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Nota biografica | Versione lettura |

outsiders io e il serpente che si morde la coda

sarah zuhra lukanic

Guerra. Non sapevo cosa fare. Quello raccontava. Ricordo. Ricordava.
Il viso della donna che si sporgeva davanti alla finestra, l’unica finestra rimasta lì, di un palazzo verdicchio. Io immaginavo che conoscesse quel palazzo, forse era il suo palazzo.
Mi sentivo di non chiedergli nulla. Diceva che la palazzina era già messa male, come un dente marcio che sarebbe cascato prima o poi. Ma no, non così, diceva. Senza preavviso. Quello ricordava.
Mi raccontava della casa con la facciata ridotta penzoloni. E di una donna presa in pieno che stava appoggiata sulla finestra. Scaraventata giù come un tronco, perché le sue gambe rimasero ancora dritte dritte sulla finestra lassù. Merda, dicevo io. La guerra è un mucchio di merda, rispondeva lui. Tu, cosa pensavi, aggiungeva.
Diceva che il viso della donna aveva l’aspetto di un mezzo limone spremuto e lasciato ad ammucchiarsi dentro il seminterrato.
Era confuso, in quel momento. Io volevo non esserci. Magari cazzeggiare con i miei amici. Mi veniva da rimettere.
Non so se parlava di una donna che conosceva o di una donna che non riusciva più a riconoscere. Anch’io ero confuso. Non ho mai sentito parlare di guerra da così vicino. Quasi mi cagavo sotto. Si poteva aspettare di tutto da ‘sto tizio piccolo e affamato come un passerotto annaffiato dall’acquazzone.
Che cosa faccio adesso? Mi domandai. Presi coraggio e salii le scale. Presi i piedi di mia madre e scesi per strada. Portai quelle due gambe veloce veloce, come quando correvo per la staffetta del mio ginnasio. Fiero e concentrato. Completai il puzzle. Ero zozzo di sangue famigliare. Aspettai che venisse qualcuno nel cortile. Forse per quello, tutto mi sembrò meno atroce. Qualcuno che si potesse occupare del funerale. Io non avevo soldi. Per il funerale servono i soldi. Fu la prima cosa che mi venne in mente. Forse ti sembrerà strano ma i soldi servono di più proprio in guerra, eccome.
Ma cosa ti dico io? Quello non l’avevo pronunciato, ma lui aveva capito lo stesso. Mi dispiace per tua madre. Non avevo pronunciato manco quello. Lui aveva capito ugualmente. Si sentiva autorizzato a continuare. Anch’io lo volevo.
Qualcosa andò storto. La cosa migliore da fare era: andarsene. Non avevo nessuna voglia di discutere con qualcuno.
Lui raccontava. E io ascoltavo. Un guaio. Stammi a sentire, lo avevo interrotto per poco, volevo pisciare ma nello stesso momento non volevo perdere il filo della sua storia. Non c’è da preoccuparsi, diceva lui. Intanto non vado da nessuna parte, mi hanno portato qua a Roma perché avevano paura che fra dieci mesi mi avrebbero chiamato sotto le armi.
Dieci mesi? Sì. Ma mia madre dice che giù da voi si sistemerà tutto fra poco. Vero? Non rispondeva. Vero? Non so, penso che sia un bel casino. Quando vedi la guerra in faccia, così come stiamo io e te adesso, ti viene da pensare qualsiasi cosa.
Cosa studiavi laggiù? Mia madre mi dice che eri bravo. Ero? Non si può essere cosi idioti da tornarci. Ormai stai a Roma amico mio. Con le armi possiamo giocare sulla Play-Station. Ti piace Roma? Ti sto antipatico, vero? Lui non rispondeva. Fissava qualcosa. Cercavo di indovinare. Avevi una ragazza laggiù? Ho lasciato un cane. Morirà senza di me. Forse parlo troppo, pensavo io.
Mi seguiva nel corridoio come un cucciolo fedele, che ha paura dell’estate e dell’abbandono. Andiamo amico. Io avevo socchiuso la porta, ma lui proseguiva con la sua storia. Scusa, avevo detto io accostando la porta. No, no, lascia pure aperto mi aveva detto lui. Scusa, ripetevo io. Ho bisogno di parlare con qualcuno. Ma è maleducato pisciare mentre tu parli di morti. Ma che dici? Lui mi tranquillizzava con la sua nenia e con il suo sguardo appiccicoso. Non fare lo sciocco. Noi facevamo pipì in mezzo ai cadaveri, è normale diceva, così normale. Porca vacca amico, mi tieni su il morale, messa così la guerra non è che una festicciola di Halloween.
