolce e carino come te!” Janet si appoggiò a lui e gli diede un lieve colpetto al braccio con un dito.
Non era abituato a donne che gli parlavano in quel modo, sebbene varie volte nella sua immaginazione avesse messo donne della sua cerchia sociale, ovviamente quelle belle e attraenti, in situazioni estremamente compromettenti che coinvolgevano in un modo o nell’altro anche lui. Ma Janet aveva un minuscolo neo nero in mezzo alla morbida guancia rosa che lo spaventava per la sua tristezza. Questo richiedeva una risposta del tutto diversa, ma per qualche ragione tutto si confuse col pensiero delle figlie.
“Sei una donna affascinante,” disse. “Non dovresti avere problemi neppure tu.”
Janet abbassò il braccio. Sorseggiava il vino e fissava i vetri luccicanti dei condomini oltre il Charles. Lui piegò e distese le dita, un sorriso impacciato sulle labbra. Gli ci volle un po’ a trovare le parole e quando si schiarì la voce per dire qualcosa non ci riuscì.
Fece conoscere a Janet una gran quantità di pietanze indiane su e giù per Moody Street e intorno a Harvard Square, dove ormai andavano al cinema regolarmente. Ordinò i famosi uttappams alla cipolla al Tanjore, all’angolo con il Brattle.
“Raccoglila così.” Staccò un pezzo di morbido pancake, lo inzuppò nella salsa e se lo infilò sapientemente in bocca.
Ci provò anche Janet, e un po’ di salsa le imbrattò una guancia. Lui si piegò in avanti e la pulì con il suo tovagliolo.
Le chiese di sua figlia che lavorava in un’agenzia di viaggi ad Arlington e soffriva di emicrania. Il suo fidanzato aveva rotto con lei proprio prima di Natale, disse Janet, te ne rendi conto? Cercò di immaginare il motivo per cui dovesse sembrare più terribile essere mollati a Natale rispetto a un qualsiasi altro periodo. Venne anche a sapere che Janet aveva l’alluce del piede sinistro incarnito che doveva essere operato, ma lei era troppo fifona e continuava a rimandare, rimandare.
Non riusciva a ricordare quando avesse effettivamente avuto queste conversazioni con Janet per aver raccolto tutta quest’incredibile quantità di informazioni su di lei. Si domandava però con preoccupazione quali informazioni avesse dovuto dare lui in cambio.
La gente che incontrava in treno, i tassisti, il suo barbiere da Supercuts, volevano sempre raccontargli delle cose; cose dolorose come i loro figli che avevano tagliato i ponti e non parlavano più con loro, operazioni chirurgiche mal riuscite, ex-mariti assassini. Ma con gli amici più intimi, tutte quelle persone che lui e Raji avevano frequentato per venti, trent’anni, puoi scordartelo! Quando la sua tranquilla Simi aveva iniziato a vestirsi con uniformi militari e anfibi neri, i suoi amici smisero di proporre buoni partiti per Meera, la dottoressa. Presto smisero di chiedergli di entrambe le figlie. Non era sicuro se questo fosse dovuto al loro imbarazzo o se invece volessero evitare il suo. Dopo che Raji era morta smisero di chiedergli qualsiasi cosa.
Lo turbava all’inizio pensare come fosse stato relegato in fretta al ruolo di vedovo. Per un po’ continuò a interessarsi agli eventi al tempio di Ashland che, seguendo, com’è noto, il crescere e il calare della luna e le congiunzioni di stelle e pianeti, erano numerosi. Successivamente si attardava alle riunioni nella sala conferenze del seminterrato, che odorava di succo di tamarindo fumante proveniente dalla cucina. Il luogo brulicava di lavoratori appena arrivati dall’India con un contratto da periti informatici, molti dei quali dimostravano più o meno l’età di Meera. Si presentava ai nuovi arrivati che sorridevano educati. Bisognoso di attenzioni, restava aggrappato agli orli sfilacciati di sterili conversazioni, mentre loro, non poteva non notarlo, cercavano un varco per trovare presto una via di fuga. La sua propensione a visitare il tempio si confuse a una strana sensazione di sofferenza che gli era impossibile definire, e alla fine rinunciò pure a provarci.
