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la musa

sami tchak

Dopo aver vuotato il bicchiere d’aguardiente, José lesse una pagina di Sexus. Non derogava mai a quel rituale. Poi, come sempre, si augurò la buonanotte, Buonanotte, mio caro José. Scivolò sotto il piumone e si addormentò immediatamente. In quel momento arrivò un pappagallo dalle ali bianche che posò sul tavolo vicino a Sexus un barattolo di marmellata di guaiava. José, marmellata! Marmellata di guaiava! Diceva l’uccello volteggiando sull’uomo che dormiva profondamente. José, marmellata! Marmellata di guaiava! E siccome il dormiglione continuava a non muoversi, il pappagallo dalle ali bianche uscì dalla finestra. All’improvviso, dal barattolo di marmellata spuntò una bella adolescente. José, mi aspettavi, sono qui! Alzati! José, sono qui! La ragazza tese un volume spiegazzato di Sexus vicino al viso di José. Ma il dormiglione continuava a non muoversi. Svegliati, José! Sono qui! Finalmente l’uomo si svegliò. In pigiama, tutto sudato, si liberò del piumone sporco e si precipitò verso il tavolo dove sperava di ritrovare il barattolo di marmellata e anche l’adolescente. Pur consapevole che fosse solo un sogno, non poté fare a meno di scrivere: finalmente è arrivata la musa che aspettavo, poi afferrò il suo Sexus e l’aprì alla pagina che aveva letto appena prima di addormentarsi.
Come tutto s’incastrava alla perfezione! Sexus!
José era solito frequentare il Casinò Caribe sulla settima avenue, la Septima. Pur non essendo un amante del gioco, aveva stima delle persone soggiogate dalla passione o dalla minima probabilità che una vincita colossale potesse sconfiggere una miseria incurabile. Lui stesso giocò per la prima volta solo il giorno in cui ebbe una visione: su una sedia liberata da un giocatore, gli apparve il volto di uno degli dei della letteratura, Dostoevskij. José sgranò gli occhi, strofinandoli con tutte e due le mani. Ma quel viso era ancora lì, segnato da una profonda amarezza. Sto diventando matto, concluse scappando verso la toilette dove, ebbene sì, vide ancora lo stesso viso sul soffitto, ora sorridente, ma con un sorriso triste. Uscì correndo dalla toilette, affrettandosi a lasciare il casinò prima che tutti i giocatori si accorgessero della sua pazzia. Ma, all’improvviso, ebbe un’illuminazione: Ho appena ricevuto un segno. Mi aspetta un grande destino, siccome Dio Do, Eterno fra gli Eterni, fu una pietosa vittima delle macchine mangiasoldi, i suoi capolavori sono in parte il frutto della sua passione per il gioco e della sua epilessia.
Convinto quindi di aver ricevuto un segno da dio Do, José iniziò a darsi al gioco. Però finì velocemente le sue magre riserve di denaro. Lasciò il casinò giurando di non rimetterci più piede. Casinò addio! Ma gli venne una tale fame di Caribe, che ci tornò di corsa il giorno dopo. Per capire quel particolare legame, bisogna dire che proprio davanti al Caribe una puttanella di dodici anni, in seguito a uno stupro, si era beccata un bambino nella pancia, José. La stessa donna, venticinque anni dopo, fu picchiata a morte sempre davanti al casinò Caribe per aver rubato un barattolo di marmellata di guaiava. Per José, che non aveva mai amato la madre, questa morte fu un sollievo. Però si convinse che il Caribe avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella sua vita. Quindi ci andava anche restando come in attesa di qualcosa. E infatti un giorno, avendo trovato su una sedia del Caribe Sexus di Henry Miller dimenticato da un giocatore, dopo aver letto il libro scoprì la sua vocazione di scrittore. Sexus ebbe un tale effetto su di lui che si comprò un computer e concepì il piano del romanzo che sarebbe diventato un monumento alla memoria della madre che non aveva amato. Ma per dei mesi non riuscì scrivere neppure una frase che lo soddisfacesse. Si convinse che ci voleva una molla ispiratrice, una donna, perché, stando a quanto dice Henry stesso, è grazie a una donna, Mona, che sono nati Sexus e compagnia. Passeggiando per la città, scrutava i volti femminili sperando che uno di loro facesse sosta nel suo cuore così da far scattare il fiume verbale. Allora l’adolescente apparsa in sogno, pensava, era la sua Mona.
Era un mercoledì, faceva fresco. Quando arrivò davanti al Caribe, José si raschiò la gola, tossì e sputò vicino a una mendicante che metteva in mostra il suo bambino scheletrico, proprio dove sua madre era stata linciata per il furto del barattolo di marmellata di guaiava. S’introdusse nel casinò pieno zeppo di giocatori e, vicino alla macchina dove aveva trovato due anni prima Sexus di Henry, vide una donna in piedi in abito nero corto. In una frazione di secondo fece l’associazione tra Sexus e la donna. Quindi, emozionato e convinto che lei fosse la copia dell’adolescente del sogno, quella spuntata dal barattolo di marmellata di guaiava, l’afferrò per la vita. La sconosciuta, arrabbiata, si girò di scatto, ma restò paralizzata alla vista di un uomo rattrappito e mal vestito, di una bruttezza ripugnante. Mi scusi, Signorina, se mi sono permesso di afferrare per la vita l’occasione della mia vita, perché lei è l’occasione della mia vita. La donna dominò il disgusto che l’uomo le aveva suscitato e sorrise mostrando una dentatura splendente. Perché l’occasione della sua vita? José cercò di sorridere. Andiamo a bere qualcosa in un bar del centro commerciale la Terrazza Pasteur? La donna acconsentì, camminarono fino al centro, entrarono in un bar. Lei ordinò acqua gasata, lui un bicchiere di aguardiente. È una giocatrice? La donna scoppiò a ridere, No, assolutamente, ma so cos’è. Allora iniziò a parlare di sé. Si chiamava Flora, suo padre, prima povero falegname, dall’oggi al domani era diventato ricco grazie a un biglietto della lotteria comprato davanti al Caribe da un venditore ambulante. Aveva vinto cento milioni di pesos che aveva reinvestito nel commercio dello smeraldo. In seguito si era fatto prendere dalla passione per i casinò, la sua iniziazione fu al Caribe. Rovinatosi in meno di un anno, si era suicidato un mercoledì nel Caribe. A quel tempo Flora aveva nove anni. La madre, vedova squattrinata, era diventata anche lei un’habitué dello stesso casinò Caribe.