Sciacquone. Aspetta, che non ti sento. Molto bene. Fatto? Fatto. Mi sento più leggero. Scusa di nuovo. Quando sono agitato mi scappa proprio. Penso che morirò con il cancro alla prostata. Non so cosa dirti. Mi aveva risposto lui e continuava così: quando c’è la guerra sembra che tutte le malattie si annullino. Poi continuava a raccontarmi la cantilena del palazzo sventrato dove trascorse la sua infanzia. Felice, diceva, con tante partite di pallone.
La porta del campo nel cortile condominiale partiva dall’entrata confinante, oramai ridotta a ciarpame. Che cazzo facciamo qui? Giochiamo? Levati dal cazzo ragazzino, vedi che è morta. Ricordava lui. Diceva che dall’altro stabile uscirono i ragazzini con indosso il pigiama di flanella, visibilmente imbrattati di fuliggine; sembravano degli spazzacamini mingherlini saltati fuori dai disegni sul cellofan che avvolgeva le caramelle. Uno di passaggio chiese dove poteva trovare un po’ di movimento per un bel reportage.
Raccontava che i resti del suo palazzo sembravano un'altra casa, un'altra terra, un altro pianeta. Non lo riguardavano.
Poi gli successe che aprendo gli occhi urtò il cadavere di sua madre. Era pieno di polvere, rosso ma ancora fumante. Non ebbe paura del corpo morto di sua madre, diceva. Era sicuro che quella era la sua casa. Non c’è nessuno? Ricorda che ebbe solo voglia di seppellire la mamma così, su due piedi, subito. Nel cortile. Almeno quando sarebbe tornato lì poteva ritrovare il suo tesoro prezioso. Una volta aveva avuto il coraggio di sotterrare il gatto morto di Neda, adesso forse avrebbe trovato la forza di pensare anche alla mamma.
Poi ebbe voglia di partire, di spaccare il culo a tutti. Ti viene proprio così naturale, mi aveva detto; potresti abbracciare il kalasnjikov su due piedi. Diceva cose spaventosi. Quando vedi i puzzle sventrati sui mercati, per esempio, potresti fare di tutto. Altroché sfregiare le macchine come fate voi.
Senti, io ti ascolto, siamo d’accordo, ma non ti azzardare a rompermi. Io non c’entro nulla con la vostra guerra di merda. Non è colpa mia se siete un popolo di merda. Scusa. Si dicono le cose così per dire. Forse se mi aiuti a capire…
Continuava a raccontare. No, no, hai ragione, lo dicono tutti che siamo gente esaltata. Pazienza. Sai che tutti ancora oggi pensano che voi siete tutti froci e mafiosi. Io non lo penso. Perciò siamo pari.
Hai ragione. Hai fame? Sì e no. O sì o no! Allora? Vabbe', mettiamo qualcosa sotto i denti. Mangiamo in cucina? Ti va? Non mi dire che mangiavate insieme ai cadaveri. Stai scherzando? Smettila. Scherzo dai.
Mentre ciancicava il panino, gli era venuto in mente un gemito aguzzo che gironzolò attorno attorno alla via appena centrata in pieno da una granata. Cercava di imitarlo quel suono orrendo che si era lasciato dietro le spalle, ululando come un lupo affamato che dietro l’angolo sgozzerebbe anche un cane per sfamarsene. Sporcarsi il muso affilato con il sangue, che con la brina si ghiacciava. Quel passerotto indifeso e fragile, colpito sulle ali bagnate da un proiettile che avevo lasciato nel corridoio di casa mia, all’improvviso sarebbe diventato un lupo solitario avido e pericoloso.
Cazzarola, mia madre ha fatto male i calcoli. Chi ha portato dentro la nostra casa? Aveva preso questo ragazzo tramite alcuni amici che facevano le vacanze nell’ex Jugoslavia. Aveva detto che sarebbe rimasto da noi per qualche mese, finché là non si ristabilirà tutto. Ma che cosa c’è da sistemare; questo qua parla di case sventrate, di gente sparsa per strada come pezzi di Lego. No no, quando rientra mia madre dal lavoro gliene dico due. E poi, secondo lei, io dovrei pure tenergli compagnia durante la sua permanenza. Non se ne parla nemmeno.
Io continuavo a mangiare. Ero sorpreso dal mio comportamento. Silenzio. Dai continua, avevo detto io e quasi quasi mi ingozzavo con il boccone a metà. Domani. Lasciami stare, ho fame. Ma guardalo, ha già cominciato a comandare dentro casa mia. Amico mio, tu hai capito proprio male. Ma quello non l’avevo detto. L’avevo pensato, questo sì; lui si avventurava a sbirciare le mie occhiate. Parlava un italiano quasi perfetto. Ma non volevo abbassare la guardia. Osservavo le sue mani, sembravano di un pianista. Cercavo di immaginare come avesse potuto seppellire, con quelle mani, la sua mamma dentro il cortile condominiale. Che fico avere un tizio così dentro casa propria. Però mica è detto che l’ha sotterrata proprio lui. Chi sa se mia madre sapeva di ‘sta storia. Continuavamo a mangiare i nostri panini.