Quando portò a casa Janet più tardi quella notte, lei lo ringraziò, aprì la porta, poi all’improvviso si voltò e lo baciò in modo deciso sulle labbra. “Stammi bene,” gli disse.
Guidò fino a casa sazio della morbida e rosea faccia di Janet che gli sfiorava la guancia, con l’alito che sapeva di menta e di cipolla.
Quella notte si svegliò di soprassalto e immaginò di vedere aleggiare ombre nell’immobile oscurità della camera. Uno sprazzo di fianchi ossuti, il respiro di Raji che odorava di malattia. Il giorno dopo ordinò da un catalogo uno di quei materassi gonfiabili, e dormì in salotto.
Janet viveva in una strada fiancheggiata da case simili a cottage con tetti aguzzi e portoni angusti. Gli avrebbe preparato la cena. Le portò una bottiglia di cabernet.
Mentre percorreva la via in macchina trovò nella piccolezza delle case, nelle loro facciate di mattoni rossi e nei giardinetti ordinati, una certa toccante semplicità. Fu commosso dai brillanti contorni delle foglie colorate sopra la sua testa quando si fermò davanti casa di lei.
La casa di Janet era pulita e ordinata, e odorava leggermente di pesce e pot-pourri. Sulla mensola del caminetto erano allineate diverse statuine di terracotta. Un gatto azzurro di ceramica se ne stava accoccolato vicino al focolare. C’erano cestini di fiori secchi e candele, sui tavoli, sopra lo sciacquone del bagno, dappertutto. Tutto era pulito, profumato e in ordine. Lo sorprese scoprire che casa di Janet aveva un aspetto così americano. Sebbene non avesse mai dato a questo molto peso, gli fece vedere Janet sotto una luce diversa. Se la immaginò seduta alla finestra nella luce del mattino che guardava il piccolo giardinetto davanti casa, mentre tirava boccate di fumo da una sigaretta. Non aveva mai visto Janet fumare quindi fu stupito di immaginarsela in quel modo.
Dopo cena si sedettero nel salottino, che era rischiarato da due globi luminosi. Guardarono Chi vuol essere milionario e finirono un’altra bottiglia in due. Si dettero un cinque per ogni risposta esatta che azzeccarono. Decisero di partecipare alla trasmissione in coppia e di dividersi il milione. Telefonarono a Regis (3).
Janet si alzò a prendere un’altra bottiglia di vino. Zoppicava un po’ mentre si allontanava da lui. Voleva metterle il braccio attorno al collo, e dirle che sarebbe andato tutto bene. “Andrà tutto bene, Janet,” le disse forte.
Janet si fermò e si voltò, e gli dette un colpetto, scemo! Anche lui le sorrise.
Fuori dalla finestra le foglie volavano in piccoli mulinelli.
Si riappoggiò sul divano, riscaldato dal cibo, dal vino, e dal calore del fuoco. Il suo corpo sembrava fluttuare cullato dal cicaleccio della TV. Drizzò le orecchie per sentire se Raji, al piano di sopra, avesse bisogno d’aiuto per andare in bagno.
“Va bene un merlot?”
Il suo corpo ebbe un sussulto, e sbatté le palpebre un paio di volte. Janet aveva in mano una bottiglia. Lui la guardò come se non sapesse che cosa fosse il merlot.
Lei si chinò e lo baciò. Gli riempiva le braccia, paffutella e piena di salute.
La camera di Janet aveva la carta da parati a fiori. Drappi violetti fiorivano attorno a una finestra rivestita di tendine di pizzo, e sul cassettone una ghirlanda di fiori secchi circondava una candela. Un grande letto matrimoniale del tipo che aveva visto solo nelle riviste nella sala d’aspetto del dentista troneggiava in mezzo alla stanza. Sopra vi erano almeno una dozzina di piccoli cuscini viola e lilla, che loro ammucchiarono ordinatamente in fondo al letto. Le lenzuola profumavano di menta e candele. Lavanda, gli disse Janet.
