El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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anonima

chika unigwe

Camminare mi anestetizza. Cammino. Cammino fin quando non ho più la sensazione di avere dentro la testa una mongolfiera sul punto di esplodere. Dai ristoranti intorno alla piazza centrale mi arriva l’odore di spezie, ortaggi, mitili. Sento l’odore del cioccolato e delle cialde del Belgio; prendono il posto dell’odore del sesso nelle mie narici. Ma non spazzano via i pensieri. Nella mia mente si susseguono immagini, in tumulto, una sopra l’altra. La terra sotto i piedi ondeggia e ruota e comincia a risucchiarmi. Un riflusso riporta in gola il croissant e il caffè della colazione del mattino, quasi li rigurgito. Mi gira la testa. Mi appoggio a un lampione e chiudo gli occhi. Il palo freddo contro la testa mi calma. Faccio qualche respiro profondo. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque.

L’impazzimento svanisce e riaffiora un ricordo insistente.

***

È un sabato mattina, all’Aeroporto Nazionale di Bruxelles. Ero appena scesa dall’aereo proveniente dalla Nigeria. Ancheggiando come una modella, coi sogni nella borsa nera fiondata sulla spalla sinistra, mi dirigo verso il banco immigrazione alla mia sinistra: quello con la fila più lenta di gente perlopiù nera che tiene stretto in una mano il passaporto e con l’altra trascina un pesante bagaglio a mano.

“Nome?” L’agente dell’immigrazione sembra annoiato. È la solita litania che recita per la pagnotta.
“Mary Eze.”
“Indirizzo?” Mi lancia un’occhiata mentre scorre le pagine fino a quella con il visto.
“Baarlestraat 101, Beerse.” L’indirizzo è facile da ricordare.
Dice qualcosa in olandese.
“Non parlo fiammingo. Mi spiace.” Sorrido e sistemo dietro l’orecchio una treccina scomposta.
Odio Mary Eze che ha messo sul passaporto una foto con le treccine. Detesto portare le treccine. I miei capelli li preferisco semplicemente stirati con la permanente.
“Francese? Parlez vous Française? You speak French?” Questa volta il tono è autoritario.
“No.”
“Quanto. Tempo. Vivi. Qui?” Le parole gli escono lente e ponderate. Gli occhi sono fissi sulla mia faccia.
“Sei anni,” sussurro, accorgendomi che mi si stanno inumidendo le palme delle mani.
“Prego. Stai. Qui. A lato.” Mi fa cenno di spostarmi dalla fila, per potersi occupare del prossimo in coda. Il mio passaporto giace aperto sul banco. Mi viene in mente la ragazza nigeriana, Amina, soffocata sull’aereo dai gendarmes, gli uomini della polizia belga che la riportavano in Nigeria dopo che la sua richiesta di asilo era stata respinta. Mi si forma un giro di sudore attorno al collo; lo asciugo.

Mentre aspetto, mi torna in mente Kunle che mi rassicura che i bianchi non distinguono una donna nera dall’altra, che ero al sicuro con il passaporto che mi aveva procurato. “Sista, nesuno va farti domande. Gli oyibo guaaderanno solo la faccia, guaadano te, pasano avanti. Benvenuta in Belgio!” Si era messo a ridere quando gli avevo chiesto come avrei convinto le autorità che ero Mary Eze. Sposata a un belga. In Belgio così a lungo senza saper parlare la lingua del posto.

Sposto la borsa sulla spalla destra e mi sbottono il giubbotto di jeans. Sento il bisogno di allentare i lacci delle scarpe da tennis.

Non volevo venire qui. Volevo andare in America. “The land of the Brave and the Free.” Così la chiamava Ikem. Diceva che in America uno diventa ricco semplicemente pulendo il sedere agli anziani. E che uno poteva lanciare un’offesa al presidente e poi andarsene libero. “Non come qui da noi, man” aveva detto. “Di' a Obasanjo in faccia che è fuori di cocomero e ti ritrovi per il resto dei tuoi giorni nel carcere di massima sicurezza di Kirikiri, a mangiare nient’altro che acqua e pane secco. “Questo è un paese schifoso, man. Merda!”

Io e Ikem c’eravamo incontrati un venerdì sera al Tastee di Opebi. Mi stavo concentrando sulla torta di pollo che avevo ordinato quando un uomo mi chiese se poteva sedersi al mio tavolo. Quasi scoppiai a ridere; gli uomini di Lagos non hanno bisogno del permesso di nessuno per sedersi dove gli pare. Gli diedi un’occhiata furtiva mentre si sedeva. A parte la vita lunga che lo faceva sembrare la sagoma eziolata di un uomo molto più alto, il suo aspetto non era affatto spiacevole. Aveva ordinato del riso jollof.
“Buona scelta,” dissi.
“Davvero?” sorrise e fu allora che notai le sue fossette, il mio tallone di Achille. Disse che viveva negli States ed era appena tornato a casa in vacanza.