A Flora scese una lacrima. Mi scusi, io… Ma quando José gli raccontò la sua di storia, lei provò una tale pietà che per non dispiacergli avrebbe accettato di seguirlo a piedi fino in Perù. Ma dimentichiamo i dispiaceri, Flora. Io ti aspettavo e tu sei venuta per permettermi di innalzarmi sulla vetta più alta del tempio della letteratura. La donna lo guardò stupita. Sì, sono uno scrittore consapevole di essere un genio alla ricerca della propria voce. Tu sei la mia voce, e io l’ho trovata. La mia musica è matura per essere servita alla gente. Ma che coincidenza! Il giorno del suo undicesimo compleanno, Flora aveva avuto la fortuna di stringere la mano a Gaby Marquez in persona all’uscita del museo dell’oro. Questo incontro di pochi secondi con il dio nazionale delle lettere gli aveva inoculato il virus della lettura. Prima dei vent’anni aveva frequentato tutte le biblioteche della capitale. Poi, sentendosi incapace di creare il bello con le parole, non sognò altro che di diventare la musa di don Marquez. Ma era abbastanza realista per sapere che non sarebbe mai stato possibile, che Gaby non aveva bisogno di lei. José era forse la consolazione che le aveva mandato la Provvidenza? Vuoi scrivere qualcosa sulla mia vita? Era così eccitata che le avrebbero potuto togliere il vestito senza che se ne accorgesse. Quando cominci? José da quel momento avrebbe dovuto rinunciare all’idea assurda di aver appena incontrato la sua musa, si sarebbe risparmiato… Ma persisté nel prendere Flora come molla ispiratrice della sua opera. Grazie a lei, da lui sarebbe sgorgato un torrente di parole, come la famosa Mona era stata per Henry una vera e propria rivelazione. Non aveva pensato che in realtà, prima d’incontrare Mona, Henry aveva già dentro di sé i suoi Sexus e compagnia, che l’impressionante fiume di parole, idee, immagini con cui ha inondato il mondo delle lettere gli veniva da dentro.
José affittò un calesse tirato da un cavallo bianco e ci salì con la sua musa che, mezz’ora dopo, scoprì il tugurio del laido creatore in uno dei quartieri più sordidi della capitale. Ma, in quel nido di miseria, non vide altro che la bellezza della letteratura. Non era mai stata così felice. Tornò in strada per telefonare alla madre, Oggi non torno a casa. Ma a Flora bastarono poche ore per capire che José non era nient’altro che una scorza ripugnante, che nella pancia non aveva niente e che neppure la sua miseria materiale era riuscita a ficcargli niente nelle viscere, niente. Apparteneva a quel tipo di persone che anche dopo aver ingerito una carogna, faceva scoregge inodori. Lei l’aveva capito leggendo una pagina delle sue brutte copie in cui, invece di scrivere semplicemente Il sole tramontava, o Calava la notte, José aveva messo parole in fila, Verso occidente, invisibili servitori preparavano ormai il letto per la notte dell’astro re. Lei esitò per poi dirgli, Perché non scrivi semplicemente Calava la notte oppure Il sole tramontava? Il laido scarabocchione scoppiò a ridere, Ma Flora, sarebbe stato di un piattume desolante! Lei fu disgustata da quell’enfasi e vomitò in un piatto pulito. Devo mettergli qualcosa nella pancia, non ha le viscere, devo aiutarlo, José non ha le viscere.
Un giorno, mentre usciva dal Caribe dove per la prima volta aveva appena vinto tremila pesos, José si trovò faccia a faccia con un ragazzo armato. Sei tu José? E il ragazzino, senza aspettare la risposta, aprì il fuoco sul nostro uomo puntando alle ginocchia. José cadde proprio nel punto in cui la madre, qualche anno prima, fu picchiata a morte. Il bel ragazzino, invece, si volatilizzò come in un sogno. José, privo di sensi, fu trasportato in ospedale. Quando uscì dalla sala di rianimazione, parecchi mesi dopo avergli amputato tutte e due le gambe, Flora, tutta dedita, gli era rimasta sempre vicino. Flora, grazie, non ho altri che te al mondo, nessun altro che te.
Si ritrovò in una sedia a rotelle. Flora sempre al suo fianco, quasi in adorazione, convinta che la sua infermità avrebbe fatto della sua scrittura un grido capace di strappare i timpani della gente. Questo ragazzo è una delle sfaccettature della mia fortuna, poiché, dopo tutto quello che mi ha inflitto, le mie parole possono essere solo tuono. La fortuna? Mai Flora si rivelò essere quella famosa fortuna, perché era stata lei a pagare un ragazzino sicario per fargli paura. Solo per fargli paura con una pistola. Ma il sicario aveva spinto lo zelo fino a sparare, forse l’abitudine al lavoro ben fatto. Quell’incontro è stato un caso, ripeteva José che adesso passava delle ore davanti al computer, sostenendo di essere letteralmente posseduto dal Verbo. Le mie parole hanno mille gambe per correre al mio posto, corrono più veloci del suono.
Per sei mesi, dieci ore al giorno, scrisse. Per mantenere José, ora che lo credeva in grado di renderla eterna attraverso le parole, Flora cominciò a frequentare le vie calde ove regnano le ragazzine tra dieci e quindici anni, ma dove anche vecchie di diciott’anni, o più, potevano farsi a volte una bella miniera d’oro. Quando tornava nel nido sudicio dopo aver dato il suo corpo a più di un cliente, lo scrittore la pregava di lasciarlo entrare col naso nel suo sesso per arricchirsi dell’odore autentico della vita, come diceva lui. Flora, questo mi rimette in forze. Lei si prestava al gioco sentendosi lusingata.

