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igiaba scego: la seconda generazione di autori transnazionali sta giÓ emergendo

maria cristina mauceri

Per una curiosa coincidenza avevo sentito parlare di Igiaba Scego a Sydney da uno studente romano che è stato suo compagno di studi. Ho scoperto poi che Igiaba aveva vinto il concorso Eks&Tra del 2003 per autori migranti. Durante il mio soggiorno a Roma l'ho incontrata per intervistarla sulla sua attività di scrittrice transnazionale e discutere i suoi racconti, in particolare il tema dell'identità che tratta in modo originale in entrambi, mettendolo in relazione a funzioni del corpo. Igiaba ha ventinove anni, si è laureata in Lingue e Letterature Straniere all'Università La Sapienza di Roma e lavora da Feltrinelli e come lettrice per la casa editrice Fazi.

D. Quando ho letto il tuo primo racconto Salsicce ho avuto la sensazione che l'autrice fosse cresciuta e si fosse formata in Italia. Puoi confermare la mia intuizione?

R. Sì, è giustissima. Io sono nata a Roma da genitori somali e da subitissimo ho avuto questa scissione, perché a casa vivevo la cultura somala e la religione islamica, parlavo il somalo, mangiavo il cibo somalo. Però fuori entravo in contatto con la realtà italiana, con la scuola, la televisione, gli amici. Questa scissione faceva parte della mia vita ed è chiaro che questa esperienza sia poi passata nella mia scrittura.

D. Ti definisci una scrittrice migrante?

R. Non mi piacciono le etichettature, perché quando penso alla scrittura migrante io penso a una scrittura che parla di immigrazione, ma io personalmente non vorrei limitarmi a questo. Credo che gli autori cosiddetti migranti, che provengono da altri parti del mondo, non vogliano limitarsi a scrivere soltanto di immigrazione. Trovo che sia una gabbia dover parlare di emigrazione. Io vorrei parlare sia d'emigrazione che è giustissimo, ma anche d'altro, e invece noi autori di origine non italiana siamo ingabbiati dalle nostre origini. Questa limitazione è molto forte, anche le case editrici che si avvicinano a noi, sono case editrici che si occupano di intercultura, ma penso che se noi sorpassiamo questo limite della intercultura, potremo trovare qualcuno che ci pubblica.

D. Tu hai detto "noi siamo ingabbiati dalle nostre origini", a questo proposito va osservato che uno dei temi dei due racconti che hai pubblicato è l'identità. In Salsicce parli di un'identità multipla che viene messa in crisi dalla legge Bossi-Fini. Ne La strana notte di Vito Renica, leghista meridionale, rappresenti un personaggio che nega la sua identità e se ne costruisce un'altra, spinto dalla pressione politica, perché vuole essere un leghista. Nei tuoi racconti critichi atteggiamenti politici che discriminano chi è straniero e diverso. Quando scrivi hai anche in mente di far pervenire ai tuoi lettori un messaggio politico?

R. Il racconto Salsicce l'ho scritto in un momento di rabbia assoluta perché un controllore dell'autobus mi ha trattato talmente male che io sono tornata a casa distrutta. Allora ho riflettuto molto su che cosa significhi essere italiani ed essere somali. Io non mi sento tuttora né somala né italiana, sono tutte e due, in un certo senso tutto è scaturito da un mio problema di identità che ho trasposto sulla carta. Nel racconto sul leghista c'è più un messaggio politico, perché mi sono detta: "Devo parlare". Io non amo molto la Lega, però volevo parlarne in termini negativi, ma in modo ironico, per far vedere alla gente l'assurdità dell'atteggiamento xenofobo di Bossi.

D. Torniamo al tema dell'identità. Tu lo tratti da prospettive diverse, legate al genere e all'origine dei tuoi personaggi. L'identità della protagonista di Salsicce viene messa in crisi quando altri, italiani o somali, come uno specchio, le rimandano un'immagine diversa da quella che lei ha di sé.

R. In realtà lei sa che cos'è, ma si vergogna di dirlo, lei dice io sono un mix, sono somala e italiana, ma quando è davanti agli altri si vergogna di affermare che appartiene a tutte e due. Allora vorrebbe appartenere a una sola realtà essere o somala o italiana.

D. Nel racconto due persone, un italiano sull'autobus e una parente somala, negano una delle due identità della protagonista sortendo l'effetto di cancellargliele tutte e due. Mi ha colpito il fatto che la protagonista dica "Credo di essere una donna senza identità " e in seguito " Io mi sento tutto, ma a volte non mi sento niente". Quando è messa in crisi una delle due identità, la protagonista non si rifugia in una delle due, ma è come se le venissero negate entrambe?