La mamma non tornava ancora, mi domandavo che fine avesse fatto, diamine. Ero disorientato dentro la mia cucina davanti a questo strano essere che era scappato dal peggio. Se mia madre ha contribuito a toglierne dalle armi almeno uno sulla Terra, io ne vado orgoglioso. Sarò lo scemo della casa ma almeno uno scemo orgoglioso.
A cosa pensi? Mi aveva domandato improvvisamente. A nulla. Avevo risposto. A volte mi capita di avere buchi vuoti nella testa, i miei pensieri vanno a spasso come le camere d’aria delle ruote bucate. Avevo aggiunto.
Sei proprio un tipo strano. Non ti arrabbiare se ti dico che sembra che sia tu ad arrivare dalla Juga, mica io. Juga? Gli domandavo io. Juga, Juga. Così chiamiamo la Jugoslavia in gergo, un diminutivo. Non mi ci far pensare: se quegli stronzi rovineranno tutto, addio mia Juga. Mi viene il sangue alla testa solo a pensarci.
Che cazzo fanno, gli dicevo io, stanno solo a pensare alle loro stronzate di guerra.
Pensa solo quanti soldi dovrebbero spendere per cambiare tutte le carte geografiche, tutti i libri scolastici, perché se facciamo un calcolo è una bella spesa. Nella guerra bisogna fare i calcoli prima. Amico mio, tu adesso mi domanderai chi avrebbe avuto il tempo sufficiente per fare i calcoli. Ma vedi, qualcuno li ha fatti. Lì è la fregatura. La guerra non è un problema tecnico. La guerra è il dramma di un semplice calcolo. Senza pregiudizi. Parlava.
Ascolta. Continuava a parlare. Io durante il viaggio ho fatto qualche calcolo. È semplice. Vedi: Slovenia, Croazia, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Serbia, più le due piccole regioni Kosovo e Vojvodina. Cavolo, sono tutti i vincitori. Mica fanno la guerra per perderla. Mettiamo l’ipotesi che vincano tutti. E cosa vincono alla fine? Mi domando io. La guerra è una spesa inutile amico mio. Ecco che cos’è. Facciamo il conto: quanti libri scolastici, quanti documenti nuovi, quanta burocrazia, mi viene da vomitare.
Anche a me. Gli avevo risposto. Più che altro per fargli piacere. Anche se pensavo che la guerra porta il caos, perché dentro le sue parole sentivo il caos. Dove regna la burocrazia c’è il caos imminente, la rogna bussa alla porta. Glielo avevo detto con un’importanza non indifferente, per sottolineare il pensiero.
Sei comunista? Mi aveva domandato lui. No, non sono comunista, non sono fascista, non sono nulla. Mi piace essere schietto e sono fiero di non mettermi dentro la bocca le parole che dicono i capi fasulli nei comizi, solo così per sentito dire. Lui sorrideva. Dai, che sotto sotto sei comunista, ammettilo. Aveva aggiunto. Vada per comunista. Sorridevamo entrambi. Era bello. Come avere un fratello mancato, poteva essere proprio così. Hai fratelli e sorelle? Gli avevo chiesto. Ti ho già detto che ho lasciato un cane. Ti ricordi? Manco mi ascolti. Ma hai ragione: ti ho distrutto la serata. Vero? Mi aveva dato una pacca sulla spalla, come si fa dopo le partite di rugby. Tra uomini veri. Dove il sudore e i graffi sanno di rispetto reciproco. Avevo un nodo alla gola. D’emozione. Era da tanto tempo che non sentivo una complicità come quella.
Ma che dici? Solo penso che mi sembra strano che non torni mia madre. Tutto qui. Ma forse l’ha fatto apposta perché vuole che parliamo un po’ noi due. Sono contento che ti fermi da noi. Poi avevo fatto un gesto spontaneo, gli avevo restituito la pacca di prima. Lui aveva apprezzato il gesto. Potevo leggere nei suoi occhi vivaci e attenti. Aveva accennato anche un altro sorriso.
Buona notte. Notte. Grazie per la cena, comunista. Ci siamo addormentati presto entrambi. Non avevo sentito quando era rientrata mia madre. Dormivo tranquillo come un bambino dopo un bel bagnetto.
Quando mi ero svegliato il nostro ospite era già vivace. L’avevo trovato in cucina in piedi. Era scalzo. Tua madre è uscita. Mi aveva detto. Io guardavo i suoi piedi nudi. Mia madre non ha trovato le ciabatte per te? No, non mi ha detto niente tua madre. Ti da forse fastidio che cammino scalzo? Ma no, per nulla. Che numero di scarpe porti? 45. 45?! Infatti, voi slavi avete tutti piedi da giganti. Peccato che con la testa avete numeri scarsi. Lui si era girato di scatto. Ma scherzo, dai.
