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solo per somiglianza

fabio ciriachi

Roma, 5 dicembre 1996

Caro papà,
intanto auguri e, come si dice in simili circostanze, cento di questi giorni.
Più che per gli auguri però, che non ti faccio da una vita, ti scrivo per ringraziarti di questo strano compleanno nel quale, alla fine, il regalo più bello non lo hai ricevuto tu, che sei il festeggiato, ma io, il più fortunato e casuale dei festeggianti. Ti sembro oscuro? Lascia che ti racconti in dettaglio cos'è successo e capirai.
Tutto è iniziato stamattina, mentre andavo al lavoro. Ero appena sceso dall'autobus a via Merulana quando ho incrociato un uomo anziano che ti somigliava. O meglio, somigliava a come saresti tu oggi se non fossi morto più di ventisette anni fa.
Sono rimasto a guardarlo a bocca aperta, preso da un'emozione talmente intensa che ho subito sentito l'impulso di seguirlo fingendo di seguire te.
La mia fantasia, intanto, era partita al galoppo. Dapprima ho immaginato che stavi tornando da una lunga assenza forzata: poteva essere un rapimento le cui trattative si erano concluse solo dopo lustri di tentativi, oppure una missione scientifica al Polo Sud incappata in glaciazioni che avevano isolato te e i tuoi colleghi dal resto del mondo.
Poi, invece, ho finto che da anni e anni vivevi per conto tuo dopo aver abbandonato me, mamma e Sandro per un'altra donna (naturalmente non avevi più voluto sapere nulla di noi).
Smetti questo gioco pericoloso, hanno esclamato allora le mie antennine tutte agitate, e so che quando le mie antennine si agitano dovrei proprio ascoltarle. Ma non l'ho fatto; o, per essere più precisi, l'ho fatto solo in parte. Nel senso che ho rinunciato a immaginare che lo sconosciuto fossi tu, e però ho continuato a seguirlo. Era più forte di me; dovevo vedere a ogni costo dove stava andando, conoscere qualcosa della sua vita, insomma, saperne di più.
Non trovi anche tu, papà, che avrei sbagliato a ignorare un invito così evidente come quello implicito nella somiglianza fisica? Non credi, cioè, che se le sembianze di due persone sono simili forse anche le loro anime possono somigliarsi?
E perché allora non riavvicinarmi a te anche se attraverso un sosia incontrato per caso? Quel poco di tua presenza che lui comunque evocava non era forse meglio del niente dell'assenza?
Domande retoriche, papà, tant'è che a Santa Maria Maggiore avevo già preso la mia bella decisione. Ho telefonato in studio per avvertire la collega pediatra che non sarei andato al lavoro (le patologie dei miei mutuati sono per lo più lievi, benigne, e un giorno di ritardo nella diagnosi non danneggerà nessuno), ho spento il cellulare e ho continuato a seguire quello sconosciuto. La sua andatura aveva il ritmo del flaneur, così anomalo rispetto alla frenesia lavorativa della strada.
Mentre camminavo verso via Cavour senza mai staccare gli occhi da lui ho sentito che stavo andando incontro a qualcosa d'importante. Quella sorta di tua resurrezione aveva aperto dentro me occhi nuovi, svegliato nuove sensibilità. Le strade di Roma, per esempio (che scoprivo con lo stupore di un turista alle prime armi), mi apparivano diverse, e di colpo, grazie a quell'incontro casuale nel giorno in cui avresti compiuto ottantasette anni, io ho ricominciato a vederti papà.
Nel grigio dei capelli e nelle palpebre calate che rendevano più esotico il tuo sguardo, nella nobiltà dei tratti che il tanto tempo trascorso accentuava ulteriormente, io ti potevo vedere.
Non come ho fatto in questi anni, pescando da ricordi sempre più consumati, ma come ti avrei visto se la vita fosse stata generosa con te e ti avesse lasciato arrivare fino a oggi.
Vuoi che ti racconti cosa sono arrivato a vedere? Allora ascoltami, chiudi gli occhi e prova a immaginare: è metà giugno, mattina presto, e tu e mamma state partendo per le vacanze. Baciandoti sulle guance appena rasate avverto che il tuo odore è rimasto lo stesso (hai notato che gli odori invecchiano senza cambiare molto?). Dopo i saluti entri in auto, aiuti mamma ad allacciare la cintura di sicurezza, inforchi gli occhiali da sole e via, verso Scauri. Come al solito tiri un po' troppo le marce e solo quando il motore rischia d'imballarsi ti ricordi di cambiare.