I piedi di Janet erano assurdamente piccoli per una donna adulta. Li incrociò attorno ai suoi fianchi quando fecero l’amore.
Prima di addormentarsi Janet si infilò una mascherina sugli occhi.
“Come Gandhari,” disse lui.
“Come chi?”
“Gandhari. Una leggenda indiana. Era sposata con il re Dhiritrashtra. La prima notte di nozze scopre che lui è cieco. Allora lei si benda e dice, “Vedrò il mondo esattamente come mio marito.”
“Oh!” disse Janet. Alzò la testa come per cercare di ricordare qualcosa. “Non sarebbe stato meglio se almeno la moglie avesse continuato a vedere?
“Come un cane guida?”
“Avrebbe potuto descrivergli le cose, come la luce della luna, il viso del loro figlio. Avevano figli?”
“Cento figli.”
“Che tristezza, nemmeno lei riuscì mai a vedere il viso dei suoi figli.”
“Certo che sì! Riuscì a vedere il loro viso. Si tolse la benda quando tutti i suoi figli morirono in guerra.”
Janet ci pensò per qualche secondo, poi si tirò giù la mascherina e lo guardò.
“Questa è la cosa più dannatamente triste che abbia mai sentito. Che cosa vorrebbe dire? Significa qualcosa?
Era qualcosa in più del semplice vedere, avrebbe voluto dirle lui, sentendo un abisso come il Grand Canyon aprirsi tra di loro. Era qualcos’altro, più grande, avrebbe voluto spiegarle. Aveva a che fare con la ruota del Dharma e l’ineluttabilità, tutto qui. Come spiegarlo? Desiderò di non averle raccontato quella storia.
Si addormentò abbracciandola da dietro, con l’odore di Janet sulle dita, il proprio nei capelli di lei. Quando si svegliò l’orologio accanto al letto segnava le due e un quarto. La testa era rivolta in un’altra direzione, la luce dalla finestra era del tutto inopportuna. Si girò sulla schiena, rendendosi conto di dove si trovava. Janet sospirava profondamente accanto a lui. Questo lo fece sprofondare ancora di più nella fragranza di lavanda del materasso.
Janet non era ancora arrivata quando lui passò dalla tipografia la mattina dopo, un lunedì. Entrò nel bar, fece un cenno di saluto a un paio di persone che conosceva, prese una ciambella e un caffè e si mise ad aspettare al tavolo. Guardò il parcheggio da dove avrebbe potuto scorgere la macchina di Janet. Sgranocchiò la ciambella, finì il caffè e se ne versò un’altra tazza. Dopo aver aspettato altri venti minuti prese l’ascensore per andare in ufficio.
Aveva una strana sensazione, come se si fosse sdoppiato nell’ascensore: uno dei due sé guardava i numeri illuminarsi man mano che l’ascensore passava i piani, mentre l’altro usciva dall’ascensore, dall’edificio, oltre il parcheggio, diretto da qualche parte sotto gli alberi. Fissava i numeri che si susseguivano mentre l’ascensore saliva, sperando che, concentrandosi abbastanza, avesse potuto ricucire insieme i due sé.
Accese il computer e poi ruotò la sedia verso la finestra. La propria faccia gli restituiva lo sguardo attraverso il vetro grigio e traslucido della finestra. Il computer sporgeva dal lato sinistro del viso, le pareti formavano angoli netti al di sopra di esso. I suoi occhi cambiarono messa a fuoco e in lontananza due spogli nastri di cemento si intersecarono. Le auto vi si muovevano rapidamente come insetti.
Cliccò su IND-List, il digest della mailing list. I risultati delle elezioni indiane, domande sui visti, biglietti aerei a basso costo. Qualcuno stava raccogliendo offerte per il rinnovo di un tempietto dedicato a Shiva nel suo villaggio natale.
