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il pallone

ghità

L'avevo già notato. Ho provato invano a non soffermarmici, a concentrarmi su quello che stavo facendo. Ma era più forte di me. Lo sguardo ribelle si riposava su di lui, imponente. Mi sono arresa, ho preso una pausa. Ho chiuso la cartellina che avevo in mano e mi sono appoggiata al muretto accanto. Lo sguardo libero di cercarlo in pace.

Nei giardini di fronte a me, sullo sfondo verde degli alberi di pino, il ragazzino gioca a pallone. I miei occhi lo seguono con attenzione, fuori da ogni mio controllo. Lo sento palleggiare e questo suono ritmico e continuo ha un effetto ipnotico su di me. A poco a poco mi isolo dal resto ed è come se esistessero solo il ragazzino e il suo pallone. I sentimenti materni repressi si impossessano di me.

Moud avrà la sua età. Chi sa se ora sta giocando anche lui col suo pallone? Cosa mi racconterebbero i suoi occhioni neri? Con quelle sue ciglia lunghe lunghe, che gli facevano ombra rendendoli ancora più neri, che non vedo da più di otto anni ? Chi sa se sono tristi ? Mi si stringe il cuore al pensiero. Aveva solo un anno e mezzo quando è dovuto andare via, lontano, perché la sua vita con me era in pericolo. L'immagine del pullman che si allontana con il mio tesoro a bordo perseguita tuttora i miei sogni. Ho dovuto scegliere. Tra la cosa più preziosa della mia vita e la resistenza contro il regime disumano iraniano. Notti prima della sua partenza, durante le quali rimanevo sveglia a guardarlo e riguardarlo, ho avuto la tentazione forte di abbandonare tutto. Fuggire con lui da qualche parte del mondo, dove non ci conoscesse nessuno. Dimenticare tutto. Nutrirmi solo del suo amore. Essere solo la sua mamma e niente più. Ma lo ho mandato via, al sicuro. Tra tutte le torture subite questa è stata la più dura, quella che mi ha fatto male. In carcere avevo subito cose durissime, però mi ero sentita sempre forte. Quando ho abbracciato Moud per l'ultima volta, invece, dentro mi si è spezzato qualcosa.

Il bambino e il suo pallone mi rubano anima e corpo e una sensazione malinconica di gioia profonda mi invade tutte le cellule. Mi lascio andare e godo delle vibrazioni che percepisco al confine della materia, tra anima e corpo. All'improvviso, le vibrazioni cessano e subentra un silenzio minaccioso. Una giovane signora entra in scena e si avvicina al bambino. Il pallone fa qualche rimbalzo e poi si ferma in un angolo, e viene dimenticato dal ragazzino che ora è concentrato sulla donna. Si abbracciano, si odorano, sembra che non si vedano da tanto tempo. La donna è raggiante, e in quel momento è l'essere più felice del mondo. Dopo un po', mano nella mano si allontanano e io li seguo con gli occhi, col cuore, con tutta me stessa, quasi vedessi me e Moud in un altra vita parallela.

Ora la scena è vuota, se ne sono andati via, nel nulla. Dove prima giocava il ragazzino c'è solo il pallone, triste e abbandonato, senza vita, in quelsotto fondo di verde. Mi ci perdo. Ora mi vedo riflessa nel pallone, sola e senza capacità di muovermi. Disperata cerco di uscire, sono prigioniera del nulla . Mi sento il cuore battere forte forte, quasi il mio corpo non reggesse più l'intensità delle emozioni. Ho la bocca secca, sono paralizzata e ho paura. Le lacrime spingono per uscire però sono incapace di liberarle, non riesco neppure a piangere. Quel vuoto, dentro di me, mi ha fatto sempre questo effetto: il terrore che prima o poi mi divori e che il mio cuore scoppi dal dolore, che quella prigione sia senza via d'uscita.

Passano secondi interminabili che mi pesano come secoli , rinchiusa nella dimensione del nulla. A salvarmi dall'incuboè una voce, il filo della vita che mi riporta al mondo, quella di una donna che ripete una frase in una lingua straniera:

<< Ma lei è iraniana ? >> in attesa di una risposta.