La Colombo, l'Eur, la Pontina circondata di fabbriche. Siete già fuori Roma, Latina è a due passi, il cielo si allarga e comincia a riflettere il mare. Gli eucalipti ai lati della Mediana catturano la tua attenzione. Li hai visti crescere anno dopo anno eppure ti accorgi solo ora della loro imponenza: ti piacciono, e lo esprimi alla solita maniera, annuendo appena.
Vi lasciate alle spalle anche Terracina. Lungo le curve della Flacca alcuni automobilisti ti rivolgono segni di disappunto per il tuo vizio di guidare in mezzo alla strada; ma tu, senza dar loro troppa importanza, ti entusiasmi per la bellezza del mare che anche stavolta ti sorprende all'uscita della galleria.
A Scauri il tempo è dolce, il caos estivo lontano. Appena fuori dall'auto, meticolosamente parcheggiata sotto casa, getti il solito sguardo in alto: l'appartamento è lì, col cornicione di malta rossastra che delinea il perimetro delle terrazze; è lì, stabile come i monti in lontananza, come il cielo sereno, come la vita.
Con gesti misurati e privi d'impazienza tu e mamma togliete le valige dall'auto e vi preparate a portarle a casa; entrambi capaci di dire e tacere, ordinare ed eseguire, comprendere e biasimare.
Dopo tanti anni assieme (quattro di fidanzamento e cinquantasette di matrimonio, più delle nozze d'oro, ti rendi conto) i difetti che una volta vi mettevano uno contro l'altra si sono amalgamati ai pregi facendo di voi una sorta di pacificata entità super partes.
Mentre verifichi la chiusura degli sportelli (non vuoi che si ripeta la terribile esperienza di quando ti hanno rubato la Seicento... Ricordi?? era parcheggiata proprio dove sei ora) il sole lampeggia sui tuoi occhiali scuri. Mamma coglie qualcosa di prezioso in te, e con un sorriso appena accennato include quell'immagine nel repertorio della sua riuscita.
È questo che lei ha sempre voluto con tutte le sue forze: costruire giorno dopo giorno le basi per un tempo vostro, solo vostro, di piccola ricchezza insperata, un tempo di voi due da soli ma insieme, così che vi fosse possibile dimostrare al mondo che anche la meno squillante delle esistenze può custodire in sé la misura di un senso.
Il cremisi di una buganvillea, che mamma percepisce con la coda dell'occhio, e il profumo improvviso di un gelsomino decorano il suo stato d'animo che somiglia molto alla tanto inseguita felicità.
Un po' in affanno per i quattro piani a piedi, infili nella serratura la chiave contrassegnata dallo scubidù rosso e giallo e la giri contando gli scatti fino a quando senti quello dell'apertura.
Ti guardi attorno nella penombra dell'interno, e dopo aver respirato quel fermo d'aria che sa di rena e sale, tu e mamma andate ciascuno a un'estremità del corridoio e aprite le porte-finestre che danno sulle terrazze.
Il sole e l'aria si riversano nella casa con la solita irruenza, agitati come cani che scodinzolano e festeggiano i padroni lungamente attesi. Dopo aver tirato fuori i vestiti dalle valige, li sistemate per bene nell'armadio, vi cambiate e andate subito alla spiaggia.
Camminate senza fretta guardandovi attorno per vedere se ciò che riconoscete vi riconosce; mamma stringendo un fascio di riviste ripiegate, tu la sacca da mare con dentro gli asciugamani grandi, i giornali e le medicine per la pressione.
Tenendovi per mano percorrete il bagnasciuga in direzione del porticciolo. Alghe, conchiglie, legni marci, lo sciabordio dell'acqua, tracce di sandali dietro i vostri passi.
Sulla destra, qualche famiglia ha preso posto attorno ai radi ombrelloni. Ora il salmastro si confonde con l'odore di trementina: al Lido Maria un bagnino ridipinge di bianco e di blu le cabine, un altro rastrella l'arenile.
Ti volti come per misurare la strada percorsa e anche mamma si ferma. Di nuovo fianco a fianco scrutate il Monte d'Oro così assorti che è come se i vostri sguardi restituissero ai suoi brulli pendii ciò che vento e mare di continuo gli sottraggono. Sulla destra, la lunga ciminiera della fornace in disuso ha ripreso a buttare fumo, e dalla direzione del vento valuti che farà bello.
Hai affidato a un abbigliamento ampio e dai toni caldi il compito di confondere i segni dell'età che su braccia e mani si sono sedimentati in tante piccole macchie scure.
Non è più come ai cinquant'anni, quando eri convinto che la versione snella e vigorosa di te, tenacemente coltivata dal tuo sguardo interiore, potesse accreditarsi come per incanto anche agli occhi degli altri.
