Malika Mokeddem è nata in Algeria da una famiglia di origini nomadi. Dopo un’infanzia passata nel suo paese natale in guerra per l’indipendenza, ha studiato medicina in patria e poi in Francia, a Montpellier. Solo allora ha cominciato a scrivere e a pubblicare romanzi in lingua francese, ispirata dalla figura della nonna cui era molto legata. In Italia sono pubblicati Gente in cammino (Firenze, Giunti, 1994 e 2005) e Storia di sogni e di assassini (Firenze, Giunti, 1997) due romanzi di ispirazione autobiografica. Mentre il primo racconta le vicende familiari di una ragazza che, all’epoca della guerra d’Algeria, sogna di diventare medico, Storia di sogni e di assassini si sofferma sulla storia di un’algerina che decide di emigrare. Malika Mokeddem non ha mai abbandonato completamente la professione di nefrologa, ma oggi la scrittura costituisce la sua attività principale. In questa intervista, che si è svolta a Bologna il 4 aprile 2006, la scrittrice illustra i sottili legami tra la sua concezione dello scrivere e le sue origini nomadi.
Pensa che qualcosa dello “spirito nomade” sia restato nella sua scrittura?
Certo, qualcosa è rimasto nella mia scrittura e anche nella mia vita. Mia nonna era una poetessa e una cantastorie ben inserita nella tradizione orale. Grazie a lei, la mia infanzia è stata in un certo senso esaltante, sebbene mia madre rappresentasse per me tutto ciò che io non volevo essere. Mia madre non rivestiva nessun interesse per me e mia nonna, perché era occupata, in ogni senso: aveva le mani occupate, il ventre sempre occupato dalle gravidanze, ed era anche occupata, colonizzata, come lo era l’Algeria. Così io e mia nonna comunicavamo nonostante mia madre; il nostro dialogo la evitava.
Mia nonna mi ha dato tutto l’affetto che mia madre non ha saputo o potuto darmi, ed è grazie a lei che, malgrado tutte le difficoltà che ho affrontato, sono riuscita a restare lucida. Aveva una parola incantatrice e affascinante. Da piccola ne ero soggiogata e non riuscivo a capire perché. Mi ero resa conto precocemente di come le ingiustizie e il razzismo del mio paese in guerra avessero luogo già all’interno della mia famiglia. La più forte di queste discriminazioni era certamente la differenza che si faceva tra maschi e femmine. Naturalmente i racconti di mia nonna che parlavano della mitologia nomade sono stati i primi viaggi della mia vita, viaggi che effettuavo, immobile, per andare verso la sua cultura ormai scomparsa. Ma i momenti in cui apprezzavo di più le sue parole erano quelli in cui diventavano sferzanti, i momenti in cui la parola rimetteva in discussione l’ordine costituito.
Ho capito molto più tardi che la forza della sua parola derivava appunto dal disturbo che arrecava, e penso che i suoi racconti mi colpissero tanto perché anche lei era una donna in esilio come me. Infatti mia nonna era una nomade degli altipiani che è stata obbligata alla sedentarietà, esiliata dalla sua cultura. Si era resa conto che con lei sparivano la memoria e la vita nomade, di cui era l’ultima rappresentante. La bella frase di Amadu Hampaté Bâ secondo la quale un vecchio che muore, è una biblioteca che brucia, è davvero calzante nel suo caso.
Ci può dare un esempio di questo tipo di eloquenza che l’ha ispirata?
Il razzismo nei confronti dei neri è fortissimo nel Maghreb. Una volta mia madre ha fatto un’osservazione sui neri chiamandoli 'abd, “schiavi”. Mia nonna si arrabbiò, la prese e le disse: “Sono stanca della tua idiozia. Se non ti piace il nero, toglitelo dagli occhi”. A me invece fece notare che se io e i miei fratelli avevamo i capelli crespi, era certamente perché, in passato, uno dei nostri antenati nomadi doveva essere nato da una delle schiave nere che servivano la famiglia. “Non dimenticarlo mai”, mi diceva.
Questa forza mi ha ispirata, e con i miei primi scritti ho voluto esprimere la voce di mia nonna, ritrovarmi in lei. Anche se mi trovavo a migliaia di chilometri da lei, ho voluto prestarle la mia mano, infatti è lei che parla in Gente in cammino, un libro molto importante per me, perché è il primo di una trilogia autobiografica (di cui i due volumi seguenti non sono stati tradotti in italiano, ndr).
Come è passata dall’esperienza della narrazione a quella della scrittura?