Conosceva quel tempio. C’era dietro un fiumiciattolo. Giorno e notte, le foglie a cuore degli arasa stormivano sulle sue sponde. L’ultima volta che aveva visitato quel posto alcuni anni prima, il fiume era soffocato dai giacinti acquatici e dalla melma. Dall’altra parte della strada le botteghe vendevano beedi(4) e dolciumi in vasetti di vetro, e gli altoparlanti sparavano un gran frastuono di canzoni di film.
L’interno del tempio era deserto, come se avesse perso il potere di attrarre le persone. Dopo aver fatto la sua offerta, attaccò discorso con il sacerdote, che sembrava desideroso di rompere la monotonia. Scoprì che era stato il nonno del sacerdote a insegnargli a cantare il Rudram da ragazzino, quando sua madre lo chiamava Kittu. Le ampie strisce di cenere dipinte sulla fronte dell’uomo risaltavano nell’ombra del corridoio del tempio, che echeggiava di un coro di voci levate in adorazione e supplica:
Fa che a me giunga
la Bellezza di questo mondo e di quello a venire
l’Amore, e il Desiderio,
La Guarigione e la sua Grazia,
Oh Signore!
La voce di Raji nel coro, all’unisono con la sua e tuttavia chiaramente distinta, la sua voce, l’unica cosa che non si atrofizzò, non sanguinò né si deteriorò fino alla fine.
Il telefono squillò e gli vibrò dentro.
Si guardò velocemente intorno per vedere se qualcuno l’avesse sentito benché il suo fosse un ufficio privato. Si rese conto di non aver emesso alcun suono. Si stropicciò le guance, sorpreso di trovarle umide.
Afferrò il telefono.
“Come sta il mio Dhiriti—Dhirit— Come si dice?”
“Rashtra. Dhiritrashtra.”
“Ecco…allora come sta?”
Il tono di petulante intimità di Janet gli stridette nelle orecchie. Le sue guance paffutelle e gli occhi simili a biglie si fecero spazio nella sua testa fino a rimpiazzare ogni altra immagine.
“Bene,” pronunciò con sforzo.
Janet rise. Sentì debolmente sulla linea la voce di Raji che parlava con qualcuno, familiare come una stretta di mano.
“Kris?” disse Janet.
Non mi chiamo così, avrebbe voluto gridare, per zittire la sua voce. Lei continuava a dirgli che la macchina di sua figlia era andata distrutta in un incidente, lei non si era fatta male, grazie a Dio, ma doveva portare l’auto in carrozzeria e –
“OK,” disse lui. “OK, non c’è problema.”
Quando la sveglia suonò, decise che sarebbe stato davvero impossibile per lui andare a lavoro quel giorno. Cancellò tutti gli appuntamenti, staccò la segreteria telefonica e tornò a letto.
A un certo punto del pomeriggio decise di lasciare un messaggio nella casella vocale di Janet ma se ne dimenticò, e gli tornò in mente soltanto la sera quando lei era ormai rientrata a casa da lavoro. Componeva il numero ma lei continuava a rispondere a quel dannato telefono e così era costretto a riattaccarle in faccia.
Il giorno dopo Janet si presentò da lui dopo il lavoro con pizza e fiori—margherite in un vaso di ceramica blu.
“Cipolla e peperoni, prese da Mike’s,” disse lei. Stava in piedi nell’ingresso con la scatola della pizza, cercando di tenerci i fiori sopra in equilibrio. Lui aveva il pigiama rosso e una maglietta.
“Non sto bene.”
“Cosa hai?” chiese Janet guardando il letto nel salotto. C’erano due cataste di vestiti sul divano. Lui sapeva quale era la catasta di quelli puliti. Sul tavolino c’erano molte tazze e ciotole con i cereali attaccati. “Vuoi che ti porti dal dottore?”
Si andò a mettere a sedere sul letto gonfiabile.
Lei posò la pizza, raccolse i piatti e li portò in cucina. Lui sentì l’acqua scorrere nell’acquaio.
Janet ritornò, asciugandosi le mani con uno strofinaccio. Si fermò un attimo nell’ingresso a guardarlo prima di sedersi sul letto. Gli prese la mano nella sua.