Libero da quelle patetiche vanità, ora obbedisci a una nuova magia della vita, ora ami il tuo tempo e sei in pace con te stesso. I tormenti delle forme, di cui conservi una labile memoria, ti fanno solo sorridere.
Sulla terrazza del Lido Tirreno ordinate succhi di frutta a temperatura ambiente, e mentre aspetti il cameriere guardi le righe sottili che il sole disegna sul tavolino filtrando dal canniccio della copertura.
Tiri fuori dalla sacca la Settimana Enigmistica ma la lasci chiusa con la matita fra le pagine: altri enigmi, altri rebus danzano invisibili davanti ai tuoi occhi, incognite a lungo temute e che ora cominciano a sembrarti attraenti, misteri la cui soluzione è sospesa ed eterea come la brezza che frulla sul mare e acuisce di nuovi lampi la vivacità del tuo sguardo.
Poi il sole trova un buco nel canniccio, ti colpisce il viso e ti obbliga a chiudere gli occhi. Tutto, allora, si fa più lento e lieve e nel buio delle palpebre abbassate irrompe di colpo tanta luce...
L'altoparlante gracchia una canzonetta, tu riapri gli occhi e ti chiedi se il giovane che ricordi di essere stato e il vecchio che imprevedibilmente sei ora siano la stessa persona. Non ne sei sicuro, non trovi tra i due una continuità, e hai paura che i ricordi attribuiti a quel te lontano possano appartenere invece a qualcun altro.
Potresti chiedere spiegazioni a mamma. Lei sicuramente ti saprebbe dire se il giovane sposato nella primavera del 1939 è diventato, col tempo, il vecchio taciturno che ora le siede davanti, ma il modo in cui si porta il dito alle labbra prima di sfogliare una pagina di Grazia, forse quel tremolio impercettibile del viso di cui non ti eri mai accorto, o la pelle tesa e lucida sul dorso della sua mano ancora bella, ti fanno desistere.
Lei vive ora, si vede benissimo. A settantanove anni sta salda nel suo presente e non pensa certo alla morte, come fai spesso tu senza mai riuscire a venirne a capo.
Che mistero, papà, la certezza di dover lasciare prima o poi la terra dove la vita non si stanca di ripetersi in forme sempre diverse. Perché di questo ormai sei sicuro: anche le cose più somiglianti sono diverse: non c'è una goccia di pioggia uguale all'altra, un tramonto uguale all'altro, una nuvola con le stesse forme di una nuvola già esistita, un dolore identico a un dolore già provato; senza parlare delle impronte digitali, e del DNA di cui forse le impronte sono la firma autografa.
Non è questo però il punto, pensi con l'energia di chi sta vicino alla risposta ma ancora non la distingue. Forse l'angoscia della morte ti nasce solo dal vivere chiuso in te stesso: perché è chiaro che se "tu" sei solamente "tu", alla tua morte muori (e muore) tutto. Mentre se tu, per esempio, fossi anche quel gatto intravisto a largo Argentina, l'agave sul lungomare di Scauri, il cartello stradale con la scritta Senso Unico all'angolo tra via Balbo e la via Appia, allora alla tua morte morirebbe solo una parte di te e il resto (il gatto, l'agave, il cartello stradale) continuerebbe ad esistere.
No, non ti convince, non ce la fai proprio a diffonderti in così tante cose. Conosci bene i tuoi confini e sai di esistere solo al loro interno. "L'individuo ha i confini della persona" affermi fra te e te in tono solenne; e sai che è questa unicità irripetibile, e però mortale, a rendere la vita avvincente.
Osservi una piccola, candida nuvola che si sposta piano da una parte all'altra del cielo e, ubriaco di azzurro, che un po' si riflette anche nei tuoi occhi scuri, ti chiedi cosa muove il calore del sole tornato intanto dietro al canniccio, la pazienza del mare che sta sulla riva e non si rovescia contro le case dall'altra parte della strada, la leggerezza dell'aria che ossigena il corpo e però è così fina da non sostenerlo in volo.
Che piacere papà poter pensare ad altro e dimenticare la morte, ché tanto lei non si dimentica di noi, lo sai bene, e al momento opportuno non tarderà neanche di un minuto, e la sua puntualità renderà puntuali tutti, anche i più distratti e ritardatari; che piacere potersi perdere nei pensieri, dimenticare i crucci e le angosce solo riflettendo su altro, rimandare e rimandare l'insostenibile momento della verità.
Pensi che per oggi non nuoterete, e ora che lo sai la penombra del canniccio, così confortevole, ti sembra il posto migliore dove lasciar scorrere il tempo. Mamma, poi, non la smette di leggere. Alzando appena lo sguardo ti vede con la Settimana Enigmistica davanti e crede che anche tu abbia il tuo daffare con rebus e cruciverba.
