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intervista a rodney saint-éloi

paola ghinelli

Rodney Saint-Éloi,(*) editore e poeta, è un uomo dai diversi talenti. L’ho incontrato a Montreal, nella sua casa editrice, che è anche il suo appartamento, il 3 marzo 2006.

Vivi in Canada, ma sei haitiano. Qual era la tua attività ad Haiti prima di andartene?

Ad Haiti ero giornalista, poeta ed editore. Ho anche lavorato all’università Quisqueya dove insegnavo letteratura, e soprattutto animavo laboratori di creazione. Ho collaborato con la FOKAL, una fondazione haitiana che opera in ambito culturale, allestendo animazioni letterarie con scrittori e intellettuali di tutto il mondo.

Cosa significa essere editore ad Haiti? Con i miei stereotipi da europea, mi chiedo se l’attività editoriale svolta là somigli all’attività editoriale in un qualsiasi altro paese.

Ci sono certamente delle differenze. Pubblicare ad Haiti, significa pubblicare in un paese dominato, per parafrasare il nostro amico Patrick Chamoiseau. Significa pubblicare in un paese povero, in un paese in cui prevale l’analfabetismo. Pubblicare significa lavorare contro questo stato di fatto: creare un paesaggio editoriale ricco, far scaturire la ricchezza di un immaginario, la ricchezza di una letteratura, il che contraddice totalmente il contesto in cui si opera. All’inizio ho fatto con i mezzi che c’erano, ovvero con pochissime risorse. Ho creato una casa editrice sul modello del cinema d’autore. Ho voluto rompere la logica occidentale secondo la quale, per avviare una casa editrice, ci vuole una struttura ben organizzata. Ho lavorato a partire da una struttura piuttosto caotica, sul modello del paese, perché se si entra nel formalismo, si finisce per pubblicare un libro ogni cinque anni. Non bisogna imitare l’Occidente, al contrario, bisogna creare dei modelli alternativi. Perciò nel 1991, ad Haiti, ho creato le Edizioni Mémoire, una casa editrice alternativa che ha realizzato l’impossibile.
Per quanto riguarda la poesia, quando incontro degli editori e dico loro che pubblico dei versi di giovani autori in mille copie, non mi capiscono, perché in Europa anche i grandi editori pubblicano raramente poesia, e noi facciamo la loro stessa tiratura per un mercato ristrettissimo e per uno spazio letterario esiguo come quello di Haiti. Gli Europei non capiscono che i libri possano circolare e che la gente possa leggere. E leggere, oltretutto, della poesia, il che non si fa più in Occidente. Ad Haiti siamo riusciti effettivamente a creare un mercato, ma forse partendo da altre basi. Si tratta di letterature emergenti e di un pubblico emergente, quindi anche molto più facile da orientare. La gente pensa che si debba leggere per vincere la disperazione, e quelli che sanno leggere lo fanno davvero. È come una fatalità, c’è una sorta di orgoglio del lettore. Dal canto mio, ho cercato di evitare la mediocrità, facendo mie le esigenze che impone ogni vera impresa editoriale.

E dopo tutto questo lavoro, perché sei partito?

Sono partito perché penso che partire sia sempre salutare. Partire è sempre il sogno di tutti. Si parte come ci si toglie il cappello la sera tornando a casa. Partire è una scelta individuale. Io sono partito perché ero alla fine. Ero alla fine di me stesso. Ho avuto l’impressione di essere salito su una scala e di aver guardato in basso, verso il caos. E tutto ciò che potevo fare era lanciarmi nel vuoto. Quindi sono partito perché sentivo in me la paura, la paura di aver paura. Capivo che la follia occupava tutti gli spazi di pensiero e di vita. La follia era diventata ordinaria come la corruzione. Per restare ciò che sono, dovevo partire. Avevo anche una specie di sete del mondo, ma quando sono partito non ho abbandonato Haiti, sono partito con un pezzo di Haiti addosso. Sono arrivato a Montreal nel 2001 e, da allora, il 90 % di ciò che faccio riguarda Haiti. Mi trovo davanti a una specie di schizofrenia. Di recente, ho organizzato un grande stand dedicato ad Haiti per il Salone del libro di Montreal. Nel 2005, dopo la caduta di Aristide, ho chiesto ad amici del ministero della cultura di Haiti di mandare qui degli scrittori, e loro mi hanno fatto capire di non poter lavorare con Mémoire d’encrier perché è una casa editrice di diritto canadese. Eppure qui, quando tratto con le istituzioni, mi vedono come l’haitiano di Montreal. Mi trovo sempre di fronte a un doppio discorso. E non posso farci nulla.