Parlammo di Lagos: le frequenti interruzioni dell’elettricità e il suo caldo insopportabile. Restammo al tavolo a lungo dopo aver finito di mangiare. Il giorno dopo andammo al nuovo night di Ikoyi, il Cozmic.

Poi cominciammo a vederci tutti i giorni, curiosando l’uno nella vita dell’altro. Mi disse della sua casa ad Atlanta, con quattro stanze e il giardino. Mi disse del suo grande televisore al plasma, più grande di quelli che avevo visto al Mega Plaza. “Occupa una parete della stanza della TV, man!” I suoi racconti alimentavano la mia sete di una vita migliore, lontano dalla polvere di Lagos. Dalle zanzare impietose, dall’odore di morte e decomposizione che impregnava il monolocale stile guardami che ti guardo di mio padre, dove ancora vivevo, gomito a gomito con ratti e scarafaggi. Tre anni dopo la laurea, ancora non ero riuscita a trovare un lavoro, perché mio padre non conosceva nessuno che conoscesse qualcuno abbastanza influente da trovarmi un lavoro.

Ikem era la risposta alle mie preghiere. Un uomo che amavo e che mi avrebbe tirata fuori dal solco nel quale la mia vita stava scivolando. Avremmo avuto tre bambini: due maschi con le fossette del padre, abbastanza profonde da raccogliere acqua, e una bambina che sarebbe stata me stessa in versione miniatura. Avevamo già deciso i nomi. Persino scelto le scuole dove sarebbero andati. Ma poi comparve Chinyere. Chinyere con le caviglie massicce e le dita dei piedi divaricate che la facevano sembrare un elefante con i piedi di una papera.

Un amico comune mi aveva detto che Ikem le aveva chiesto di sposarla. Quando lo affrontai a casa sua, disse che non c’era niente di personale, ma “uno deve essere pratico, man. Nemmeno mi piace dormire con Chinyere, ma lei è un’infermiera. E le infermiere vanno forte in America, man.”

Mi guardai attorno e notai la foto incorniciata. La presi e gliela lanciai in faccia; lo mancai e il portafoto si schiantò sulla parete blu alle sue spalle, fracassandosi e finendo per terra.

“Farò tre lavori. Farò le pulizie. Pulirò a fondo. Pulirò il sedere di qualche ottantenne. Qualcosa troverò. Perdio, ho una laurea!” gridai.

“Piccola,” disse, il tono era divertito, “una laurea in linguistica non ti assicura un lavoro ben pagato negli States, man. Cerca di capire, piccola. Lì dagli Yankee la vita è dura, man, e se stai con un’infermiera che lavora, la vita è più semplice. Sarai sempre nel mio cuore. Ti amerò per sempre.” Mi appoggiò l’ampia palma sulle spalle. La scrollai via.
“Figlio di puttana assetato di denaro!” gli urlai, maledicendo lui e i figli che gli sarebbero nati. Avrebbero avuto le caviglie grosse della madre e avrebbero arrancato su tre zampe. Gridai fino a che il naso mi si intoppò di muco. “Ce la farò ad andare in America,” gli giurai pulendomi il moccio col dorso della mano. Volevo a tutti i costi fare in modo che diventasse realtà.

Tre settimane dopo, ero in Randle Avenue per incontrare Kunle, un uomo con il quale mi aveva messo in contatto una ex-compagna di scuola, Ngozi. Diceva che era uno dei pochi a Lagos che avrebbe potuto procurarmi un visto per l’America tramite i traffici clandestini di Surulere.

Ngozi, con la sua laurea in Microbiologia, lavorava per Kunle a percentuale. Per ogni cliente che gli procurava, prendeva il dieci per cento. “La paga è buona, non posso lamentarmi,” aveva sospirato quando le avevo chiesto se non volesse lasciare il paese. “Ho cercato un lavoro per un anno intero. Ringrazio Dio di aver finalmente trovato questo. Ci pago la scuola per i miei fratelli e ho qualcosa da mettermi addosso. Quelli che vogliono andarsene, che partano. Io me ne resto qui oo,” concluse.

In Nigeria non potevo certo restarci. Dovevo andare in America, fare soldi a palate e costruire una casa decente per i miei genitori. Una casa dove non avrebbero dovuto condividere il bagno con altre cinque famiglie. E mia madre avrebbe avuto il controllo di una cucina sua, invece di preoccuparsi tutti i giorni che una delle altre donne che usavano la cucina comune potesse aver rubato dell’olio di palma o fregato del sale. Non mi importava quanto avrei dovuto lavorare per riuscirci. “Io voglio proprio provarci. Sono stufa di questo posto,” le dissi. “Ike aguwugo m.