Il suo viso sorridente era sparito. Tua madre è molto gentile. Aveva pronunciato lui quasi come un sussurro.
Scusa. Avevo aggiunto io piano piano. Ancora mi devo abituare che abbiamo degli ospiti. Sai, noi riceviamo poche visite. Mia madre ha sempre da fare. Tutta la vita ha avuto da fare. Sempre da fare. Pensa anche a me, quello sì. Come si potrebbe pensare a un coinquilino con il quale condividi ogni tanto la cucina e il bagno.
Continuavo con il mio lamento. Potevo dirgli semplicemente: buongiorno. Invece penso che stavo rompendo le scatole a uno che aveva salvato la pelle. Per poco. La mia conclusione era stata: non sono tanto ospitale.
Mia madre poteva anche rimanere. Mi ha lasciato con questo tizio. Di nuovo. Da solo. Come se niente fosse. Pare che non mi conosca. Ecco, quello non lo sopporto. Sa che non sono un tipo tranquillo. Mi sa che questo è il suo ospite. Casomai. Mica il mio. D’accordo non mi lamento del fatto che abbiamo un ospite. Sono contento. Mi pare Natale. Forse la mamma poteva rimanere per darmi una mano. Non ho mai avuto la responsabilità di occuparmi di uno sconosciuto. E pure uno straniero.
Lui ascoltava in silenzio. Sembrava che cercasse qualcosa in cucina. Ma io non ne avevo cura. Vedi, dicevo io. Tra me e me. Se rimaneva mia madre di sicuro gli avrebbe chiesto di cosa avesse bisogno. È una donna. Sa come si fanno queste cose. Continuavo con il mio buongiorno. Come se dovessi elencare la lista delle cose da comprare. Che cosa manca oggi? I famosi bigliettini che mia madre mi attacca sotto le calamite del frigo. I suoi pensieri per me.
Sai, hai ragione quando dici che mia madre è gentile. Dicevo io. Poi continuavo. Penso che per lei sono sempre stato un figlio difficile. Vedi, lei poteva essere felice con un figlio come te. Istruito e delicato.
Io non sono né istruito né delicato. Lui aveva pronunciato questa frase come se volesse che la facessi finita con il mio lamento.
Sì, sì che lo sei. Continuavo con la mia rogna. Volevo litigare con qualcuno. Per forza. Forse non con lui. Quello sì. Ma era lui che stava nella mia cucina. Poi mi era sfuggita una cosa atroce. Mi facevo schifo da solo. Sai, se io stessi al posto tuo sarei rimasto a combattere. Mi sporcavo le mani, eccome. Amico mio. Non te ne rendi conto? Hai perso l’occasione di sterminare un sacco di gente merdosa. Io sì che mi sarei buttato come un leone.
Ero esaltato. Misero e viziato. Io combattevo là dentro la mia cucina. Lui stava zitto. Mi fissava. Io mi vergognavo. Silenzio.
Ho esagerato? Ho esagerato. Pensavo io. Forse ero un po’ stronzetto. Forse. Infine che c’entrava lui con la mia vita, con mia madre? Era appena arrivato.
Non ero bravo a parlare apertamente di me con gli altri ragazzi. Davanti a quel tizio slavo mi sentivo libero. Strano. Ero così come sono dentro. Mi sentivo libero davanti all’ultimo arrivato. Come se fosse sempre stato lì. Dentro la nostra cucina. Come il giornale di prima mattina. Immacolato.
Con i compagnucci del mio liceo discutevamo di femmine, poi di femmine e concludevamo con le femmine. Sì, ogni tanto si faceva un battibecco per difendere la Roma o la Lazio. Il lunedì soprattutto. A volte alcuni fanno a botte per quegli scemi che guadagnano una valanga di soldi con i loro polpacci.
Non ci prendiamo mai a botte per cose serie. Per degli ideali. E quello mi fa incazzare più di qualsiasi altra cosa. Non rompiamo i musi sporchi di quelli che sono i veri responsabili. Rimane solo un colpevole virtuale. Non avrò un futuro dentro questo paese. Il colpevole c’è? Esiste? Cavolo, nessuno fa a botte per i potenti che ci fanno le scarpe con la loro politica di merda. Si potrebbe prendersela con le tragedie che strizzano il nostro belpaese come un panno bagnato. Manco per sogno. Si conosce il colpevole ma tutti vogliono solo cantare. Te ne rendi conto in che paese vivo io?!
Continuo con la mia teoria. Letale. Ma mia, pensavo. Mi faccio delle pippe mentali perché mi sento in un ingorgo su cosa pensare.