R. Esatto, viviamo in un mondo dove devi essere etichettato, catalogato, allora quando la protagonista si trova davanti a questo dilemma, a volte si sente niente, vorrebbe essere niente per non dover affrontare i problemi che una doppia origine può causare. Preferirebbe autoannullarsi, smaterializzarsi piuttosto che vivere così, in certi momenti sente il desiderio di diventare invisibile.

D. Un aspetto interessante di Salsicce sono le situazioni che tu elenchi per spiegare la duplice identità italo-somala della protagonista. Ho analizzato le categorie usate in questa definizione di identità e mi sembra che i rapporti famigliari, la lingua, il cibo, l'orgoglio per l'aspetto fisico, facciano parte dell' identità somala. L'identità italiana, invece, si concentra più su categorie culturali: cinema, musei, storia. Questo dipende dal fatto che la tua formazione è avvenuta in Italia?

R. I somali sono molto orgogliosi del loro naso e del loro aspetto fisico in generale. È un atteggiamento tipico della nazione. Per quanto riguarda l'identità italiana è vero che la mia formazione è italiana, e non solo la mia, noi siamo stati una colonia dell'Italia. Mio padre, mia madre, i miei fratelli hanno fatto scuole italiane, perciò la nostra formazione culturale di base già in Somalia era italiana. Mio padre, che ora ha ottant'anni ed è stato un uomo politico in Somalia, talvolta mi racconta aneddoti della sua infanzia, era stato un "balilla".

D. In Salsicce fai vedere come si possa negare la propria identità attraverso il corpo inghiottendo del cibo proibito. È una specie di violenza che la protagonista si autoimpone e a cui il corpo reagisce con il vomito, per espellere un corpo estraneo. Vuoi dire che negare la propria identità, in questo caso religiosa, è un autoviolentarsi?

R. Ho scelto il tema delle salsicce perché è un tema storico, non so quanti racconti ebrei e musulmani ci sono su questo tema, se tu pensi ai moriskos. Io ho fatto la mia tesi di laurea sulla figura dell'arabo nella letteratura castigliana e ho trovato molti racconti in cui i moriskos dovevano mangiare carne di maiale per dimostrare di essere cristiani. Io ho notato che la carne di maiale è un grosso tabù per gli islamici, se uno deve trasgredire è più tollerato bere vino che mangiare la carne di maiale. Mangiare il maiale è abbandonare la propria tradizione, non mangiare il maiale è un modo per essere legati di più alla propria cultura, è un legame che ho con il mio paese. In questo racconto il vomito rappresenta un modo per riappropriarsi della propria identità.

D. In Salsicce il corpo ha un ruolo importante, e lo avrà ancor di più nel racconto successivo, La strana notte di Vito Renica, leghista meridionale. Tu indulgi volentieri negli aspetti bassi del corpo. Mi domando quanto parlare di funzioni corporali rappresenti da parte tua la rottura intenzionale di un tabù e in quale delle tue due culture?

R. I somali parlano tranquillamente di funzioni corporali, semmai rompo un tabù italiano, quando parlo di Vito Renica che vorrebbe farsi tante donne, però, rompo un tabù somalo, perché il sesso in Somalia è un grande tabù.

D. Vito Renica è un personaggio che sceglie di negare la sua vera identità, ma poi rispecchiandosi in un altro o più correttamente in un'altra, riscopre la sua cultura e capisce meglio se stesso.

R. Non so se riscopra la sua cultura, ma è un inizio. Sul finale di questo racconto ho avuto molti dubbi, forse era molto moralista. Vito riscopre la sua identità e incomincia a riflettere sullo sbaglio che ha fatto negandola. Credo che spetti al lettore riflettere se lui effettivamente percorrerà questa strada di scoprire se stesso, però è già un inizio.

D. Anche in questo racconto il tema dell'identità passa attraverso il corpo, in particolare l'intestino e l'evacuazione. Descrivendo questi aspetti corporali tu vuoi suscitare disgusto nei confronti di Vito Renica che ha abiurato alla sua identità meridionale e, nello stesso tempo, vuoi esprimere il suo disagio, insomma i suoi disturbi intestinali sono espressione psicosomatica di un blocco fisico e psicologico?

R. È un blocco mentale, più che altro volevo essere ironica e ho usato il corpo per suscitare più che il disgusto, il riso del lettore, specialmente quando Vito fa le categorie delle persone che vanno o non vanno in bagno. Vorrei far capire il suo disagio mentale. Una persona che ha tutti questi problemi, intestinali e soprattutto mentali, è una persona che, anche se ha fatto delle scelte sbagliate, può essere vicina a noi, anche noi potremmo avere dei blocchi mentali, anche noi potremmo negare la nostra identità. Io cercavo, non so se ci sono riuscita, di avvicinare il lettore a Vito Renica, che non è un personaggio antipatico, più che altro fa pena, è stupidotto. All'inizio avevo intenzione di usare un personaggio nero, perché avevo visto in TV un arabo che era leghista e mi pareva assurdo. E da lì che è mi è venuta l'idea di scrivere questo racconto. Poi ho scelto un protagonista napoletano perché era più colorito.

