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amelia e icaro: la caduta

tamara guirado

Comprate uno spettacolo, comprate uno spettacolo, venite a farvi un giro e comprate uno spettacolo. È iniziato il turno serale allo Show World, un grande complesso a tre piani per peep show situato all’angolo della Quarantaduesima, di fronte alla Port Authority. I clienti portano dentro la neve dall’esterno e lasciano pozze fangose sul pavimento a piastrelle. Io sono al secondo piano, dove c’è un lungo corridoio buio fiancheggiato da cabine numerate e illuminate a giorno. Le ragazze sfregano le pareti delle loro cabine con salviette di carta imbevute d’alcol, ripulendo bene il telefono, il vetro, lo specchio, la maniglia e lo stipite della porta. Facciamo le pulizie con le porte aperte, così non ci perdiamo clienti durante il breve affollamento delle sei. Le cabine sono organizzate in modo che le ragazze più belle, le più redditizie, stiano nelle cabine ad alta affluenza vicino alle scale. C’è anche una sottile discriminazione razziale, con le bianche nella prima parte del corridoio a elle. Le ballerine sono per lo più giovani e di una bellezza convenzionale. Una volta c’era posto per donne più mature con i frustini e grassone dai cento chili in su che si prendevano cura di quelli che amano mettersi i pannolini e ciucciarsi il pollice. Ma ora non più. Questo accadeva quando gli affari allo Show World prosperavano e le cabine erano sempre piene. Ora l’industria del sesso è in crisi, ogni anno i soldi sono sempre meno, e solo le ragazze di alto e di medio livello possono permettersi di lavorare qui. La Disney ha comprato tutta l’area intorno a Times Square, così il futuro è incerto. New York ha approvato una nuova legge per cui al massimo il quaranta per cento della merce venduta in un negozio può essere di natura erotica. Questo vuol dire che oggi il nostro sex-shop comprende occhiali da sole, riviste del genere “Casalinga Moderna” dai prezzi assurdi, valige polverose e cartoline con la skyline di Manhattan, il tutto annidato tra falli artificiali borchiati e bambole gonfiabili Annie. Annie con un buco rosso spalancato al posto della bocca, niente a che vedere con la bella ragazza sulla confezione.
Ogni cabina ha due porte, una per le ragazze, e una per il cliente. Sopra le cabine occupate si accendono luci rosse. Uomini di ogni sorta e dai volti imperscrutabili gironzolano per il complesso, valutando la merce. Al passaggio dei clienti lungo la corsia alcune ragazze rispondono sorridendo e mettendosi in posa, altre guardano indifferenti, fumano, mangiano barrette di cioccolato; alcune fischiano, incitano a gran voce, oppure fanno richiami con le dita. L’area è controllata da sorveglianti in grembiuli verdi che vendono gettoni e sollecitano fate il giro, fate il giro. Me ne sto qui in piedi da dieci ore, faccio il doppio turno, e se rivedo quella narcisista di Flavia che si rimira allo specchio potrei prenderla a schiaffi. Non si sarà stufata della sua faccia dentro la cabina? La principessa Flavia si crede migliore di noi, dice che non usa i falli artificiali, dice di non voler fare spettacoli normali per meno di venti bigliettoni. Cazzate! Il turno serale sta per cominciare e China piagnucola perché non le hanno dato la solita cabina.
Alberto, perché mai mi metti nella dieci? Indossa un reggiseno con lustrini e perizoma sotto a una felpa con la zip aperta, uno zaino appeso in spalla.
Non hai firmato l’entrata e sei di nuovo in ritardo.
Ma dài, sono sempre nella uno.
Non stasera, dolcezza.
Lo sai che lì non ci lavoro bene.
Forse dovevi pensarci prima.
Alberto tamburella sul suo porta-blocco con un’unghia gialla e lunga. Ringrazia che non ti mando su al juice bar.
Al juice bar ci sono soprattutto prostitute e travestiti. Ho lavorato lì una sera soltanto, e in vita mia non avevo mai visto un simile branco di clienti annoiati. Avrei potuto partorire lì sul palco e non se ne sarebbero neppure accorti.