L'altoparlante fruscia le ultime note della canzonetta poi tace. Ora puoi sentire di nuovo lo sciacquettio delle onde sul bagnasciuga. Ti piace il fresco quasi ipnotico che esala da quelle minime contrazioni del mare, ti piace riconoscere qua e là il fruscio della brezza che a tratti smuove il secco di una canna facendo schlll, schlll sopra la tua testa.
Sai papà, era così bello immaginarti a Scauri che ho rischiato di perdere il contatto con il tuo sosia il quale, nel frattempo, aveva attraversato via Cavour e risaliva piano via Depretis.
Ho accelerato l'andatura così da superarlo di una decina di metri, poi mi sono fermato vicino a un negozio, ho fatto finta di dare un'occhiata alla vetrina e mi sono voltato per guardarlo arrivare.
Visto di fronte ti somigliava ancora di più e davanti a quell'evidenza ho temuto che per una sorta di proprietà transitiva anche lui potesse riconoscermi; allora ho capito di essere impreparato a un incontro con te e, comunque, a vivere storie orientate verso colpi di scena di tale portata.
Ecco cosa fa veramente la morte: spegne la familiarità tra le persone, si mangia tutta la confidenza di cui godono i vivi e che permette loro vicinanze e contatti d'amore, abitua alla mancanza del corpo.
Sai, papà, se tu mi apparissi davanti ora non sarei capace di venirti vicino e abbracciarti, sono sicuro che ti guarderei come uno sconosciuto, tentennerei, sarei imbarazzato dalla tua fisicità.
La mia esistenza ormai viaggia su binari così tranquilli e segnati che uno scossone del genere rischierebbe di farla deragliare. Quando sei morto avevo venticinque anni, studiavo medicina, e non ero né carne né pesce. Da allora, però, sono cambiato, anche se tu non puoi sapere come. Il tempo non è scorso invano, e adesso che ho cinquantadue anni e ho acquisito non solo il diritto ma anche il dovere di voltarmi indietro e riflettere, posso dirti che le mie scelte le ho fatte con oculatezza, e grazie a questo, ora, non sono felice ma sto bene.
Ho un lavoro che mi fa vivere dignitosamente, una solitudine che mi difende dalle insopportabili sceneggiate della vita a due. Insomma, ho ottenuto quello che volevo: una vita tranquilla.
Ma torniamo al tuo sosia che intanto aveva raggiunto via Nazionale e aspettava a un incrocio col semaforo rosso. Mi sono fermato alle sue spalle rabbrividendo ad ogni folata di vento che s'infilava tra il collo e il bavero dell'impermeabile. Sarà un inverno rigido, papà, me lo sento, però non devi preoccuparti per me. Io sono come una formichina che ha fatto le provviste ed è in grado di affrontare qualunque avversità.
Il semaforo è diventato verde, il tuo sosia ha cominciato a discendere via Nazionale verso piazza Venezia e appena superato il Palazzo delle Esposizioni ha girato a destra.
Non vorrà mica infilarsi nel Traforo, mi sono detto con una certa apprensione all'idea di doverlo seguire sotto quel serbatoio assordante di gas di scarico.
Per fortuna non è stato così perché lui, anziché andare dritto per il Traforo, ha cominciato a salire la scalinata sul fianco del Palazzo delle Esposizioni.
Saliva qualche gradino, si fermava a riprendere fiato, poi ricominciava. A metà scalinata, invece di continuare verso via Piacenza, ha spinto la grande porta a vetri sulla destra ed è entrato nel bar del Palazzo delle Esposizioni.
Era quella la sua meta? L'ho seguito e mi sono seduto a un tavolo vicino al suo. Dopo aver sbirciato attorno a sé, il vecchio è andato al bancone e ne è tornato con un succo di frutta.
Siccome avevo freddo sono andato a prendere un latte macchiato bollente e mi sono riseduto stringendo il bicchiere tra le mani per scaldarle. Ma il gelo più insopportabile stava dentro e non sapevo come vincerlo. Mi dava la nausea per quanto era forte, mi rendeva inquieto. Ero lì, papà, a tenere d'occhio uno sconosciuto con le tue fattezze, e di colpo non sapevo più cosa stavo facendo, né chi stavo aspettando e perché.
Smarrito, cercavo un punto caldo e fermo che mi orientasse, ma pensando alla mia vita non vi trovavo né sole né stella polare, niente, solo una casa ad ogni ritorno più silenziosa, uno studio pieno di malati lievi e poco riconoscenti (ci vuole la vittoria sulla morte per accendere negli animi un sentimento di gratitudine), solo colleghi con i quali condividere la quotidiana formalità delle chiacchiere. E chi ancora? Mamma, che ormai s'è sposata con la sua solitudine, e Sandro, poveraccio, così preso dagli insuccessi finanziari da precludersi ogni altra possibilità.