“Un visto per l’America costa 500 mila Naira.” Disse Kunle, raschiandosi un dente con un frammento di nettadenti.

“Non ho mezzo milione di naira, signore”, dissi. Mi venne fuori una voce stridula. Come il verso di un pupazzetto di gomma. Percepivo il silenzio della stanza chiusa, un silenzio interrotto soltanto dal ronzio del condizionatore alle spalle dell’uomo allampanato che ondeggiava su una sedia girevole. Per me cinquecentomila naira erano un cifra impensabile. Non ci sarei riuscita nemmeno in sogno a mettere le mani su una simile somma.

Fece un giro di 360 gradi sulla sedia e allontanò il bastoncino dalla bocca. Lo depose sul tavolo e strinse le mani come uno che sta pregando. Poggiando il mento sulla punta delle dita, ruggì: “Estero non è solo America, sai.” Ostentando nel sorridere un dente d’oro che scintillava come una promessa, continuò. “Ci sono altri posti, sai.”
“Per esempio quali? Londra?” chiesi.
“No. No. Non Londra. Quella è strada chiusa. Lì i tipi del’imigrazione hanno mangiato la folia. Spagna. Belgio. Italia. Questi posso averteli per 200.000. Tutti voliono andare l’America. Ma puoi fare soldi per tutto al’estero. Tutto è melio di questo paese abandonato.” Riprese la scheggia e cominciò a stuzzicare un dente inferiore per allontanare qualcosa.

Della Spagna non sapevo niente. In Italia c’era la mafia. E tutte le auto di seconda mano che congestionavano le strade di Lagos venivano dal Belgio. Questo lo rendeva più attraente degli altri. Ai miei occhi rendeva in qualche modo familiare e assodata l’idea che dovesse essere un paese ricco.

Torno alla realtà quando un ufficiale mi dà un colpetto sulla spalla. “Mi segua, signora.”
Ha la stazza dell’uomo Michelin della pubblicità in TV: la testa piccola, il tronco abbondante e le gambe molto secche. I rotoli attorno alla pancia non tremolano quando cammina; ha una pancia di ferro.

Entra in una piccola stanza dove ci sono tre tavoli, un PC fisso su ciascuno e un apparecchio per i fax. Alle scrivanie ci sono due uomini con la divisa da poliziotti. Mi conduce alla scrivania vicina all’altra porta e mi fa sedere di fronte a sé.
“Allora, qual è il suo nome?” chiede, la faccia inespressiva come una mattonella.
“Mary Eze.”
Apre un cassetto e ne estrae una lente d’ingrandimento.
“Il vero nome?” chiede di nuovo, tenendo aperto il passaporto; lo avvicina alla faccia, con l’occhio sinistro chiuso, usando l’altro per sbirciare con la lente d’ingrandimento, borbottando nel frattempo “Il vero nome?”
“È questo il mio vero nome.” Risposi torcendo i braccialetti di rame al polso sinistro.
Fa un sospiro e lascia andare il passaporto e la lente sulla scrivania. Allunga un braccio tozzo per prendere il termos e la tazza in fondo al tavolo. Lo guardo versarsi il caffè e richiudere la mano destra attorno alla tazza. Le mani sembrano quelle di un bambino ben pasciuto; solcate alla base. Beve un sorso.
“Glielo chiedo di nuovo. Qual è il suo vero nome”
“Mary Eze,” ripeto aprendo a mala pena la bocca per la paura che se lo facessi mi metterei di sicuro a piangere.
“Dovrò controllarle il bagaglio, signora,” dice sollevandosi dalla sedia. La mia valigia è lì accanto a me. Gli altri due poliziotti, uno con i capelli del colore del sole all’alba e l’altro con una chioma castana alla paggetto, hanno già gli occhi sulla mia valigia.

L’uomo Michelin si infila un guanto, apre la valigia e rovista con la mano inguantata. So che non ci troverà niente di compromettente; Kunle mi aveva avvisata di non portare alcun documento che potesse rivelare la mia vera identità. Però la stretta alle caviglie peggiora. Solleva un paio di culotte rosse e le sventola sopra la testa, i tre ridono.

Quindici minuti più tardi, l’uomo Michelin ha controllato sia la mia borsetta che la valigia. Ha svuotato il portacipria; il mio eyeliner, con la punta rotta, e il rossetto della Revlon sono sparsi sul pavimento. Stira fogli di carta spiegazzati. Li vaglia uno per uno come se stesse facendo un’operazione chirurgica, ma non gli hanno rivelato niente.

“Qual è il suo numero di telefono?” Il suo inglese è migliore di quello dell’agente dell’immigrazione.

Deglutii. Non lo sapevo. Di questo Kunle non aveva mai parlato.