China si dirige impettita verso le cabine sul retro, i tacchi di acciaio che stridono sulle piastrelle del pavimento.
Benvenuta a Harlem. La deride Sasha dalla cabina undici.
Un sorvegliante fa tintinnare i gettoni nella tasca del grembiule. Comprate uno spettacolo, comprate uno spettacolo.
I clienti continuano a girare in tondo, stasera guardano le vetrine, quasi nessuno compra uno spettacolo. Scelgono la ragazza giusta come se la loro intera esistenza dipendesse solo da quella decisione. C’è un uomo d’affari che gira da cinque ore. Questa sì che è una Passeggiata coi fiocchi. Come se fosse alla ricerca del Santo Graal. I sorveglianti continuano a farli muovere; tutti devono continuare a muoversi, a eccezione di Scarafaggio e Zuccherino, ai quali è concesso di stare fermi. Sono un po’ le nostre mascotte.
I sorveglianti fanno tintinnare i gettoni; si annoiano anche loro, scuotono i gettoni nelle tasche dei grembiuli e ripetono a gran voce la loro ipnotica litania. Fate il giro, fate il giro, amico o compri uno spettacolo o vai avanti. Spingono i salmoni controcorrente. Sento i sorveglianti che fanno tintinnare i gettoni e il solito maledetto nastro di Madonna per cui Alberto è fissato. Sono due ore che non ho un cliente e con tutti quegli orsi e pagliacci che girano mi sta venendo la nausea. Chi sarà stato il pervertito che ha deciso che i temi circensi fossero una linea decorativa adeguata per un peep show? Sono così annoiata da sperare che un feticista venga a masturbarsi davanti a me. Comprate uno spettacolo, comprate uno spettacolo. La gente è convinta che questo sia un lavoro degradante senza però capirne il perché. È terribile e monotono come terribile e monotono è il lavoro in una catena di montaggio. Anche peggio, perché alla catena di montaggio la paga oraria non dipende dal tuo atteggiamento, dal tuo sorriso, o se ti ricordi di tirare la pancia in dentro. Ho sentito dire che la noia sta a un passo dall’illuminazione e non sono sicura che sia vero, ma so che la noia può stare a un passo dal farti impazzire. Non è permesso portare un walkman o leggere un libro e a masturbarsi tutto il giorno può venire la sindrome del tunnel carpale. La gente crede che scherzi.
Riesco a sentire Sasha giù nella cabina undici. Piso Pisello, Piso Pisello.
Guardo gli angioletti di carta che Larry ha appeso, sono tre, uno per ogni ragazza uccisa dentro il locale. Che allegria! Comunque qui non muore nessuno dal 1979. L’ultima è stata sgozzata sul palco da un sorvegliante. Il che mi fa riflettere: il sorvegliante del Ghana è offeso perchè dopo avergli stretto la mano me la sono disinfettata. Ora ho capito come sei, ha detto. Ma cosa pretende? Mi tocco la passera con quella mano e lui con la sua tiene lo scopettone tutto il giorno. Non avrei dovuto farlo davanti a lui, ma è la forza dell’abitudine, tocchi i soldi e ti lavi le mani, un uomo ti tocca la mano e te la lavi. Niente di personale.
La candeggina ora la fanno in diverse profumazioni, freschezza floreale, limone e profumo di pioggia. Di recente ho comprato quella al profumo di pioggia e sa proprio di peep show; chissà cosa avevano in testa i produttori.
Gli angioletti di carta di Larry oscillano dolcemente alle sporadiche correnti d’aria, riportandomi alla mente uno schizzo a penna di mia madre in cui erano ritratti Amelia Earhart? e Icaro, nudi, stretti l’una nelle braccia dell’altro mentre precipitavano nell’oceano. Era intitolato “La caduta”.
Un minorenne coi jeans a cavallo basso e felpa si ferma davanti alla mia cabina.
Quant’è?
Sono cinque dollari a gettone e minimo di dieci dollari di mancia per uno spettacolo normale con masturbazione, venti per uno spettacolo con fallo artificiale, altre richieste particolari sono extra.
Ti masturbi? E io posso farmi una sega?
Sì.
Cosa mi viene con un gettone?
Niente.