Allora, per sfuggire al peso di quello smarrimento, mi sono immerso di nuovo nelle fantasie nate dall'incontro col tuo sosia e sono tornato a immaginarti a Scauri.
Certo, tu e mamma dovevate stare proprio bene sulla terrazza del Lido Tirreno se ancora non vi siete mossi da lì.
Dalla fornace in disuso si leva, imprevedibile, il suono della sirena, e ti rendi conto che è già mezzogiorno. Esci dal torpore dei pensieri e dici a mamma che ormai è tardi per fare la spesa e cucinare. Inoltre, la bombola del gas è finita e dovrete farvene portare a casa una nuova, e così le proponi di andare al ristorante.
Chissà se sceglierete "Il Passeggero", dove andavamo tanti anni fa, o "La Concordia", dove abbiamo cominciato ad andare quando tu già non c'eri più e quindi non puoi sapere se la sua cucina ti piace.
Sono entrambi equidistanti da dove siete ora. "La Concordia", però, è più vicina a casa, il che vuol dire che dopo mangiato avreste meno strada da percorrere a piedi.
Tu - vuoi perché ti piace tornare nei posti conosciuti, vuoi perché la prospettiva di una passeggiata digestiva non ti sembra male - proponi a mamma di andare al "Passeggero".
Lasciate il Lido Tirreno per Scauri vecchia, e dopo un po' attraversate la piazzetta dove c'era il negozio di don Fidenzio e la casa dei Merola.
Dal muro sulla sinistra svettano aranci e limoni, pendono buganvillea e campanule. Al di là del cancello noti una villetta ristrutturata che non ricordi di aver mai visto, o forse ti sembra di ricordarla ma da un'altra parte.
Quell'attimo d'incertezza, che ti spalanca davanti agli occhi i limiti della memoria, ti turba.
Continui a camminare con lo sguardo sull'asfalto solcato da crepe e pensi che la strada, almeno, non ha subito cambiamenti. Poi mamma ti ricorda che quella strada, una volta, era di terra battuta e allora scuoti la testa e accetti le tue amnesie.
Al "Passeggero" sei convinto di ritrovare Santino e rimani deluso quando scopri che non c'è. Eravate coetanei e non sai che è morto cinque anni dopo di te. Non sai nemmeno che poco dopo la sua morte la famiglia ha ceduto ad altri la gestione del ristorante, e poiché ora il povero Santino non ha la fortuna che hai tu di poter rivivere grazie alla mia fantasia, molto semplicemente lì al "Passeggero" non c'è.
Mamma è eccezionale nell'ignorare questo tuo smarrimento così da non accentuarne il peso. Legge forte il menù e ti coinvolge nel gioco delle scelte che alla fine si risolverà nella solita ordinazione. Col suo fare ironicamente ripetitivo, mamma ti distrae, scherza, mischia i tempi, ti rende di nuovo sereno. È proprio eccezionale, non c'è che dire.
Viene il cameriere e ordinate spaghetti alla pescatora, fritto di calamari e gamberi, insalata mista, mezzo litro bianco, una bottiglia di Ferrarelle.
La pasta è al dente, il fritto leggero, l'insalata ben condita, il vino fresco. Ve ne fate portare un altro mezzo litro e mamma ti tiene testa fino all'ultimo goccio. Fuma anche una sigaretta, lei, come faceva da giovane, di tanto in tanto, a Natale o in qualche altra tavolata di parenti.
Tu invece non fumi, perché dopo quel problemino al polmone, ventotto anni fa, hai smesso da un giorno all'altro, e la paura è stata così forte che il vizio non ti ha più tentato.
Guardi mamma e vai coi ricordi all'estate del '68, l'ultima della tua vita; e anche quella del viaggio in Spagna che tu e lei avete fatto da soli, in auto. Proteso verso il parabrezza, anche allora guidavi un po' troppo in mezzo alla strada, e mamma, con la carta ripiegata in mano, ti faceva da navigatore azzardando improbabili pronunce per indicarti i paesi che avreste incontrato. Vi avventuravate in quella terra per voi sconosciuta, benché vicina, come nel centro di un vostro particolare hic sunt leones.
Non ti sentivi bene al ritorno dalla Spagna; malgrado il mese di vacanza e la bottiglia di Fundador che ti eri regalato non ti sentivi affatto bene. E poi c'era quella tosse che non ti dava tregua, la debolezza, il cattivo umore.