“Signora, questo è un passaporto rubato e noi dovremo incriminarla.” La sua voce è fredda come una lama. “Adesso le prenderemo le impronte digitali e poi devo raccomandarle di dirmi qual è il suo vero nome e come ha trovato questo passaporto.” Qualcuno si avvicina alla porta e dice rapidamente qualcosa in olandese e Capelli alla paggetto esce. L’uomo Michelen batte a macchina un documento e mi prende le impronte. “La tratterremo qui fino a quando non ci diranno qualcosa dal Ministero degli Esteri. Adesso è l’ora della mia pausa.” Quando arriva alla porta si ferma e dice “Quel che ha fatto, signora, è molto grave. Molto grave.” Poi la porta si chiude alle sue spalle con un clac.

L’agente con i capelli del colore del sole all’alba si alza dalla sedia, si avvicina e resta in piedi accanto a me. Mi accorgo solo allora che deve essere il più alto dei tre. Ha anche degli occhi blu di plastica, come quelli di una bambola.
“Sono Carl,” mi dice.
Non rispondo.
“Sei molto bella. Bella. Essere reginetta di bellezza nel tuo paese?” Quando parla marca le “r”.

Silenzio. La stanza sembra chiudersi su di me, le pareti si avvicinano schiacciandomi come in un sandwich.
Si avvicina e si accovaccia, così che le sue labbra siano vicine alle mie orecchie. Dalla sua bocca esala un lezzo di aglio.

“Hai presente Günter, il mio collega, sì?” Fa apparire ogni frase una domanda. “Günter lui razista. Non piace donne nere, no? Ma io, non m’importa. Io non razista. Sì?” Mi mordo la guancia. Fa male. Grugnisce, il suo fiato caldo contro il mio orecchio, “Ho bisogno solo di venti minuti. Venti minuti e puoi uscire di qui,” dice avvicinandomi a sé con un solo movimento agile e spingendomi contro il tavolo. “Se Gunter tornare, sei nei guai, no? Guai grossi.” Allarga le mani per mostrarmi l’ampiezza dei guai che ha in mente.
“Venti minuti e sei fuori, no?” ansima. Mi sta alle spalle, i pantaloni giù alle caviglie. Immagino di essere volata via e di starmene sul soffitto, sospesa; a guardare quest’uomo con gli occhi azzurri e una donna africana. Sento il suo sesso duro contro le natiche. Con le mani racchiude i miei seni e geme mentre viene.
“aah, ooh, mijn negertje. Beautiful. Beautiful.”
Soddisfatto, si riabbottona e strappa i fogli con le mie impronte.
“Vai. Va’ prima che gli altri tornino. Io, non razista. Neri o bianchi, siamo uguali, no? Come la mousse al cioccolato e la mousse alla vaniglia. Di-ver-zi, ma lo stesso, no?” con gentilezza mi sospinge verso l’uscita, con gli occhi azzurri che gli brillano.

Anche se ho male tra le gambe e le ghiandole lacrimali gonfie, lo ringrazio.

***

Il lampione contro la fronte non è più fresco e ha cominciato a cadere una pioggerella di neve. Come se qualcuno spargesse del sale da una grande saliera. Anversa è graziosissima quando è coperta di neve. Un biancore intatto che cela le cacche di cane e le cicche di sigaretta che tappezzano specialmente lo Schippersquartier, dove vivo. Casa mia non è troppo distante dalla piazza del Grote Markt e dalla Cattedrale e dai negozi di souvenir e dall’orda di turisti che li affollano.
Cammino dietro una coppia di giapponesi che si tengono per mano e fanno risatine. Sono giovani, probabilmente meno di vent’anni. Hanno il passo sicuro di chi è innamorato. Mi fanno male le caviglie, negli stivali con il tacco alto. Le sento come se attorno ci fossero delle cavigliere d’avorio, odu, quelle che portano le donne di Onitsha quando il marito riceve il nuovo titolo. Cavigliere pesanti come una colpa. Il mio stomaco ruglia come il treno merci che portava il carbone da Enugu a Kanfanchan. Li seguo in un ristorante e siedo a un tavolo apparecchiato di bianco, proprio accanto al loro. Se li ascolto con impegno, riesco a sentirne la conversazione. Però parlano più che altro nella loro lingua. Più tardi ascolto i loro oh e ah per il cibo che stanno mangiando, mentre raggiungono l’apice del loro orgasmo culinario. Sembrano appagati. Sazi di vita. Sazi d’amore. Io sono una che vende il proprio corpo di giorno. Una che vende il proprio corpo di notte. Però, non posso comprare quel tipo d’amore. Il pensiero mi deprime. Esco e sono inghiottita nell’anonimato della città.

Traduzione dall’inglese di Giovanna Zùnica

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Anno 3, Numero 13
September 2006

 

 

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