D. Vito Renica diventa stitico quando conosce una donna chattando in internet. L'innamoramento è aprirsi verso un altro, come mai invece tu lo descrivi come un attacco di stitichezza. Forse è una forma di difesa di Vito?

R. Sì, se lui si innamora diventa umano, si lascia andare, diventa fragile, perché lui non sa se la persona di cui si innamora gli vorrà bene. Vito Renica non sopporta l'idea di essere fragile.

D. In questo racconto il tema dell'identità è messo in relazione con le origini, in particolare con le persone che ci danno la vita, i genitori. Si direbbe che l'odio di Vito per il padre sia la causa del suo odio per i meridionali.

R. È sempre un discorso sull'amore, anche per i genitori si prova amore, ma alcuni lo vivono in modo conflittuale. Vito vive il rapporto con il padre in modo conflittuale e non lo apprezza perché l'uomo non ha un buon lavoro. Gli vuole bene, ma non sa esprimerlo e questo lo porta a fare una scelta sbagliata, a diventare un leghista.

D. In questo racconto attribuisci alle donne una funzione salvifica, mentre gli uomini respingono Vito, la vecchia donna, Umm Fatou, una figura materna, riesce a fare breccia nel suo cuore. Perché questa divisione così netta tra i generi?

R. Le donne sono più disposte al dialogo e al perdono rispetto agli uomini, Umm Fatou è una figura materna che riesce a capire il suo disagio e che gli dice "va' via, se no ci puoi contaminare". Secondo me questa donna è una figura cardine che lo porta a ripensare alla sua identità e alle sue origini.

D. Il viaggio di Vito verso il sud è metafora di un viaggio esplorazione della sua vera identità a contatto con persone che appartengono a una cultura diversa. Vito scopre l'alterità, ma nello stesso tempo questa alterità lo riporta alle sue origini, in questo modo tu vuoi mettere in evidenza aspetti in comune tra le due culture?

R. Viaggiando verso il sud Vito Renica incontra persone di altre culture e ogni incontro lo cambia, mentre a Milano viveva chiuso nella sua casetta e nel suo lavoro e conduceva una vita più statica. I contatti che ha durante il viaggio lo cambiano. Il suo rifiuto delle persone diverse da lui lo porta a riflettere e a capire la sua identità. Per questo racconto è molto importante la figura di Uum Fatou perché è lo scontro con l'altro che lo spinge a riflettere. Sul treno incontra il no-global, ma non ha un contatto diretto con questa figura, lo nega e sta lì, anche con il napoletano lo vede e sta lì, mentre con Fatou ha un contatto fisico.

D. Quando hai incominciato a scrivere?

R. Da piccola scrivevo, racconti, cronache; la consapevolezza mi è venuta quando ho finito l'università; volevo fare la giornalista, ma in Italia non è facile. L'anno scorso ho scritto anche un libro per la casa editrice Sinnos. nella serie I mappamondi, intitolato La nomade che amava Alfred Hitchock. È la storia della vita di mia madre, che è stata nomade prima di stabilirsi a Mogadascio. Il nomadismo è una grossa componente della cultura somala. Lo scopo del libro è spiegare la Somalia ai bambini italiani e ai bambini immigrati in Italia, parlando di diversi temi, tra cui l'infibulazione, il colonialismo, la guerra civile, facendo vedere come i problemi di oggi sono stati i problemi di ieri.

D. Quali sono gli autori che hai letto e a cui ti ispiri?

R. Cervantes, inoltre leggo molti gialli inglesi e autori sudamericani: Garcia Marquez, Vargas Llosa. Tra gli italiani il mio idolo è Calvino perché riusciva a dire le cose senza essere pesante. Per trattare certi temi come l'emigrazione bisognerebbe evitare l'aria di tragedia, essere ironici.

D. Cosa stai scrivendo ora?

R. Sto scrivendo un romanzo che ha per protagonista una prostituta. Ho letto il romanzo di Tawfik La straniera. Mentre la protagonista di questo romanzo si prostituisce per necessità economica, la mia prostituta è una studentessa che non lo fa per bisogno, ma perché vuole autoannullarsi, si fa schifo come persona. È un romanzo di una tristezza assoluta.

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Anno 1, Numero 4
June 2004

 

 

 

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