Un sorvegliante si avvicina al ragazzo scuotendogli minacciosamente i gettoni in faccia. Compra un gettone. Compra un gettone.
Stiamo solo parlando, capo.
O compri uno spettacolo o vai avanti.

Il ragazzo se ne va seccato.
Mi ritrovo a fissare il luccichio verde-blu iridescente degli slip di Flavia. Mi ricordano le ali di uno scarabeo. Lei mi guarda storto e io rivolgo lo sguardo altrove, verso il soffitto dove penzolano gli angioletti che sembrano minuscoli in confronto ai pagliacci che girano. Alle medie feci una ricerca su Amelia Earhart(*). Ricalcai una sua foto dalla copertina di un libro. Sorrideva, fili di capelli dorati uscivano dal berretto e dagli occhialoni. Mi domandavo come sarebbe stato precipitare nell’oceano, il cielo luminoso, il riflesso del sole sull’ala. Stavamo vicino al mare, allora. Gli zii portarono a casa granchi turchese che si contorcevano nelle federe. Le femmine e i piccoli furono liberati. Mia madre immerse i maschi vivi nell’acqua bollente: emisero un sibilo stridulo e penetrante prima che i gusci divenissero rossi e loro smettessero di dibattersi.
Urlano di dolore, dissi.
Lei si chinò sulla pentola, sorridendo, i riccioli tinti avvolti dal vapore. Finisce subito.
Comprate un gettone, comprate un gettone, fatevi un giro, fatevi un giro.
Trascino lo sgabello vicino alla porta e mi siedo. Si fanno più soldi stando in piedi, immagino perché così vedono tutto il corpo eretto, non so, ma sono davvero stanchissima. Chiudo gli occhi; la luce della cabina mi scalda il viso. Prima tenevo la luce soffusa perchè valorizza di più, ora invece è viva e accecante; quasi non vedo i clienti, solo il mio riflesso sul vetro. Comunque i clienti sono come i pesci, sono attratti dalle cose luminose e brillanti. Fatevi un giro, fatevi un giro, continuate a muovervi.
Finalmente arriva un cliente, un uomo d’affari che si fionda dritto nella mia cabina senza discutere. Sento il rumore di un gettone che cade, poi un secondo e un terzo, il contatore mostra un 10 digitale rosso, poi un 15. Chiudo la porta e giro la chiave. Appena la cortina va su vedo che si è già tirato fuori il cazzo e se lo sta menando energicamente. Le cifre del contatore scalano, 15, 14, 13… Prendo il telefono. Ciao, hai iniziato senza di me, dico. Vuoi uno spettacolo? L’uomo d’affari infila due banconote da venti nella fessura, una mano ancora sul pene, la cornetta in equilibrio tra l’orecchio e la spalla. Metto giù il telefono dato che non c’è altro da dire, ma l’idiota continua a tenere la cornetta tra l’orecchio e la spalla come se ascoltasse qualcosa. Con il mignolo e l’anulare della mano sinistra estraggo lentamente i soldi dalla fessura e li metto nella scatola vicino al gel lubrificante e alle salviettine umidificate. Guardo impaziente il mio libro, Il Tamburo di Latta, che spunta dallo zaino appeso a un gancio dentro lo sgabuzzino. Non è permesso leggere quando siamo al lavoro, nemmeno durante i momenti di stanca. Prendo una bottiglia di alcol e mi disinfetto la punta delle dita, getto la salvietta in un sacchetto di plastica appeso nello sgabuzzino, salgo sullo sgabello e mi scosto il perizoma. Sono svogliata. L’uomo bussa sul vetro e mi indica il telefono. Detesto quando vogliono parlare. Ha gli occhi puntati sul mio fallo nero artificiale, quindi so già qual è l’argomento. È incredibile la percentuale di uomini bianchi che viene qua per parlare di cazzi neri. C’è un peep show per gay proprio in fondo all’isolato, ma non ci vanno perché qualcuno potrebbe vederli uscire. Le dinamiche umane di questo posto sono il sogno proibito di ogni sociologo.
L’uomo d’affari mi chiede se per favore posso avvicinare il viso al vetro. Lo accontento. Dalla cabina accanto riesco a sentire la principessa Flavia che sbatte il sedere contro il plexiglas o qualunque cosa sia, ragazza strana, ha già rotto una vetrina e la direzione gliel’ha fatta ripagare. Quel rumore mi fa pensare a una falena gigante che continua a sbatacchiare contro una lampadina fino a cadere al suolo con le ali completamente strinate.
Potresti inginocchiarti?
È extra.
Per la miseria! Va bene, va bene, tieni.
L’uomo fruga concitato in tasca e mette una banconota da dieci nella fessura. Potresti aprire la bocca? Ecco, brava, così piccola, guarda qua il mio uccello, hai visto com’è grosso? Dài, dimmelo, parlami. Parlami.
Parlare è extra.
Fanculo! OK, allora basta che chiudi gli occhi.
No.
Sto pensando che ho una certa fame e magari mi ordinerò del cibo tailandese.
Potresti chiudere gli occhi, per favore?
No.
Te lo portano fino in cabina, come se fosse una piccola casa e il ragazzo delle consegne guarda i falli artificiali con gli occhi di fuori. Gli do sempre una bella mancia perché chi semina prima o poi raccoglie.
Chiudi gli occhi solo un attimo.
No.