… e se dovessi fare un bilancio tra nostalgia e realizzazione?

La nostalgia è una cosa che non conosco. Prima delle turbolenze di Haiti, tornavo a casa tre o quattro volte l’anno. E anche ora che passo quasi tutto l’anno qui, quando voglio ritrovare il gusto di Haiti vado a nord della città. Qui a Montreal ci sono 150.000 haitiani. Haiti è ricreata qui. Si può mangiare haitiano, ascoltare canzoni haitiane, si può fare quasi tutto, vivere in haitiano.

Persino sotto la neve!

Persino sotto la neve! C’è un’Haiti esotica qui, un modo di essere, un modo di parlare. Il paradosso è che quando sono ad Haiti aspiro ad altri orizzonti, mentre quando sono qui la questione haitiana si pone nella prossimità. Ad Haiti si cercava la distanza perché si era dentro. E si evitava di lasciarsi soffocare dalla tragedia tropicale. Qui si cercano i punti di riferimento reali. Qui trovo dei piatti haitiani che non conoscevo là, perché andavo in altri ristoranti. Soprattutto, qui a Montreal, ascolto musica haitiana che non ascoltavo affatto. Qui, quando vado da amici, posso ritrovare tutte le tradizioni haitiane. Non c’è nostalgia. Ci sono delle inquietudini legate a una sensazione di perdita, la perdita di una realtà, di certi tratti costitutivi della mia identità di haitiano, ma penso che non si sia mai ciò che si crede di essere e io mi sento un po’ più adulto dentro. Sono un essere umano con le mie passioni. Ho passioni haitiane e passioni quebecchesi, e anche passioni mondiali. Imparo ad amare un certo numero di cose di qui e poi continuo il mio cammino.
Quindi non c’è bilancio. Oppure, come ogni bilancio, dev’essere mitigato. Non si tratta di una storia di successo, né di una storia di sconfitta. È una storia umana, con zone d’ombra e zone di felicità. C’è una parte di perdita e una parte di guadagno. Quando ho lasciato Haiti ho perduto un paesaggio, ho perduto il sole, il mare, i miei passi, la mia infanzia, le mie tracce, certi alberi, certi amici. Qui, ho trovato la neve, che non può sostituire il sole, certo, ma devo comunque vivere con questo dato. Ad Haiti, vivevo praticamente nudo con me stesso. Ad Haiti la natura è come un braccio che ti avvolge. Qui, in inverno, la natura è ostile. Dal di fuori sono passato al di dentro. Questo cambiamento può essere anche stimolante, dato che non sono un esiliato. Ho scelto la migrazione, perciò sono sempre in azione. Sono uno spostato, ma non un immobile. Nulla mi impedisce di tornare a casa se ne ho voglia. Esiste un discorso dolente sul povero migrante, ma io ho scelto di essere qui e questo fa la differenza: non subisco lo spostamento. Penso che in fondo a me stesso avessi bisogno di questo spostamento, che può essere un grande dolore, ma è pur sempre il dolore che ho scelto. Ho guadagnato una certa visione dell’altro. Haiti è un paese segregato in cui il riflesso di autocrazia, di potere e di privilegio è molto forte. Qui, la vita mi ha insegnato una certa umiltà. Così mi sento più moderno, più aperto nel mio corpo e nello spirito, più sano nei confronti di me stesso.

Questo percorso ha influenzato la tua poesia? E in che modo?

Sì, nella mia poesia la questione dell’alterità è più affermata. L’altro giunge a me in modo frontale. Sono in una relazione col mondo che mi arricchisce di più. Stando meno sulla difensiva, posso esercitare un altro sguardo, equo e vero. Non sono né il conquistatore né la vittima. Sono capace di vivere con i miei fantasmi. Questo è il grande regalo che mi ha fatto Montreal. E il mio libro J’ai un arbre dans ma pirogue rappresenta in qualche modo questo nuovo sguardo, la moltitudine di finestre che apro, le strette al cuore e le strette di mano. Oggi sto lavorando su un seguito poetico di quel poema. Il nuovo testo ha come soggetto principale Montreal. Sono un haitiano che arriva a Montreal e cerca la fessura: tra Port-au-Prince et Montreal, che cosa resta della città? È un sogno abitare una città con le proprie parole e col proprio dolore.

(*)Per ulteriori informazioni (in francese) sull’autore Rodney Saint-Éloi: http://www.lehman.cuny.edu/ile.en.ile/paroles/saint-eloi.html e sulla sua casa editrice : www.memoiredencrier.com

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Anno 3, Numero 14
December 2006

 

 

 

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