Da bambina e da adolescente leggevo tantissimo anche perché avevo l’impressione che mia madre mi abbaiasse contro. Mi dava ordini continuamente, ma io mettevo sempre un libro tra lei e me. La spiavo di nascosto da dietro le pagine per vedere se si avvicinava, e se lo faceva, scappavo fuori di casa, dove non poteva seguirmi. Quando è uscito il mio romanzo Le Siècle des sauterelles (Parigi, Ramsay, 1992) che ha riscosso un grande successo, una troupe televisiva è andata a casa dei miei genitori per riprenderli e per intervistarli su di me. Mio padre aveva dato il permesso a mia madre, già vecchia, di lasciarsi riprendere e di parlare davanti alla telecamera, il che è davvero eccezionale. Quando il giornalista le chiese che effetto le faceva che fossi diventata scrittrice, mia madre sospirò e rispose: “Che cosa vuoi che ti dica, figlio mio, c’è sempre stato un libro tra lei e me! Anche quando si addormentava, c’era sempre un libro sul suo viso”.
In Scrivere, un breve testo che Margherite Duras ha pubblicato verso la fine della sua vita e che amo particolarmente, c’è un passo in cui l’autrice parla della propria adolescenza, ovvero del momento in cui ha letto di più, dicendo che leggere con quell’avidità era già scrivere. Anche io ne sono profondamente convinta. Da giovane leggevo per capire il mondo, in un corpo a corpo con la scrittura. Certe cose si iscrivevano in me, nel mio corpo e nella mia memoria attraverso i libri degli altri.
Più precisamente, cosa l’ha spinta a scrivere a sua volta?
C’è stato un momento in cui la scrittura altrui non mi bastava più, perché diceva la diversità, ma non il mio percorso. Ho aggiunto la mia voce a quella altrui innanzitutto per diventare un essere che scrive, una scrittrice tra gli scrittori che ho amato. Tuttavia, scrivere è una necessità che ho contenuto a lungo, perché avevo altre esigenze, come ad esempio la mia professione di medico e l’organizzazione di una nuova vita in Francia. Un bel giorno la scrittura si è imposta a me come un’urgenza, e da allora niente conta di più per me. Tutta la mia vita è stata interamente riorganizzata dall’arrivo della scrittura, che ne è diventata la colonna portante.
Non scrivo esclusivamente per contestare, per sovvertire, non penso di poterlo fare realmente alla mia età, non ne ho più voglia. Scrivere per me significa anche realizzare un’opera. Il mio ultimo romanzo, non ancora tradotto in italiano si intitola I miei uomini e si conclude con la frase: “la mia vita, la mia prima opera, e la scrittura, il suo alito che si esprime senza sosta”. Oggi posso affermare che scrivo per vivere.
Lei è medico. Vorrei sapere se la sua professione ha influenzato il suo rapporto con la scrittura.
L’influenza della medicina sulla mia vita e sulla mia scrittura è enorme. Innanzitutto, il fatto di essere a contatto con corpi sofferenti mi ha aiutato a guarire me stessa, a placarmi, ancor prima di cominciare a scrivere. Anche dopo, la mia professione mi ha aiutato a mantenere un certo equilibrio. Abito a Montpellier e scrivo in casa, che è anche la casa in cui ho cominciato a scrivere. Lavoro come nefrologa a Perpignan, che si trova a 170 chilometri di distanza. Ho scelto di fare un part-time particolare, con un orario che determino io, e questo mi dà una libertà inaudita. Ho deciso che non mi interessava guadagnare somme enormi. Desideravo soprattutto avere del tempo per scrivere, il che non ha prezzo.
L’amico con cui ho messo in piedi il servizio medico a Perpignan sapeva che la mia priorità era quella di scrivere, quindi per un certo periodo ha lavorato come un pazzo restando sempre di guardia da solo. Quando non ne poteva più mi ha chiesto di aiutarlo, lasciandomi libera di scegliere il numero di giorni che volevo e le condizioni che preferivo. Quindi ho deciso di lavorare una settimana al mese. All’inizio si faceva come si poteva, perché c’eravamo solo io e lui. Adesso siamo in quattro, io sono la prima a scegliere i giorni all’inizio del mese. Tuttavia, mentre gli altri fanno al massimo 24 ore di guardia consecutive, io resto di guardia fino a 4 giorni di seguito, come una kamikaze. Quando esco sono svuotata, sembro una medusa, ma il fatto di mettermi in macchina, di guidare in autostrada, mi serve per lasciare la veste di medico e tornare verso la scrittura. Ho bisogno che i miei due luoghi di lavoro siano separati. Sono nomade nella vita e nella scrittura, e questa è la mia transumanza.