Avevi fatto le analisi e dalle radiografie era venuta fuori una macchiolina sul polmone. Che vuoi che sia una macchiolina? Insomma, era piccola piccola, ti sarebbe bastato riguardarti, fare una curetta ricostituente e magari smettere di fumare.
Certo, avevi preso un bello spavento. E chi non si sarebbe spaventato davanti a quelle radiografie col proprio nome e cognome scritto in calce che erano come l'immagine al negativo di una condanna a morte!?
Forse è perché stai rivangando quel duro momento - e sei generoso verso te stesso come si diventa generosi verso i periodi più difficili e dolorosi della propria esistenza - che rimani sorpreso dalle brusche parole di mamma alla quale il vino deve aver fatto uno strano scherzo.
"Ancora mi fa male quella tua porcata" ti dice in tono severo, le guance pezzate di rosso, lo sguardo corrucciato, "se ci ripenso ancora mi fa male" e spegne la cicca nel piatto facendo sfrigolare la brace nell'olio dell'insalata.
Cosa le hai fatto, papà? Perché ce l'ha con te?
"Che ti ho fatto? Perché ce l'hai con me?" le chiedi con la fronte aggrottata.
"È stata una catena, ora me ne rendo conto, è cominciato tutto da lì, per colpa tua" dice lei seguendo con lo sguardo un camion che romba sull'Appia in direzione di Napoli.
"Cosa? Dove? Ma di che parli?" sbotti sottolineando a gesti l'assurdo delle sue parole.
Bravo papà, è così che si fa quando ci si vuole difendere comunque, senza sapere di cosa siamo accusati ma intuendolo soltanto (perché la coscienza sporca suggerisce che gli argomenti non mancano), si rivolgono domande incalzanti che gettino dubbi sulla credibilità dell'interlocutore, si cerca di aggredirlo e confonderlo.
"Parlo di quella volta che sei andato a stendere i panni in terrazza e invece hai steso chi so io" risponde lei senza scomporsi, forte e tranquilla come se abitasse al centro della ragione.
Impieghi molto tempo a capire di cosa parla, e quando lo capisci ti sembra di sprofondare in un baratro senza fine per quanto lontana nel tempo lei si è spinta. Se non hai malinteso, mamma dovrebbe riferirsi a una cosa accaduta nel '43, quindi, a conti fatti, cinquantatre anni fa (ma non c'è mai una prescrizione per il dolore dei torti subiti?).
Lei allattava Sandro, allora, e io non ero ancora nato; tu invece, stando a certe sue rivelazioni, ti sbattevi una giovane profuga che abitava nella guardiola del seminterrato a San Lorenzo.
Per il dispiacere (perché non sei stato così bravo da non farti scoprire) a mamma è andato via il latte e ora lei è convinta, forse per averlo letto su Grazia, che l'insufficiente allattamento stia alla base delle difficoltà incontrate da Sandro fin da piccolo (difficoltà che poi gli avrebbero segnato la vita facendolo diventare il più sventato uomo d'affari che sia mai esistito), e siccome non ha dato in escandescenze allora, quando sarebbe stato il caso, ma ha preferito ingoiare amaro per non gettare veleno sulla famiglia, alla lunga la rabbia e il dolore del tradimento, sommati alle attuali difficoltà economiche di Sandro, si sono sedimentati in lei sotto forma di mina vagante, e sai bene che le mine vaganti possono esplodere alla minima occasione. A volte basta anche un bicchiere di vino in più.
Accusandovi reciprocamente vi incamminate verso casa e io lascio che andiate avanti perché non mi piace ascoltare i dettagli, i rancori e le debolezze che sempre emergono nel corso di certe discussioni; come non mi piaceva vedervi litigare quando facevate conti che per qualche misterioso motivo non tornavano quasi mai, e mamma sospettava che i soldi spesi, di cui tu, papà, non potevi giustificare l'uscita, avessero preso la strada di qualche donnaccia, o zozzona, come lei aveva preso a definire ogni ipotetica amante per meglio sottolineare il carattere moralmente censurabile della tua inclinazione.
Vedendovi camminare da dietro, animati da una discussione in corso, mi sembrate due ragazzini litigiosi che non potrebbero comunque fare a meno uno dell'altra.
O anche, e questa immagine mi piace di più, due appagati benestanti (in senso morale, e quindi più attinente alla ricchezza degli stati d'animo che non al patrimonio) i quali, forti della loro invidiabile condizione, si concedono il capriccio di piccole bufere senza vere conseguenze.
Per questo vi lascio fare e non mi agito. So che ora andrete a casa e, nella penombra delle persiane abbassate, vi stenderete sul letto con la certezza che, riaprendo gli occhi dal pisolino, troverete ad aspettarvi il pomeriggio inoltrato al quale voi e solo voi darete le forme della sera che più vi piacerà incontrare; anzi, nella quale più vi piacerà immergervi.