La sua voce, la sua domanda, è un veicolo per la vita. La guardo con gratitudine e mi concentro per riprendere l'uso della parola.

<< Sì >> rispondo.

Ho quasi paura che il mio tentativo di dire quella parola sia fallito e di non essere riuscita a farmi sentire dalla signora italiana. Ma lei continua :

<< Ma sono vere ? Succedono veramente queste cose in Iran?>> indicandomi le foto esposte.

I miei occhi seguono il suo dito e si fermano su una scena di fucilazione. Sento le guance chemi si bagnano di lacrime salate, ed è la liberazione, scoppio in un pianto silenzioso. Finalmente il vulcano delle emozioni trova la sua via di sfogo. La signora si sconvolge. Pensa forse di aver detto qualcosa di sbagliato, cerca di rimediare. Mi passa il fazzoletto di carta. Mi guarda perplessa.

<< Sì >> Rispondo con la voce tremante.

<< Abbiamo bisogno del vostro appoggio in questo momento difficile del nostro paese.>> continuo.

Le dico di quando sono stata arrestata la prima volta, dopo quella manifestazione pacifica a Teheran, e poi degli anni di dolore nel carcere. Mi sembra però sconcertata. Non sa se credermi o no. Quello che le racconto è troppo lontano, troppo grave per essere vero. Ha paura di lasciarsi andare ai miei racconti.

Le racconto di quello che abbiamo passato durante questi anni del regime di Khomeini.

Passa qualche minuto in silenzio, un silenzio profondo, più comunicativo delle parole in qualsiasi lingua del mondo. Stabiliamo un contatto, un ponte tra due cuori. Lei ora mi crede. Superiamo come per magia tutte le barriere che ci separano, e io ho la sensazione di raccontare, in quei pochi minuti di silenzio, tutta la mia storia a quella signora italiana. Le storie di tutte le donne che ho visto soffrire e morire in prigione, e di quando ho perso l'uso dell'orecchio destro. Le racconto della mia fuga dall'ospedale dove ero ricoverata a causa delle torture subite. Le parlo del mio Moud. Le faccio vedere la sua foto di quando era piccolo. Della mia scelta dolorosa di rinunciare a lui per non dover dimenticare.

E lei comprende quel mio slancio di gratitudine nei suoi confronti e il senso della mia vita. Quello che mi riempie il vuoto dentro, che mi dà la forza di andare avanti." Essere il ponte che unisce la mia gente a quella del mondo".

Si è fatto buio, ormai ci parliamo da un paio di ore, a parte tutto quello che si è detto al di là delle parole - ci siamo parlate addirittura in lingua italiana - e mi sembra di aver fatto grandi progressi.

<< Vorrei vederti ancora >> mi dice affettuosa.

<< Sono di passaggio. Presto dovrò tornare dove servo di più>> le rispondo.

Ci stringiamo la mano, lei firma il documento che le ho esposto e mi dice :

<< Sono convinta che ce la farete e un giorno ti verrò a cercare nel tuo Iran. >> E ci salutiamo con affetto.

Oggi ho raccolto poche firme. Sono stata un po'distratta. Mi sento stanca, sfinita, come consumata dentro. Non riuscirò a fermare qualcuno per un'altra firma. Raccolgo a fatica i manifesti esposti e mi avvio verso la fermata dell'autobus. Mentre cammino guardo la gente che passa, cosi diversa da me, ma ora non mi sento più una straniera, siamo tuttiuno. L'energia riprende a salire dentro di me. La speranza è forte. Forse un giorno avrò da raccontare cose belle alla gente del mondo.

Comincia a piovere e il contatto delle gocce d'acqua con la mia pelle mi grida che sono viva, e il quadro della mia vita è tutto da colorare, e tra i colori ci sarà pure Moud. Vedo l'autobus avvicinarsi. Si ferma davanti alla fila di persone che lo aspettano impazienti sotto la pioggia, aprendo rumorosamente le porte. Salgo gli scalini, sento richiudersi le porte alle mie spalle. L'autobus lentamente riprende la sua corsa, e io procedo insieme ai miei compagni di viaggio in quel percorso breve della mia vita.

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Anno 1, Numero 5
September 2004

 

 

 

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