Poi dicevo. Posso fare finta di vedere i kamikaze che puntualmente promuovono una guerra persa? Io dico di no. Lui faceva un cenno con la testa. Sei d’accordo. Meno male.
Poi continuavo. E magari sentirmi in colpa perché ho più di uno che è appena uscito dal diluvio nel Bangladesh? Io dico di no. Lui non faceva nessun cenno con la testa. Allora non sei d’accordo. E fai bene. Perché ho appena detto una sciocchezza. Perché sei tu quello che stava sotto un diluvio. Non ti dico niente. Se vuoi parlarmi del tuo diluvio io ne sarò felice. Lui accennava con la testa.
Volevo afferrare il momento dove lui mi ascoltava. Era concentrato. Mi fissava. Forse gli facevo pena. Forse pensava che mi mancava qualcosa. Non m’importava. Io andavo avanti con le parole. Lui dondolava la testa. Hai presente quando uno parla davanti a te e tu solo sventoli il capo. Davanti. Come una bandiera. Ecco. Proprio così. Io avevo una bandiera dentro la mia cucina. Che era a mio favore. Ne approfitto. Dicevo a me stesso. Era bello.
Ancora ricordo che mia madre si metteva di fronte alla tele per non farmi vedere il telegiornale, gli dicevo. Sono confuso. Amico mio. Mamma, non è colpa mia se ci consegnate il mondo così. E poi mi porta sullo zerbino di casa un tizio come te.
È una coincidenza. Rispondeva lui.
Non cercare di tranquillizzarmi. È un lavoro inutile. Dicevo io. Non sono tua madre. Rispondeva lui. Mi aveva fatto sorridere. Confesso.
Io sono sconvolto, penso. Per fortuna anche il mio amico straniero della cucina pensa. Spero che pensi come me. Per adesso ho fiducia quando gli parlo. Mi fanno piacere le sue domande. E non è poco. Sono sicuro che i miei compagni pensano diversamente. Ci hanno addestrati ad indossare le coscienze degli altri.
Vai, vai belli pensiamo ad altro. La nostra vita on line. Che servirà a tutti. A tutti tranne che a noi. Gli interessati.
Qui c’entra quel tuo discorso dei calcoli. Ti ricordi? Quello che mi dicevi ieri. Dei calcoli che si fanno prima della guerra. Ti ricordi? Sì, sì che me lo ricordo. Ecco, è uguale. Loro fanno i calcoli anche per noi che non siamo in guerra. Perché sanno che non combatteremo per nessuno.
Loro chi? Gli stronzi. Quelli che fanno i calcoli.
E come possono essere sicuri che non si combatterà? Lo sanno, lo sanno. Gli stronzi sanno tutto. Ci controllano. Sanno i miei problemi. Calcolano quante volte vado al cinema. Ci chiedono come facciamo sesso. Come mangiamo. Quando caghiamo. Gli stronzi sono informati su tutto.
Quando ci alziamo la mattina sai qual è la prima che ti dicono in questo paese? No? L’audience.
E che ci fanno gli stronzi con l’audience? Che ci fanno, che ci fanno. Ripetevo io. Fanno i calcoli. Mentono. Ci parlano sopra. Vivono di rendita.
Stiamo male e incerti anche senza guerra. Questo penso. Penso anche molto peggio. Penso anche tante altre cose, ma non le dico.
Perché? Mi aveva chiesto lui.
Primo: per non preoccupare mia madre. Morirebbe all’istante, se mi pronunciassi. Avrebbe paura che potessi combinare qualche guaio. Mi presenterebbe un altro dei suoi amici strizzacervello. Forse si spaventerebbe soltanto. Diceva lui.
Non cambia. Mi rompe solo il fatto che mia madre sappia come sono fatto dentro. Secondo: perché non sono abbastanza coraggioso. Dici? A me sembri uno in gamba. Parli bene quando parli del tuo paese. Ci dai dentro. Io non ho più un paese. Non è che non ci stavano gli stronzi contro i quali volevo combattere. Non so come spiegartelo. Mi pareva tutto una gran bugia.
Non ha niente a che fare con il mio paese. A volte mi trovo a tirare le somme con il mio paese. Sono già stufo del futuro che mi attende. Almeno questo tizio scappato dalla sua Jugoslavia qui si sente al sicuro. Lui amerà di sicuro il mio paese. Forse più di me. Lui almeno ha una storia sua da raccontare. Che cazzo ho da raccontargli io? Questo pensavo.
Avete una bella cucina. Diceva lui.
Finalmente era riuscito a fermare le mie pippe mentali. Ecco, ad esempio, pensare. I miei compagni la chiamano pippa mentale. Non si crescerà mai. Mai così. Pensavo.
Tu non ti prendi mai le uova di mattina? No. Perché tu le prendi? Sì, sempre. Non consumiamo le uova. Non faccio calcoli io. Mia madre è fissata con il colesterolo e con il cibo biologico. Per me hanno trovato dei polli da spellare.