"Buon compleanno" ho sentito dire all'improvviso da una voce femminile accanto a me. A causa della vostra discussione mi ero completamente distratto, papà, e non avevo visto che al tavolo dove sedeva il tuo sosia nel frattempo si era seduta una donna.
Non era la moglie, di questo sono più che sicuro. Poteva avere una decina d'anni meno di lui e però il modo in cui si guardavano non apparteneva alla sciatteria della familiarità.
Coppie che attraversano la vita insieme, nella migliore delle ipotesi si rispettano, ma non possiedono certo il fuoco che invece correva fra loro. Quindi ho deciso che erano amanti.
Anzi, amanti clandestini; perché, altrimenti, incontrarsi in un bar appartato per scambiarsi gli auguri? Inoltre, stranezza su stranezza, doveva essere il compleanno di lui, dato che era stata lei a fargli gli auguri e a dargli un pacchetto in confezione regalo.
Non è buffo, papà, che un uomo che ti somiglia così tanto compia gli anni lo stesso giorno in cui li avresti compiuti tu?
Io non so cosa vogliano dire tutte queste coincidenze. Sai che non ho mai creduto ai cosiddetti "segni" che molti sostengono di ricevere in dono da qualche entità misteriosa (è possibile che il dio della vita, ammesso che esista, stia lì pronto a scomodarsi e a seminare indizi per questo e per quello?). Non ci ho mai creduto e penso che non comincerò a crederci ora, anche se le cose accadute subito dopo, e che adesso ti racconto, mi fanno essere più comprensivo verso chi parla di segni e cose simili.
Dunque stavo lì, davanti a mezzo bicchiere di latte macchiato, a guardare le effusioni del tuo sosia e della sua morosa e intanto pensavo alle loro vite che in così tarda età sembravano ricche, senz'altro più ricche della mia che forse, me ne accorgevo proprio in quel momento, era stata troppo rinunciataria, troppo piena di cose perse senza averle nemmeno cercate.
Pensavo che la mia tranquillità (un lavoro buono e senza problemi, qualche conoscente senza problemi, la solitudine domestica senza problemi, sonni chimici senza problemi) poteva non essere il segno inequivocabile di una riuscita, benché di modeste proporzioni ma, al contrario, di uno scacco, un grande scacco che senza indossare i panni del fallimento aveva comunque segnato la mia esistenza.
Annaspando nell'amarezza di queste riflessioni, ho sentito una specie di bolla premere da qualche parte nel mio petto, una bolla alla quale avrei dovuto indicare io la via d'uscita (la bolla si aspettava proprio questo) e che però non sapevo guidare, e il suo gonfiore mi faceva male dentro, e quella dannata non si placava perché veramente voleva uscire, veramente aveva una determinazione invidiabile, senz'altro superiore a quanta possa averne mai avuta io.
Deglutivo cercando di rimandarla giù ma la bolla sembrava volesse passare dalla gola, dagli occhi, dal petto, non capivo bene, era dappertutto e mi levava il respiro, m'indolenziva lo sterno.
Quei due intanto si scambiavano tenerezze, le stesse che io ho sempre lasciate chiuse nelle mani (le mie mani così lontane dal cuore) e ripensavo ai tuoi maldestri tradimenti, papà, e mi auguravo che il tuo sosia e la sua amante fossero più attenti di te, che non causassero dolore ai rispettivi consorti, che vivessero pure il loro amore senza però presentare il conto ad altri che non c'entravano niente.
Tutti questi pensieri, sommati a mille sensazioni contraddittorie, si agitavano dentro e fuori di me, e quando il dolore al petto e alla schiena si è fatto pungente ho pensato ecco una crisi cardiaca, ecco la morte che per caso mi trova qui dove non dovrei stare (la morte dove trova coglie).
Allora ho immaginato di cadere a terra e di vedere, da quella scomoda prospettiva, visi sconosciuti accalcarsi su di me senza che la loro preoccupazione potesse in alcun modo aiutarmi. Ho immaginato che qualcuno, ignorando che era un dottore quel disgraziato in agonia, chiedeva a gran voce un dottore, e nessuno però si faceva avanti finché spiravo fra l'impotenza generale.
Solo quando ero ormai rigido e spento è partita la telefonata al 118, e dopo un tempo interminabile, i pietosi testimoni della mia morte hanno ascoltato la sirena, e l'inutile affrettarsi dei barellieri su per la scalinata.
Ecco, ho immaginato tutto questo quando, come dire, esclusa la possibilità di ricorrere ai rimedi del caso (non avevo né un defibrillatore né fiale di adrenalina), invece di oppormi alla fine imminente mi sono disposto ad accoglierla e, nel fare questo, mi sono come spostato di lato.