“Cosa c’è che non va?” gli accarezzò il viso.
Le dita di Janet, rosa e piene di salute, risaltavano sulla sua mano scura. Persino le sue unghie, lucide e rotonde, scoppiavano di salute. Si ricordò di come i polsi di Raji sotto al maglione che portava sempre, fossero diventati al tatto esili in maniera allarmante, come se potessero spezzarsi al minimo strattone. Fu sopraffatto dal desiderio di affondare la testa nel grembo di Janet.
Ritirò velocemente le mani e se le infilò in mezzo alle ginocchia.
“Freddo?” sollevò il lenzuolo sgualcito e glielo mise sulle spalle.
“Cosa c’è che non va? Non me lo vuoi dire? Ha per caso a che fare con…con…?”
Lui scosse la testa. “Non ho niente! È solo che non mi sento tanto bene.”
Mangiarono la pizza in silenzio. Non sentiva la necessità di fare conversazione.
“Vuoi che rimanga?”
“Sì. Sì, rimani per favore.” Le teneva entrambe le mani.
Dopo che Janet se ne fu andata, lui scrisse una lettera. Perdonami, disse. Non può funzionare, è tutta colpa mia. Tu sei una persona meravigliosa, ma non può funzionare. Grazie di tutto. Si rese conto di quanto suonasse stupida e la strappò.
Si mise alla finestra e guardò fuori nell’oscurità. Lo spaventoso silenzio della voce di Raji incombeva in tutti gli angoli della casa.
Quando Meera chiamò quella sera si domandò se avrebbe dovuto dirle di Janet. Ma cosa avrebbe detto? Dopotutto come fai a parlare di solitudine con la tua figlia single senza farle pensare che suo padre non stia solo cercando partner sessuali? Non puoi.
Si sedette per qualche secondo con la cornetta in mano.
“Papà, che cosa c’è che non va?”
“Niente. Mi sono preso solo qualche giorno di riposo, ecco tutto.”
“Al tuo ufficio mi hanno detto che eri malato, che non vai a lavorare da due giorni! Il tuo telefono continua a squillare e squillare. Hai staccato di nuovo la segreteria. Papà, perché non mi hai chiamato? Zio Sunil può farti una ricet—”
“Non ho bisogno di quella roba. Smettila, Meera, per favore.”
Gli antidepressivi che Sunil gli aveva prescritto lo facevano sempre sentire stanco e nauseato. “Se ti danno la nausea, dimmelo. Possiamo provare qualcos’altro. Però non gettare via le pillole, Krishna, sei un paziente terribile,” aveva brontolato Sunil. Aveva chiamato subito anche Meera e glielo aveva detto.
“Non sono di turno questo fine settimana,” disse Meera al telefono. “Perché non vieni da me per qualche giorno? Chiederò anche a Simi di venire, il semestre ora è finito.”
Immaginò Meera nel suo appartamento a Brooklyn, che teneva stretto il telefono alle guance preoccupate. Soffrivano entrambi terribilmente. Era bisognosa d’aiuto quanto lui. Simi lo sconcertava e basta. Tuttavia disse a Meera che non era possibile, che era impegnato per i due mesi successivi con il progetto Datamatrix. Fece risuonare la sua voce in modo brusco sperando di apparire forte a sua figlia.
“Chi è Janet, papà?”
“Cosa?” si attorcigliò il filo tra le dita. “Ho solo l’influenza,” disse lui.
Meera rimase in silenzio alcuni secondi. “Mi ha detto che era preoccupata per te. Io sono preoccupata per te.”
L’idea che Meera ascoltasse Janet parlare di lui gli provocò una delirante ondata di nausea e vergogna.
“Mi è sembrata gentile.”
Si premette le dita sugli occhi per arrestare le lacrime che si accesero come fiamma.
“Papà?”
“Sì.”
“Vengo da te questo fine settimana, OK? Mi vieni a prendere alla South Station?”
