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settembre

sabrina manca

Si era fatto molto tardi, quasi albeggiava, ed i riflessi delle onde s'infrangevano contro le ampie vetrate del locale. La sala era densa di fumo, calda di una notte di fine estate, umida di un settembre imminente, e quei due ballavano, ballavano e dormivano o forse sognavano, seguivano l'incedere discontinuo del pianista che ormai suonava solo per sé, canticchiando sottovoce, sospirando di quando in quando.

Lei era esile, bionda, un profilo lievemente arcigno, lui un poco più alto, magro anche, nervoso, spesso fuori tempo; si stringevano a volte più forte, altre si allontanavano un poco, come seguendo il filo di un discorso immaginario, prima più acceso, quasi un litigio ma poi arrendevole, forse una riconciliazione.

E io me stavo lì, immerso in tutto quel fumo, e pensavo che non avevo mai ballato così. D' improvviso desiderai stringere un'esile bionda e provare a seguire con lei il ritmo della musica, con la musica, il ritmo di lei.

Mi chiesi se davvero provassero ciò che immaginavo, se fossero consapevoli di quell'armonia, quella solidarietà che invidiavo loro con tanto languore. Un carillon struggente prese a suonare nella mia testa, una processione di suoni dolci, che richiamavano quasi le voci di noi bambini giù in cortile, a fare a botte e fantasticare di luoghi misteriosi.

Non sono un tipo romantico io, non so che mi prese quella sera ma raccolsi la giacca e andai via, deciso a non farmi seppellire da quella coppia di amanti, da quei suoni nostalgici, dal riverbero del mare contro le vetrate.

Respirai come dopo un'apnea, il mare stava lì di fronte, il mare, miraggio eterno e incostante, finito e infinito, come le promesse dovute e mai rispettate.

Magari salire su una nave qualsiasi, attraversando un oceano qualunque e scendere a terra, terra nuova, di altre promesse. Partire senza bagagli, con nient'altro che questo vestito intriso di sudore e fumo che avevo indosso.

Dormire di giorno cullato dal rullio incessante e dalle voci dei marinai, sbucare fuori la notte, come un clandestino, sedersi sul ponte e fumare, sognando, immaginando, pregustando il futuro, nella nuova terra.

Sentii allora per la prima volta il suono forte di una risata, portata dal vento da chissà quale quartiere di questa città di mare, una risata sfrontata, sardonica, e rabbrividii.

L'umidità mi penetrava nelle ossa ed il sole era ancora solo luce e non la scacciava via da me.

Cominciai a pensare a che mi sarebbe piaciuto essere nella nuova terra, uno con l'uniforme o uno che gioca in borsa o piuttosto uno che va in giro ad osservare...mi chiesi che faceva il magrolino dentro al locale, per meritarsi una piccola bionda che desiderasse di amarlo così, dondolandosi con lui, che non gli ridesse in faccia per la sua compita proposta - permetti questo ballo? -, che sorridesse del suo stare costantemente fuori tempo.

Mi domandai se esistesse veramente una donna che sorridesse delle debolezze del suo uomo e non si divertisse invece, a rilevarle con la precisione di un osservatorio meteorologico, che comunica le temperature medie del giorno.

La risacca portava onde sottili che minacciavano di lambire i miei piedi, le mie scarpe di vero cuoio, fatte per camminare, per limitare la fatica.

Ad un tratto mi tornò in mente la vecchia maestra, la giovane maestra di quando ero bambino e la sua squillante, allegra risata quando lesse il mio primo tema "da grande voglio fare": da grande voglio fare le scarpe, tutte le voglio fare, tagliare i pezzi e poi incollarli e mettere i chiodini e poi picchiare, picchiare forte perché a volte ti fai tanto male e loro non hanno i genitori che glielo fanno capire.

Sentii la voce di mio padre tuonare contro di me, perché non andavo bene a scuola e contro mia madre che con le sue "mossettine" ci cresceva come due debosciati, la porta sbattuta forte da mio fratello, le sue parole:-io me ne andrò di qua`, giuro che lo farò appena cresco!-, il pianto della mamma dopo la sua partenza e lo sguardo supplice che mio padre prese l'abitudine di poggiarmi addosso.

Perché poi non avrò studiato, proprio non lo so, ora penso che mi sarebbe piaciuto. Ho conosciuto Marta ad un ballo, una di quelle feste che organizzavano nelle case per combinare fidanzamenti. Allora lavoravo da poco nel negozio di mio padre che cominciava ad invecchiare:- Visto che non sei buono a studiare, almeno devi imparare a mandare avanti il negozio, mica ti posso campare per la vita, sai!-.

Non mi piaceva l'odore di quel posto, un odore intenso di varechina misto a quello ancora più pungente dei diluenti e delle tinte.

-Un negozio di ferramenta?- disse Marta. -Sì, ma non mi piace davvero, voglio fare qualcos'altro. - E che vorresti fare? -Non so, ma so che è qualcos'altro. -Non basta caro mio, bisogna avere le idee chiare se no, meglio non averne, che a volte fanno più danno che altro-.

Marta, la sua risata prima appiccicosa, ora stridula: di bambini non ne avevo mai voluti, era questa l'unica decisione che ho preso e rispettato nella mia vita. Niente bambini e le sue suppliche e le sue minacce non sono servite a farmi cambiare idea, né i pianti silenziosi di mia madre, o il disprezzo di mio padre.

Mio fratello lavora dall'altra parte del mare, dirige un salone di bellezza, -un covo di puttane e checche come lui- dice mio padre. Non viene mai a trovarci.

Io invece un giorno andai a cercarlo, passai cauto davanti alle vetrine del salone e lo scorsi lì, tutto azzimato ma mi sembrò felice e così gli sorrisi e venni via.

Ad un tratto pensai che forse era molto tardi e fra poco bisognava andare ad aprire il negozio di ferramenta. - Marta urlerà perché stanotte non sono tornato e mi accuserà d'essere stato con chissà quale puttana ma non sospetterà che stanotte, proprio stanotte, ha rischiato di non vedermi più, di perdere le mie tracce al di là di questo mare; se lo sapesse...chissà, magari soffrirebbe e pregherebbe che io tornassi e s'immaginerebbe di ballare con me e ballando, stringersi, e dondolandosi, amarmi-.

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Anno 1, Numero 5
September 2004

 

 

 

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