El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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newtoniana

gregorio carbonero

Non si sapeva da dove entrassero,
ma per uscire dalla cucina
i topi passavano sempre
sull'orlo del muro
al buio, velocissimi, un tramestio che schizzava
in un angolo in alto, dove c'era una via di fuga
tra le travi di legno che reggevano
le lamiere del tetto senza soffitto e le pareti
grezze, senza intonaco,
della stanza pił esterna.

Con la solita malvagitą che cova
dentro le mura domestiche si ideņ
un modo per non farli tornare:
un filo elettrico scoperto dal rivestimento isolante
teso e fermo tra due barrette, come un ponticello.
Appena lo attraversavano
la corrente li faceva saltare per aria. Ma non morivano,
per un po' di tempo sparivano,
qualche giorno, e tornavano.

Durante la cena aspettavamo
seduti a tavola, verso le otto e mezza.
Ascoltavamo il repentino zampettio e poi uno scatto
brusco e il tonfo lieve della caduta,
dall'altro lato della porta.
Dopo era lo scompiglio: le zampe che scivolavano e raschiavano
in fretta sul pavimento liscio di cemento.
In un attimo sparivano e noi eravamo contenti
che la trappola funzionasse
e che l'evento fosse accaduto un'altra volta.

Non ci sembrava crudele.
Era un gioco di cause ed effetti che si compiva,
strano e inatteso anche se ce lo aspettavamo.
Una sorta di meccanismo a scatto,
da quell'aldilą vicino dove ogni cosa tutte le mattine
per me ricominciava.

Lą, dietro la cucina separata da una porta reticolata
ogni sera chiusa da un catenaccio, iniziava la discesa,
da scalini ruvidi di pietrisco, di graffi sulle ginocchia
ne avevo una collezione,
o da un salto dal parapetto delle bombole del gas
domestico. Dopo, era l'internarsi nello scantinato dei residui
dove in un mare di muffa c'erano cose ignote
lasciate dai vecchi inquilini.
E poi il terreno e il cane spesso infangati
per le piogge frequenti.

Vantavi
le lucertole acchiappate battendole di colpo
le mani vicino, il rumore le spaventava e
rimanevano immobili. E le prendevi
lievemente dalla pelle dietro la testa,
attento che la coda non ti rimanesse in mano e fuggissero.
L'odore pungente del cane e le sue impronte
che ti sporcavano la camicia.
Erano cose che nel tuo intimo contavano.
Erano i limiti della tua appartenenza,
il divario e i luoghi del dissenso.
Ma non doveva finire lģ,
quello era il confine, era varcare una soglia.
Eri costretto. In principio erano quelli i luoghi del dissenso.

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Anno 1, Numero 5
September 2004

 

 

 

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