Fa davvero caldo perché ho lasciato la luce troppo viva e penso che appena il tizio ha finito mi prenderò un’aranciata al distributore, e penso a Icaro e alla cera che si scioglie sulla sua schiena e alle piume che cadono.
E che cazzo! Ti ho già dato 50 dollari razza di puttana avida.
Modera i termini o abbasso la cortina.

L’uomo dà uno sguardo al contatore. OK, OK, quanto vuoi? Voglio solo che chiudi gli occhi.
Non lo faccio.
Come? Ti infili quel grosso coso nero su per il culo ma non vuoi chiudere gli --?
Lancia un’occhiata al contatore. Porca miseria! I soldi stanno finendo, sto per venire, chiudi gli occhi un attimo solo. Dài ti prego! Dovevo andare da qualcun’altra. Sto venendo, ci sono -- sto venendo -- dài ti prego, chiudili solo un attimo.
La cortina comincia a scendere.
AH, MERDA! LURIDA TROIA.
La cortina scorre giù fino a nascondere l’uomo d’affari alla vista. Sento gli insulti smorzati e la sua porta che sbatte. Dopo essermi rimessa a posto il perizoma esco dalla cabina e vedo l’uomo incedere con fare bellicoso verso la sala, i pantaloni ancora slacciati. Fatevi un giro, comprate uno spettacolo. Tutto quel movimento ha attirato l’Avvoltoio. Riesco appena a fare cenno di no con la testa che si avvicina. Gli piace leccare lo sperma degli altri clienti dalla vetrina, ma l’ho avvisato parecchio tempo fa che non intendo vederlo rischiare la vita per meno di quaranta dollari e ci sono molte ragazze che lo lasciano ripulire per cinque. Fatevi un giro, fatevi un giro. Una delle ragazze ha attaccato un foglio con scritto “Prendimi a calci” sulla schiena di Zuccherino. È un bersaglio talmente facile. Sgattaiola nella mia cabina, fa un’espressione da cane bastonato e mi porge una caramella dura.
Grazie. Gli tolgo il cartello dalla schiena senza farmi scoprire e aspetto che se ne sia andato per buttare la caramella. E ovviamente mi lavo le mani.
Fatevi un giro, comprate uno spettacolo o fate un giro.

Traduzione di Elisa Romano

(*)Amelia Earhart fu la prima donna a compiere la traversata dell’Atlantico in solitaria (1932). In seguito decise di provare a essere la prima donna a compiere il giro del mondo in aereo: il 1 giugno 1937 partì da Miami e volò per ben 29.000 miglia. L’impresa era quasi giunta al termine quando il 2 luglio si persero i contatti radio. Probabilmente ci fu un guasto e l’aereo precipitò a una distanza calcolabile tra 35 e 100 miglia dall’isola di Howland. Negli Stati Uniti è considerata una vera e propria eroina nazionale. (N.d.T)

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