Aprì la botola della soffitta e salì. Tra le scatole di vecchi vestiti e arnesi inutili trovò la valigia, una scalcagnata simil-Samsonite che apparteneva a Raji. L’aveva comprata per il suo primo viaggio in America. La tirò giù, l’appoggiò per terra in camera sua e l’aprì.
Aveva messo da parte tutti i sari di seta di Raji, pensando di darli via. Invece li aveva avvolti in un panno di mussola e li aveva messi nella valigia.
Aprì i lembi del panno. Tastando quello in cima, a striscioline viola e verdi, cercò di ricordare come le stava. Come se non l’avesse mai indossato; perché non riusciva a vedercela? Lo spiegò. Il drappo era in tinta unita verde brillante, la frangia di seta viola era lavorata a mano a formare nappine. Dopo aver piegato a triangolo l’estremità se lo annodò attorno agli occhi. Fresco di soffitta, la seta lavata odorava di naftalina.
Il telefono squillò. Doveva essere Meera con un cambio di programma.
Ancora bendato afferrò la cornetta.
“Sì, tesoro.”
“Kris? Kris, sei tu?” disse Janet. Nella sua cecità la voce di lei arrestò di colpo i pensieri turbinosi nella sua testa. Rimase al centro di quell’immobilità.
“Caro, va tutto bene? Mi hai chiamato e poi hai riattaccato oggi pomeriggio? Kris, pronto? Pronto?”
Il rumore di acqua che gorgogliava in sottofondo gli fece immaginare Janet che si faceva il bagno, che si lavava i denti. Provò tenerezza pensando a lei nella sua nudità. La seta aderì al suo viso riempiendogli la testa di desideri.
“Kris?”
La stanza dietro di lui si dilatò per delle risate provenienti dalla TV. Avrebbe potuto essere nel salottino di Janet, illuminato da due globi di luce.
“Kris, mi senti?”
Il respiro gli uscì fuori in un’umida folata che gli fece rimanere attaccata la seta inumidita al naso e alle labbra. Quando aprì la bocca per soffiarla via le nappine gli entrarono in bocca e lo fecero tossire.
“Cosa?” disse Janet. “Hai detto qualcosa?”
Si tirò via il sari dal viso.
Sulla fodera stinta del coperchio della valigia c’era stampato qualcosa che assomigliava solo vagamente alla scritta Samsonite e si era sbrindellata in strisce verticali. All’interno, i sari splendevano coi loro colori puri alla luce della lampada. Chiuse delicatamente con un dito il coperchio che cadde senza emettere alcun suono.
“Pronto? Kris, ci sei?”
Kris chiuse gli occhi per vedere meglio. Janet si toglie le scarpe e le mette sulle mensole mentre lui le mostra come fare. I suoi piedi scalzi, con le unghie dipinte di rosso vivo, sono accanto ai suoi sulle fredde mattonelle. Mentre lui cammina sul pavimento del tempio e i passi felpati di Janet lo accompagnano.
“Pronto?”
Lui aspettava. Le frequenze televisive pulsavano al ritmo del respiro di Janet. Il battito del suo cuore, così pieno di meravigliosi desideri, divenne un tuono nelle sue orecchie.
(1) suona come un nome indiano con l’aggiunta del suffisso “ji” di rispetto.
(2) il termine si riferisce alla creazione, all'indomani della dissoluzione dell'impero coloniale britannico, il 15 agosto 1947, dei due stati indipendenti della Repubblica Islamica del Pakistan e della Repubblica d'India, facenti fino ad allora parte del Dominion britannico delle Indie Orientali.
(3) Regis Philbin: popolare conduttore di talk show e programmi televisivi americani, tra cui Chi vuol essere milionario.
(4) Beedi: particolare tipo di sigarette diffuse in India, in cui i tabacco viene avvolto in una foglia di Tendu e legato con un filo di cotone.
Champa Bilwakesh è nata in India e vive ad Andover, Massachusetts. I suoi racconti sono stati pubblicati su svariate riviste sia in India che negli Stati Uniti e hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti. Il presente racconto è uscito nel settembre 2005 sulla rivista americana Kenyon Review.
http://www.geocities.com/champa_b/