Tua madre è una persona intelligente. Mi ha dato l’impressione che sappia il fatto suo.
Io non avevo né voglia né i nervi saldi per parlargli di mia madre. Volevo parlargli di me.
Allora scriviamo un bigliettino all’intelligente di questa casa, di comprare le uova per domani. Lo provocavo io.
Ma io non volevo offenderti. Mi diceva lui. Tu te la prendi troppo, amico mio. Se stavi dentro quella palude di guerra, almeno potevi sfogarti.
Sì, sì, dai parlami della tua guerra del cazzo. Che così ne avremo abbastanza per la colazione, per il pranzo e per la cena. La guerra è servita. Signori. Sino a qua. Io avevo detto quelle parole e volevo ritirarle all’istante. Subito. Ma non era possibile. A volte avevo la lingua che non riuscivo trattenere dietro i denti. L’avrei accorciata in quel secondo.
Con mia gran sorpresa lui non se l’era presa per niente. Anzi. Accelerava i suoi passi. Gli era tornato il sorriso. Usciamo. Mi aveva detto. Fammi vedere Roma. Io ti parlerò della nostra guerra. Vale? Mattina. Ho trovato uno straniero in cucina. Sorridente. Ha mangiato tutto quello che aveva lasciato mia madre. Lui aveva appetito. Anch’io ne avevo. Ma lui di più. Di prima mattina. Ha aperto il frigo tre volte. Per prendersi il latte. Per prendersi il formaggio. E per prendersi un bicchiere di latte di nuovo.
Vale? Lui aveva ripetuto un’altra volta. Ho trovato la mano di uno straniero porta verso di me. Il suo palmo steso somiglia a una conchiglia grande. Bianca. Gli ho dato la mia mano. I nostri palmi si sono chiusi come un’ostrica gigantesca. Bianca. La mia cucina sembra un oceano felice e fortunato. Devo ringraziare una guerra. Brutta e sporca. Che ha fatto sbarcare un amico nella mia cucina. Un naufrago che attendevo da tanto. Tutto questo pensavo.
Vale, vale. Gli avevo risposto io. E questa mattina Roma diventa nostra.
Roma. Roma Caput Mundi! Urlava quello scemo. Mi pareva matto. Ma di brutto. Come dicono i miei compagni di liceo.
Lo osservavo. Aveva qualcosa di irresistibile negli occhi. Erano aperti. Finestre spalancate che raccolgono l’azzurro delle distese dei fiori di lavanda. Sembrava che mi fissassero in continuazione. Senza sosta. Quello sguardo freddo dell’est mi si appiccicava addosso. Era un fuoco che infiammava. Primitivo. Un’occhiata che mi squagliava dentro. Assieme il soffio della guerra e la felicità di averla scampata in qualche modo. Dove mi giravo e rigiravo, coglievo quel paio di fari accesi.
Vuoi smettere di fissarmi? Gli avevo detto. Di getto.
Scusa. Non fissavo proprio nulla. Sinceramente mi ero distratto. Aveva una voce spezzata. Un tronco fradicio che tirava appresso la sua marcia guerra.
Volevo vergognarmi. Per l’ennesima volta.
Pensavo a questa nostra passeggiata romana. Diceva lui. Mi sento fortunato. Tutto qua. Voglio dire grazie a tutti. Anche a quelli che non conosco.
Volevo vergognarmi di nuovo. Per l’ennesima volta.
Quegli occhi continuavano a puntarmi. A seguirmi. Con le pupille ingrandite. Come ombrelli aperti. Era come quando la professoressa d’arte ci portò nel museo di Villa Borghese. C’erano dei dipinti. Autoritratti con gli stessi sguardi sbarrati. Uguali allo sguardo di quel tizio che avevo di fronte. Allora la professoressa ci mise tutti in fila indiana. Passammo di nuovo davanti all’autoritratto. E vedemmo quegli occhi che ci seguivano durante tutto il percorso. Continuarono a pedinarci. Ieri. Continua a pedinarmi questa sbirciata sfuggita alla guerra. Oggi.
Penso parecchio a quelli che ho lasciato dietro di me. Mi diceva lui. È buffo. Dovrei essere contento. Invece penso a loro. Oggi più di ieri. Scusami. Per te sicuramente sono un peso.
All’improvviso non sentivo più il suo sguardo addosso. Non mi sentivo più spiato. Sentivo solo le sue parole.
Poi dicevo. Roma. Pensa a Roma. Punto e a capo. Non è male. Dai. Sono contento di poterti essere utile. E non è retorica. Vorrei farti conoscere i miei amici. Domani. Magari. Che ne dici?
Mi piacerebbe conoscere Roma. Come la conosci tu. Diceva lui.