Un giorno le disse che aveva finito il primo testo del post–dramma, una novella di dieci pagine. Con questo entro in pompa magna nel mondo delle lettere. Ma, sin dalla prima frase del cosiddetto capolavoro, Flora rimase talmente delusa che decise di tornare dalla madre, e così fece, senza però dimenticare José. Cosa si deve inventare per trapiantare delle viscere in questa pancia vuota? Niente, non c’è più niente da fare, è uno stomaco vuoto, potremmo ficcarci dentro qualsiasi cosa, se ne andrebbe più veloce dell’acqua in una rete da pesca. José non può diventare scrittore, nessuna possibilità, nessuna fortuita coincidenza lo renderà capace di creare il bello come fa Gaby, niente lo renderà capace di scrivere Sexus di Henry.
Un mercoledì, dopo aver accompagnato la madre al casinò Caribe, Flora decise di tornare da José e quel giorno gli mostrò la foto che la ritraeva tenuta teneramente per la vita da Gaby Marquez in carne e ossa, sembravano padre e figlia. Guarda, guarda, sono io, undici anni, e lui è Gaby. Tu, invece, chi sei? Che cosa sei? Neppure una scoreggia di Gaby, José, neppure una sua scoreggia. Scoppiò in lacrime pensando, dobbiamo cancellare l’errore.
Flora scappò dal nido del laido scarabocchione. Ritornò poche ore dopo e trovò il defecatore di parole così concentrato che sembrava stesse riuscendo a diventare l’autore anche di una sola virgola degna del suo nome. Flora fu disgustata ed ebbe voglia di stordire José con il ferro da stiro che aveva a portata di mano, ma poi riprese il controllo. José, perché mi hai incontrato? Perché la tua strada doveva incontrare la mia? Il Caribe non era una coincidenza, confessa! No, non dire niente. Scappò via isterica, tornando due ore dopo apparentemente serena. José, sei felice? Immediatamente si spogliò nuda. José, hai paura di me? Lui sgranò gli occhi. José, ho comprato un’arma. Mostrò l’arma ridendo. Sei mica matta? Lei continuava a ridere. E tu allora, José, non sei matto? Lo scribacchino vide passare davanti ai suoi occhi un pappagallo dalle ali bianche che teneva nel becco Sexus con la copertina imbrattata di marmellata di guaiava. José, sono la tua morte, non mi hai mai incontrata, perché sei nato in braccio a me. Scoppiò a ridere. Mona, sei pazza! Flora smise di ridere. Mona? Ma io non sono Mona, sono la tua morte, José, la tua morte. Guarda! In quel momento il pappagallo dalle ali bianche lasciò cadere Sexus sulla fronte di José. Gli echi della detonazione si propagarono in lontananza.

Tradotto da Cristina Schiavone

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Anno 3, Numero 14
December 2006

 

 

 

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