In realtà sono sempre rimasto sulla mia sedia, ma era evidentemente uno spostamento interiore il mio, e non saprei dirti come l'ho fatto, so solo che l'ho fatto, e ho visto l'energia distruttiva che stava per sommergermi passare a un centimetro dal mio corpo e perdersi lontano (l'ho proprio vista, sembrava un fiume in piena), e di colpo stavo meglio.
La bolla, infine, ha scelto gli occhi per uscire e le lacrime sono venute giù da sole senza che potessi fermarle. Così piacevoli, naturali, le ho viste cadere anche nel latte macchiato quando ne ho bevuto un goccio per ammorbidire la gola indolenzita.
Ti ho voluto così bene, papà, in quel momento! Ho voluto bene a tutti: a quei due vecchi amanti che si guardavano negli occhi e non dicevano più nulla ora, persi nell'ascolto delle loro mani unite. Ho voluto bene a mamma e alla sua testarda solitudine. Ho voluto bene a Sandro, malgrado le sue continue richieste di soldi. E da ultimo anche a me ho voluto bene, proprio come se fossi un innamorato.
Mi sarei fatto un regalo per quanto mi volevo bene, mi sarei dato un appuntamento, avrei chiesto a me stesso, usciamo insieme? che fai stasera? e cose del genere.
Ero come un altro che però mi piaceva, ero d'accordo con me, e siccome ero d'accordo con me ho subito deciso che molte cose sarebbero cambiate in tutti i campi, in tutti i sensi.
Esausto come se avessi camminato per centinaia di chilometri, sono uscito dal bar (ormai del tuo sosia sapevo abbastanza e non avevo più nulla da chiedergli che non mi avesse già dato e detto) e mi sono incamminato: più leggero, stanco ma con la sensazione di scivolare in volo sulle cose, di muovermi con una scioltezza nuova.
Mi vergogno a dirlo, papà, ma per tornare a casa ho fatto un giro insolitamente lungo perché volevo continuare a credere, comunque, a un tuo improvviso ritorno e darti così il tempo di precedermi e di completare nel migliore dei modi la sorpresa che forse stavi per farmi (naturalmente a casa non c'eri, ma non credere che io sia rimasto deluso più di tanto, anzi, sai che colpo mi sarebbe preso a vederti lì?).
Dimenticavo la cosa più importante: oggi, non so bene in quale preciso momento, ma credo dopo essere tornato a casa e avere aperto le finestre senza più sentire come una minaccia l'aria fredda che circolava per le stanze né ostili i suoni della città che andava col suo inafferrabile teatro di vite e misteri, oggi, dicevo, mi sono anche innamorato.
Sì, papà, mi sono innamorato di una donna che ancora non c'è, e però l'amore per lei c'è tutto, c'è già, fertile come una terra tenuta a sodo per tanti anni, affamato e saggio proprio come deve essere.
Una donna arriverà presto, ne sono sicuro, e io le vado incontro. L'aspetto e al tempo stesso le vado incontro.
Una donna con una vita già indirizzata, con una infinità di cose che le sono successe e che le hanno dato la particolare forma con la quale mi si staglierà davanti, la forma che riconoscerò come l'unica desiderabile e che caccerà l'inverno dal mio cuore. Una donna con tanta storia, ma che pesi più del suo passato.
C'è senz'altro questa donna, e l'amore per lei già mi sta negli occhi, soprattutto negli occhi coi quali ormai ho cominciato a guardarmi intorno e a vedere. Infatti sono subito riuscito di casa con tutto quell'amore dentro e ho girato qua e là osservando le persone, sbirciando dietro i diversi spessori delle loro durezze, e scoprendo vite su vite dove tutto era ancora possibile.
Adesso che aspetto una donna vedo avvicinarsi mondi terribili e meravigliosi, veri inferni e paradisi, babeli di lingue e non solo. Vedo deflagrazioni e fusioni, arricchimento e miseria.
Per forza, è normale. Perché dovrei ritrarmene? Cosa può esserci di meglio, in fondo? Di cos'altro morire se non di questi vani e miracolosi tentativi di conoscere una donna?
Ora ti lascio, papà, ma prima voglio ringraziarti con tutto il cuore per i regali che mi hai fatto nel giorno del tuo ottantasettesimo compleanno. Non credo ai segni ma riconosco che è stato per seguire una somiglianza con te (quindi, a suo modo, un segno) che ho trovato per caso una via d'uscita.
Pieno di riconoscenza ti abbraccio e bacio con affetto. Un grande saluto e a presto, tuo

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Anno 1, Numero 5
September 2004

 

 

 

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