Non mi aveva detto nulla per i miei amici. Proprio un furetto. Fuggiva in continuazione. Furbo. Amico mio di guerra. La tua guerra del cazzo. Che più del cazzo non si può.
Comunista, pensi qualcosa di male? Confessa. Mi stuzzicava lui. Ma sei intrippato. Rispondevo io. E smetti di chiamarmi comunista, altrimenti… Altrimenti? Ti lascio qui per strada da solo. Così tornerai a casa da solo. Stronzetto.
Fai come ti pare. Rispondeva lui. Tu spari su di me. Sulla gente che ho lasciato dietro. Ti faccio pena? Pensavo che volessi farti una passeggiata. Per marinare la scuola.
Aveva la voce alzata. Ma i suoi occhi continuavano a sorridere. Questo mi mandava in manicomio. Il suo sguardo. Lui. La situazione. Tutta colpa di mia madre. La sua megalomania di fare la pace dappertutto. Tappezzerebbe tutta la nostra casa con le bandiere della pace. Mettiamo il fatto che fosse il contrario. Che magari fosse questo tizio a prendersi la briga di occuparsi di me. Col cazzo. Ecco. Noi italiani siamo fessi in questo. Siamo troppo buoni dico io. Pensavo.
Te la prendi troppo. Amico mio. Sai come si dice da noi? Ohladi. Oladi? No, scemo ohladi con l’acca.
Stiamo in Italia e l’acca non si pronuncia. Senti Majakovski, lo so che sono sul tuo terreno. Non me lo devi ricordare a ogni angolo di strada che passiamo. Non sono cieco. Vedo. Da noi si dice così. A volte si tiene anche la lingua dietro i denti. Adesso siamo ancora piccoli, possiamo sparare le parole come cazzo ci pare.
Forse tu sei piccolo. Di cervello. Soprattutto. Dicevo io. Poi continuavo. Cosa vuol dire oladi con l’acca? Professore.
Raffredda. Rinfresca. Stai calmo. Ecco. Vuol dire tutte queste cose. Quando ti viene il sangue alla testa. Come venne a me quando vidi mia madre sventrata e crepata come un piccione per strada. Che sopra gli passavano le ruote della macchina per ore e ore. Nessuno la spostava. Dissi a me stesso. Ohladi.
Hai ragione. Amico mio. La guerra è una montagna di merda. Di più. Dico io. E soltanto questo che ti posso dire adesso.
Basta e avanza. Mi diceva lui.
Mi stava sempre più simpatico. Quando guardi una persona e ti pare che ti possa insegnare un sacco di cose. Ecco. Così mi pareva quel tale raccomandato da quella sciagurata di mia madre.
Portami al Ponte dei Sospiri. Mi aveva detto lui all’improvviso. Sì, come no. Avevo risposto io. Aggiungo anche un giro in gondola. Laviamo i piedi nel Tevere.
Ogni città ha il suo Ponte dei Sospiri. Mi aveva detto lui convinto. E io lo ascoltavo. Attento. Come un gatto affamato.
Sai questo mi venne in mente durante il mio viaggio per Roma. Continuava lui con la sua storia.
Mi sa che solo lui ha da raccontare qualcosa. Per adesso. E lo sta raccontando così bene. Ma tutti quelli che sbarcano dopo il naufragio della guerra fanno battute così? Questo mi domandavo io. Sarò scemo?
Durante il viaggio ebbi in mente solo una cosa. Una stupida cosa. Che mi fece compagnia durante tutto il viaggio. Manco una volta mi venne in mente mia madre schiacciata dentro il cortile.
Io l’avevo lasciato stare. Avevo deciso di non fargli troppe domande. Se no mi beccavo quel: comunista! Lo pronunciava così bene. Comunista. Sugli attenti. Con disprezzo. Quando una parola ti sta stretta stretta. La sputi quasi. Diventa un insulto. Come uno sfottò allo stadio. Che vale più di qualsiasi offesa. Le mie solite pippe mentali. Discontinue.
Ci devo pensare molto. Gli avevo detto io. Cosa? Chiedeva lui. A farti le domande. Continuavo io. A volte mi racconti di cose mostruose. Non sono bravo a immaginare. Non ti serve nessuna fantasia. Amico. Tutto buttato così. All’improvviso. Come un gran disordine dentro la cameretta. Sai. Entrano nella tua casa degli sconosciuti e ti mollano un enorme subbuglio. Un caos. Capisci? Così lui aveva finito di parlare.
Capisco. Ma in ogni caso mi viene difficile di farti domande a sproposito. Io non ci trovo divertimento manco alla Play e ai suoi giochi violenti. Però. Sai che ti dico? Al finale adesso ho afferrato il concetto. La guerra è una montagna di merda. Avevo detto io.
Piacere. Strizza lui. Ohladi. Sono io che dovrei essere incazzato con il mondo. Intero. Ti parlavo di una cosa importante. Amico mio. Una cosa predestinata. Incredibile. Succede così. Quando ti trovi pieno di merda sino al collo pensi alle cose belle. Alle cose belle.
Tipo? Gli avevo chiesto io.
E lui mi rispondeva. In un caos terribile ti senti buttato lì. In disparte. E cosa stai a pensare? All’ultima bellezza che avresti potuto catturare in quel momento. Pessimo. Pensi a un sogno. Io pensai al Ponte dei Sospiri. Ogni mia sbirciata mi sembrava l’ultima. Quella gelida mattina. L’amico di tua madre era venuto a prendermi. Io avevo voglia di salutare la mia città. Glielo chiesi. Come si chiede a una persona cara. Di portarmi a vedere la mia città. Per l’ultima volta. Dobbiamo partire subito. Mi rispose lo sconosciuto. È pericoloso. Ma molto. Qualcuno che guidava l’automobile che ci stava portando fuori dalla città gli fece un segno con la mano. Tipo che sono matto. Capitava tutti i giorni che sparavano come caproni impazziti addosso alle persone. Le schegge matte. Le teste matte. Le teste di cazzo. Lo sconosciuto fu più gentile. Mi allungò la mano e una bottiglia. Era buio. La bottiglia puzzava. Era grappa. Cazzo, lì mancava il pane, mancavano gli assorbenti. Ma la grappa te la tiravano da qualsiasi parte. Come l’acqua santa. Incredibile. Quando comincia la guerra la gente dice che servono solo due cose: il pane e gli assorbenti. Te lo giuro. Se dopo un mese chiedi cosa manca ti dicono: il pane e gli assorbenti. La grappa. Puzza. Dissi io. Come puzza? Disse l’autista grasso e scorbutico. Sei musulmano? Non bevi? Mi chiese lo sconosciuto. Qui tutti i musulmani prendono la ciucca e fanno la grappa dentro la casa del nonno. Io non bevo perché sono piccolo. Ma guardalo, adesso è pure piccolo. Disse di nuovo il grasso scorbutico. L’autista. Sono piccolo, sono piccolo. Continuai io e cominciò quasi a piacermi che gli stavo sul cazzo. Allora lo sconosciuto si ricordò della mia richiesta. Mi chiese con bontà. Per me era gentile solo perché aveva saputo della fine che aveva fatto mia madre. Noi tre dentro quella macchina nel buio. Come una sciagurata ciurma. Non mi andava di morire durante quel viaggio. Per nessuna ragione. Allora dove volevi andare per salutare la tua città? Mi chiese lo sconosciuto. Straniero e cortese. Un italiano gentile. Una persona per bene. Quando se ne andò mi sono domandato tante volte chi gliel’avesse fatto fare di occuparsi di me. Ma sarebbe stato maleducato a una persona così chiedere quelle cose. Ma molto maleducato. Una volta tanto decisi di tenere chiusa la bocca. Volevo andare al mio Ponte dei Sospiri. Ogni città ha il suo Ponte dei Sospiri. La parte della città che senti solo tua. Un angolo ritagliato. Che porti tatuato sempre con te. Anche se ti senti uno straccio. Anche dimesso. Non si cancella mai quel Ponte dei Sospiri. Lo sconosciuto mi ascoltava. Anche il grasso scorbutico autista mi ascoltava. E io parlai della bellezza del mio Ponte. Pensavo che anche tu a Roma avessi un tuo Ponte dei Sospiri. Mi hai lasciato parlare. Perché? Mi aveva chiesto alla fine lui.
Mi piace ascoltarti. Avevo risposto io. Quando parli così mi sembri un guerriero coraggioso. Lui aveva accennato un sorriso. I complimenti lo incantavano. Si vedeva. Mi sa che si piaceva. In questo ci assomigliavamo quasi. Proprio come dei fratelli.
Sì. Parlavo io. Con sicurezza. Vorrei farti vedere il Ponte dei Sospiri. Il mio.
Finalmente. Che aspettiamo.
L’avevo portato dentro un campo di calcio. Quello era il mio Ponte dei Sospiri.
La guerra è come l’aborto. Diceva lui. Un brutto ricordo che ti rimane attaccato addosso. Continuava. Io non pensavo più alla sua guerra. Lo guardavo. Era solamente un ragazzo che tirava il pallone. Meglio di me. Confesso.
Domani veniamo a giocare di nuovo. Mi aveva chiesto.
Ma certo. Quando vuoi. Avevo risposto.
Tutte le bellezze di Roma erano finite dentro quel campo di calcio. Il mio Ponte dei Sospiri. Per noi due tutte le guerre erano finite là. Tirate a calci. Scalciate. Senza sosta.

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Anno 3, Numero 14
December 2006

 

 

 

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